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Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
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Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

sabato, 31 dicembre 2005,ore 09:23

Ho visto il futuro in un tuo abbraccio,
e la carezza dolce del tuo viso sulla mia mano,
e teneri germogli di un presenza,
sbocciare nell'intreccio delle dita,
che si promettono un eterno incontro,
testimoni di un passato che ancora ha da venire.

Ci siamo già amati in sogno,
e mi rimane l'eco del profumo,
delle tue labbra tremule di vita.

Ti voglio bene.
Ora, come ieri, come sempre.

Ciao dolce amica mia, compagna del viaggio più bello, nei nostri cuori.

volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



venerdì, 30 dicembre 2005,ore 18:35

C'e' sempre un treno che parte. Facci caso, sempre. E sempre gente che corre, su quella banchina. E le facce di quelli che sono rimasti a terra, tristi, che agitano la mano sperando di attirare l'attenzione dei loro amici e parenti che sono su quel treno: madri premurose che si sbracciano, fidanzati ansiosi che sospirano malinconici alla vista della loro amata che se ne va, fratelli ritrovati e già perduti nel giro di poche ore. La fanno loro la nebbia, che avvolge le stazioni. Loro, con i loro fiati, le loro lacrime di commozione, tutti lì, in fila su quella banchina, come un gigantesco mantice pulsante vapore. Prima, quando i treni erano a vapore, si pensava che fossero quelli a causare quella atmosfera irreale che circondava la banchina. E invece no, i treni a vapore sono passati e la nebbia è rimasta, il vecchio ronzino ha lasciato il passo al cavallo di ferro più giovane, che taglia veloce la prateria, signori, a più di trecento chilometri orari, e scusa se é poco, se sali sulla prima carrozza a Roma e cammini lungo tutto il treno per quando sei in fondo scendi a firenze, e a parte un vago senso di malore dovuto alla forza di Coriolis, che ha cercato di imprimere al tuo cervello lo stesso moto dell'acqua che scorre via dal lavandino di casa tua, tutto é filato via così liscio che potresti entrare in Santa Maria del Fiore pensando di essere al Vaticano. E infatti li vedi lì, decine di giapponesi confusi, che escono dalla chiesa guardandosi attorno, scossi, incapaci di capire il miracolo italiano della Pietà che cambia posizione, a rigirarsi verso il frontone della chiesa per cercare un insegna: "da Pietro, tortiglioni alla Bernini". E poi impallidiscono, esterrefatti, accorgendosi di quel campanile, che dannazione ci avrei giurato che la prima volta che siamo entrati non c'era.
E tutto é iniziato lì, in quella stazione sorniona che li ha chiamati, li ha spinti su quel treno, così, uno dopo l'altro, come i ciechi di un quadro fiammingo, una gialla striscia di vocianti figure, con un obrellino aperto in cima, e loro lì, tutti dietro, seguendo il suono di un piffero magico invisibile che li costringe a salirci, su quel treno. Perché é per quello che sono fatti i treni, per salirci. Dannazione sì, me lo hai detto tu ieri, dolce amica, i treni nascono per quello. Cosa sarebbe un treno se nessuno ci salisse? Ma lo immagini? Genbte che arriva alla stazione, si ferma davanti al binario e... e torna indietro. Sarebbe da perderci la testa. E il treno? Cosa farebbe allora? Partirebbe da solo? Non può funzionare.
E' come la vita, quella banchina. Una lunga linea che divide chi parte da chi resta. Potresti partizionarci il mondo con quella linea, dividere ogni singola persona che popola questa grossa palla rugosa in quelli che partono, e quelli che restano. Li vedi negli occhi quelli che partono. Li guardi negli occhi, quando ti raccontano di una città lontana dell'Andalusia, di una gita in barca nel Mediterraneo, di una città di mare dell'Italia, li guardi negli occhi dico, e vedi: vedi gli Olifanti, i Blemmi, gli Sciapodi e tutte le meravigliose creature che popolano la mente dei Viaggiatori. E li distingui sì, li distingui anche lì sulla banchina. Basta guardarli in faccia. Quel ragazzo, si quello lì, con il suo zainetto consunto, proprio lui: quello é un Viaggiatore; e quell'uomo laggiù, che abbraccia quella donna accarezzandole il viso, quelli si, quelli sono Viaggiatori. E quella signora grassa, che a fatica trascina la valigia enorme, che dietro di lei diviene un estensione appena percettibile delle sue rotondità boteriane che si trascinano per la banchina, ogni passo che provoca mistiche risonanze nelle carni rigogliose, sì, lei é una Viaggiatrice. E quella bambina, quella laggiù, che é appena entrata, Dio quanto é piccola, che ci fa lì da sola? Lei é una Viaggiatrice. Entra nella stazione, il passo incerto, e appoggia la manina all'infisso consunto di legno della grande porta a vetri che immette nella banchina del binario 1, destinazione mondo, signori in carrozza si parte, e resta lì, ferma, a fissare il grande palcoscenico che ha davanti.

