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Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
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A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

sabato, 28 gennaio 2006,ore 13:01

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.

E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall'incubo delle passioni
cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un'immagine divina
di questa realtà.

E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

(F. Battiato)

volamiaddosso
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categoria : teoremi e corollari



martedì, 24 gennaio 2006,ore 18:45

Alla fine, uscì dalla nebbia. O meglio la nebbia uscì da lui. Semplicemente si ritirò, lentamente svaporando, come se le singole particelle, in una gigantesca contrazione, collassassero l’una sull’altra lasciando, infine, passare la luce ed i colori.

Rumore dell’infrangersi dell’onde, rumore di risacca. E tiepidi stridii di gabbiani, a forare il silenzio umido. Arriva il vento, pian piano prima, appena un soffio, a muovere gli steli d’erba disperdendo la memoria impressa da un piede incerto e scalzo.

E’ corto il fiato, arrancando su per il crinale. E poi, tra i cespugli di rosmarino e la ginestra, arrivi al mare. Lo senti soltanto dapprima, lo intuisci subito dietro all’orizzonte della duna, come un sipario inverso che tramonta, anziché sollevarsi, scoprendo la scena.

E poi lo vedi, il mare. Il mare. Come lo scrivi il mare, vecchio? Non puoi con le parole, non si può scrivere così, il mare. ci vuole l’acqua per scrivere il mare. Ci vuole il sale. Tanto sale. Nei capelli, negli occhi, nell’anima. Allora sì, che puoi scrivere il mare. Altrimenti, quello che puoi fare è solo sederti lì, su quella duna, a riposare le tue ginocchia stanche e quel canovaccio di vita che ti porti addosso, per lasciare per un momento, allentate le cinghie di cuoio logoro, che l’armatura che indossi come un guscio riposi lontano.

 

Si siede il cavaliere, e finalmente tace. Tace dentro, uno di quei silenzi così belli che ti vien voglia di non parlare mai più, per il resto del tempo. Di lasciare parlare il mondo, che lui sì che ne ha da dire, ma non tu, anima inquieta, che solo aneli di riposare. I capelli, scarmigliati al vento, che ancora recano il segno di un pitale o di un elmo che forse era stato, e che è rimasto indietro, dimenticato.
Si siede il cavaliere e resta lì, seduto. Mondo 1 - cavaliere 0, ora tutti negli spogliatoi, che è solo pausa, l’incontro non è finito.
Quanti pugni diamo, nel corso di una vita? Quanti calci e morsi e strappi tiriamo, finché a far male non sono più le gambe, le braccia, il torso, le parti colpite no, ma sono le mani e i piedi e i denti, che a furia di affondare ci si stanca di più che ad essere affondati. D’altronde non è forse quello vivere? Trovare la forza di dare un altro pugno, un altro calcio, un altro morso, per poi sedersi, le membra dolenti, vicino al corpo del nemico, a riposare in pace, sfiniti, stretti in un abbraccio?
Resta così, seduto, il cavaliere. Bello guardare il volo degli uccelli tracciare geometrie imperscrutabili in un cielo così azzurro che il mare, guardandolo, gli viene da imitarlo. Il vento soffia più deciso ora. Gentile, ma deciso. Accarezza la superficie, titilla le creste delle onde, rubando sbuffi di spuma che odora di pulito.
Sedendo e mirando. Sovrumani silenzi, e profondissima quiete.

 

Poi, la vede. E ’ lì da un pò, sembra evidente. E’ seduta di fianco a lui, e guarda il mare. I neri lunghi capelli sciolti che ondeggiano delicatamente, leggeri, una mano appoggiata ad una guancia, a tenere dritti i pensieri, rivolti al vento come una vela. E’ lì e non è lì. Sulla prua di una barca. Navigando. Ti giuro, lo vedi. Se le guardi gli occhi lo vedi. Lo ha dentro agli occhi, il mare. Lo vedi, se ci guardi dentro, incresparsi, alzarsi, placarsi. Esser tempesta ed esser bonaccia. Diventare nero, e tornare blu. Il mare gentile, che è madre e vita. E l’onda che squassa e strappa e scassa. Lo vedi vivere. Pulsare. Proprio lì, in quegli occhi. E lei, in quegli occhi, è lì, sulla prua di una nave, al periplo della sua coscienza e oltre, verso il futuro. Invitami ora, ti prego. invitami, sulla tua barca. Ma fallo ora. Invitami a salire, dentro di te, fino al tuo cuore.

 

Il cavaliere la guarda, la divora. Non può farne a meno. Come puoi non guardare la perfezione di un viaggio? Ti ci perdi dentro, credimi. Vorresti smettere, far finta di scappare, per vedere se girandoti è passato e non è più lì. Magari va e mentre non guardi si allontana, lasciandoti libero di restare. Ma come fai, a non guardare la perfezione di un viaggio? I luoghi puoi lasciarli, dalle mete sei libero di andare. Ma non dal viaggio. Il viaggio ti impone di partire. La perfezione di un viaggio, non ti chiede e non ti da scelta.