Cosa ci faccio qui? Cosa insegui, anima inquieta? Svegliati vecchio, guardati attorno, é solo una locanda. Non senti le risate sguaiate, il rumore delle stoviglie scadenti, non vedi quei visi, quei volti gonfi di scherno, che ti stanno fissando e si burlano di te? Il cavaliere ti fai chiamare, il "cavaliere". Cosa ci fa il mondo di un cavaliere? A cosa diavolo serve, dimmelo tu, un cavaliere in un mondo dove non c'e' niente da sconfiggere? Hanno già conquistato tutto. La vetta più alta? Presa. Le profondità dell'oceano? Andate. Le grandi foreste pluviali? Mi spiace, ci abbiamo appena piazzato un gruppo di 150 turisti, non possiamo farci entrare nessun altro, capisce, per non turbare l'ecosistema! L'ecosistema? L'ecosistema??? 150 turisti al centro di "LE GRANDI FORESTE PLUVIALI" possono turbare l'ecosistema? Beh, ecco a dir la verità... insomma... é che non sono poi così grandi, sono quasi finite... cioé ce n'é ancora un pò, uno scampolo invenduto ma... oh diamine, senta, faccia così, si metta in coda con gli altri che non se ne accorge nessuno, 150 o 151 che vuole che faccia la differenza. e... si diverta!!! Oggi é tutto in offerta, tutto in saldo, ogni cosa é un tre per due, e paghi in comode rate a partire dal prossimo secolo. Cosa diavolo é una "comoda" rata? Un modello di poltrona??? Qualcuno vuole esser pagato in tre anni con trentadue poltrone??? Accidenti, vecchio, forse varrebbe la pena di cambiarlo quel ronzino, per trentadue poltrone... E già che ci sei, potresti cambiare l'armatura, e quel ridicolo elmo che assomiglia così tanto ad un.... Non dirlo!  Non ti permettere! E' già abbastanza strano che i design al giorno d'oggi propongano dei pitali a forma di elmo! Mi sembra increscioso che qualcuno possa pensare di far pipì in un oggetto che si mette in testa!
Proprio così, il mondo di un cavaliere ne avrà sempre bisogno. Magari non lo sa. Ma ne ha bisogno. E' una simbiosi, quella tra cavaliere e mondo. Il mondo ha bisogno di un cavaliere per ricordarsi che c'e' un perché se di cavaliere ne basta uno, e il cavaliere ha bisogno del mondo, perché di pazzi, che fanno i pitali con gli elmi, ce ne sono tanti, e qualcuno deve pur mostrargli dove va quell'oggetto. E allora in marcia Ronzinante, avanti mio prode destriero! E tu Sancio, fido scudiero, tieni registro delle mie gesta!


E giungo davanti a questa stazione. Per ricominciare il viaggio. Quante volte mi ha chiamato, questa stazione. Quante volte mi ha spinto, come una sirena, a partire. Eri Parigi, e le mistiche fughe dei suoi tetti, le promesse di baci mai dati sulla sponda di un sogno. Eri Lisbona e le note calde del fadu che mi penetrava l'anima inquieta. Eri Venezia d'inverno, e l'umido dei canali che mi entrava nelle ossa in una sera di Dicembre in cui solo giravo tra le calli deserte, mentre un piano suonava in un portico vuoto di Piazza San Marco. Eri Salisburgo, ed erano le note di una musica soave che una ragazza suonava da un vecchio violino davanti ad un bar. Eri Mosca, ed un valzer felice ballato al centro di un parco mentre intorno la gente stupita cercava di trovar la sorgente del suono che avevamo dentro. Eri mille città, tutte diverse, tutte invitanti e tutte passate. Ed ogni volta mi ritrovo qui, su questo binario, per ricominciare la corsa, verso il mio Graal.

Di nuovo sul treno. In groppa a questo cavallo che mi poterà lontano con il vento del Nord. Altri giganti da combattere, altri mulini da visitare. E covoni e fienili e locandiere da osannare come Vergini sante. "venghino, siore e siori, nelle meravigliose lande delle Forsete Pluviali, da questa parte". Quando finisce il viaggio? Cosa c'é in fondo alla strada? Cosa ci spinge passo dopo passo, in questa ricerca del Sacro? Cosa ci illude, cosa ci tenta, cosa ci lega? Mi siedo al mio posto con fare compito, cercando di incunearmi nello spazio lasciato dalla mia vicina di viaggio, una signora grassa, sudaticcia, che sventola nelle mani flaccide un nero ventaglio di pizzi di dubbia provenienza. Ansima un poco, forse ha corso per prendere il treno, o forse il bagaglio che ora ciondola voluttuoso e straripante da sopra la sua testa ne ha fiaccato il fisico.
Cerco di stringermi come meglio posso, e allungo le gambe nella speranza di contrarmi un poco, come un fluido, lasciando inalterato il mio volume. Mossa sbagliata, perché mi accorgo di invadere lo spazio dell'uomo che ho di fronte. Lui mi nota appena, preso a salutare la sua compagna che si intravede appena oltre il bordo del finestrino reso opaco dagli sbuffi dei fiati dei due amanti. sussurrano parole mute, muovendo la bocca in un codice che solo loro sono in grado di decifrare appieno. Alzo lo sguardo, e mi accorgo del nuovo compagno di viaggio, un giovane con lo zainetto consunto, fermo lì, in piedi al centro del corridoio claustrofobico, nell'attesa di guadagnare il suo posto a sedere. Come una sardina. Ogni volta che parto, che salgo su questo treno, eccole lì, le sardine, a farmi visita in un angolo della mente. Composte, nella loro scatoletta, anche sorridenti, se non fosse per il fatto che a stare sott'olio ti vien poco da sorridere, e comunque allegre. che viaggiano veso i loro destini. Verso il Fuori. Strano destino, le sardine. Ogni sardina comincia e finisce nel mare. Tutte. Tutte se ci pensi. Anche quelle che durante il viaggio passano per delle scatolette di latta, in ultima analisi, alla fine di tutto, tornano al Mare. Curioso. Almeno, curioso per me. Per una sardina non é molto curioso, é solo l'espressione ultima della sua sardinità. Lei non si chiede dove conduca il viaggio. Lei si chiede al massimo a che punto é arrivata, cosa é questa rete che ho intorno e poi, lì nella scatola, che diavolo aveva in mente quello che ci ha infilato tutte qui, in 50 in uno spazio fatto per 10, e nessuna che ha da fumare.

E poi la vedo. Lei é lì, appoggiata alla porta della stazione. Bellissima. Marmorea. Sta lì, e guarda il mondo che si piega davanti al suo sguardo ed esiste solo perché lei lo guardi. Lei é Parigi, Venezia, Genova, Lisbona, Stoccolma e Madrid e Mosca e tutte le città che ho visto e quelle che ancora non ho visto, e quelle che verranno. E sta lì, ferma impettita, dannazione si muovono tutti in questa stazione, e lei sta ferma come se fosse il punto fermo attorno a cui questo universo ruota. E si muove anche il treno. Piano, impercettibilmente all'inizio, ma comincia a muoversi. E' curioso quando sei sul treno, e il movimento é così tenue che i tuopi sensi confusi non sanno decidere. E allora, all'improvviso capisco. Capisco che il viaggio non é questo, non é il treno in cui mi trovo. Il viaggio é lei. Nelle nostre velocità relative che stanno aumentando, é lei che sta partendo. E provo l'impulso feroce di gridare: "Fermate la banchina, fatela salire", perché non voglio che parta, che vada via da me, che la cerco da sempre. Mi alzo frenetico e mi faccio strada verso la porta.

Escono fuori, fianco a fianco, il cavaliere e la bambina, un vecchio ricurvo e un fiore giovane che si erge radioso sul suo stelo. Ridono sommessamente, parlottando con complicità. Lo ha trovato infine il suo Graal, il vecchio cavaliere. Sorride incantato davanti all'offerta delle mani della bimba, una gigantesca BluTazza di té fumante. "E' buono" dice lui, "con cosa lo prepari?". "Un infuso di sogni" risponde lei, semplicmente, perché non c'e' niente di più semplice del té. Lui ride, tenendosi la pancia, ride di gusto come mai aveva riso. Poi, pian piano, si allontanano nel crepuscolo della sera, inghiottiti dal morbido chiarore della nebbia che avvolge ogni cosa della luce tenue dei lampioni.

Più dietro, nel salone della stazione, un piccolo putto svolazza grassoccio ammicando con i suoi riccioli d'oro sopra le teste dei passanti affrettati, poi si ferma, vede un elmo rovesciato al centro della sala, e ci piscia dentro esclamando: "in culo il design"!


È una strada lastricata, amore
dove passa l'innocenza
e dopo noi che siamo senza
poi l'angelo senza di noi.

volamiaddosso
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categoria : il viaggio



giovedì, 29 dicembre 2005,ore 22:33

E allora, se non lo puoi vedere da sola, ti ci porto io, sopra le nuvole, a trovare il cielo. Perché é quello che vuol dire essere amanti, no, non é forse prendere l'altro per la mano, proprio lì, nel centro di una via avvolta nel grigio di un gelido inverno, e strizzargli l'occhio indicando un punto lassù, oltre il margine estremo del nostro sguardo vacuo, dove ora non puoi vedere, per ricordarti che il cielo sta lì, appena oltre quel manto di bianco che avviluppa nella sua morsa la tua coscienza. E tu, dolce mio amore, non guardare il mio dito, ma alza il tuo capo, lentamente, lentamente, verso quel punto che è la meta del nostro viaggiare. Appena al di là di questo bianco mare. Eppure vicino, se solo lo vuoi, e ti fermi a guardare.
Sei pronta amore? Seguimi dentro. Che voglio donarti, in questa notte, i miei pensieri per farne lanterna. Andiamo.

volamiaddosso
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