 

- Ho perso una bambina - dice lui, nel silenzio rotto dalle grida dei gabbiani.
- La tenevo per mano. Poi, siamo entrati nella nebbia.
Silenzio.
Il rumore del mare giunge lieve, quasi ipnotico, a cullare le loro anime ferite.

 

Lei, piano, dolcemente, si rivolge verso di lui. Con lentezza. Lo guarda, ma lo vedi che sta ancora virando, la barca dietro ai suoi occhi, la senti l’inerzia di quel veliero che si rivolge
i n e s o r a b i l m e n t e
ma piano, verso di lui.

Silenzio.

Un sorriso.

Silenzio.

Un sorriso.

Oh

Issa

Oh

Issa

Oh...

- Mi sento pesante come se avessi bevuto tutta l’acqua del mare - dice lei, sorridendo dolcemente. Una ciocca di capelli le scivola sopra un orecchio, accarezzandole lentamente, per qualche secondo, il bellissimo viso. 
Prendi un uomo, come un barattolo. Togligli il tappo del cuore e prova ad infilarci dentro tutto l’amore che puoi. Poi prendine altro, avviluppalo stretto, e spingilo dentro. E ancora. E ancora. Quanto amore può contenere un uomo? Quanto ce ne entra, prima che si rompa? Quanto bene, quante parole, quanto desiderio di lei, dei suoi fianchi, del suoi seni gentili, del suo sesso morbido sotto la sua carezza, di un abbraccio intenso che scioglie la neve e inonda la sabbia, di una cascata di baci che bagna due corpi come pioggia di marzo, quanto dico, quanto, può contenerne un barattolo a forma di cuore?

 

Sipario. Luci in sala. Come era, dove era. Rumore di sartiame dal proscenio.  

Buio. Scrocchi di tosse. Il grido di un gabbiano e l’odore del mare. Come fosse lì, a pochi passi. Qualcuno si guarda intorno, per un istante rapito. Salmastro intenso nell’aria. La platea si fa attenta, che comincia il viaggio.
Si alza il sipario.

[Una barca rovesciata e un vecchio pescatore intento a riparare una rete. Maglia. Dopo maglia. Dopo maglia. L’amore va rammendato va. Fili di parole a formare una trama di sentimenti. E buchi e strappi da ricucire con pazienza.
Snuff snuff in lontananza, come il respiro meccanico di una macchina.]

Quella sera erano tutti lì, ad aspettare che passasse la Balena. La gente s’era radunata in capannelli ordinati sugli argini del fiume. Più tardi si sarebbero chiesti perchè centinaia di londinesi borghesi, nel cuore della notte, si fossero sollevati dai loro letti, nelle stanze cha ancora echeggiavano di scene di vita coniugale condita di pudding, e avvolti nelle aureole di luce azzurrina dei televisori delle camere da letto, le vestaglie di tweed allacciate blande in vita e le pantofole calzate pigramente, fossero usciti fuori nel freddo pungente di una notte di inverno per vedere la Balena. C ’era un silenzio religioso sulle sponde del Tamigi. Si erano assiepati lì, sui greti subito fuori della città, come sulle tribune di uno stadio, in piedi fermi e zitti come se le comparse di un film horror si fossero date convegno per la foto di gruppo alla fine delle riprese, mentre i loro fiati disegnavano arabeschi fumosi nell’aria umida della notte londinese. Per vedere la Balena. Come te lo spiego, quello che si prova? Che diamine, dovevi esserci, lo sentivi che dovevi. Era qualcosa che partiva da dentro, da sotto, dalle viscere, che ti prendeva e ti costringeva ad andar lì, a quel bizzarro appuntamento. Dovevi esserci, questo ti avrebbero detto se gli avessi chiesto perchè. Quando la vita decide che tu ci devi essere, non hai mica scelta. Vai e basta. Per vedere e per capire. Per essere parte della Storia. E stavano lì infatti, gli occhi fissi su un punto in lontananza proprio al limitare della notte, tutti tesi e concentrati a fissare quel punto oltre il quale la nebbia e l’oscurità impedivano di vedere, concentrati ti dico, erano concentrati, per vedere arrivare la Balena.
C’erano anche dei bambini, gli occhi un pò assonnati, le manine tese in quelle dei genitori, imbacuccati in patchwork improbabili dai sentori di lette e minestrone, con gli sguardi che facevano su è giù dall’argine al fiume alle facce dei parenti, cercando di cogliere nei loro occhi l’attimo in cui, magicamente, qualcuno l’avrebbe vista apparire.
C’erano pure delle coppie di fidanzati, quella sera sull’argine del Tamigi. Li riconoscevi facilmente, i fidanzati. Le braccia di lui buttate come uno scialle attorno a lei, che appoggiava la testa sulla sua spalla e sussurrava qualche parola dolce al suo orecchio. Li riconoscevi. Galleggiano, i fidanzati, anche quando sono sulla terra. Sono i risolini, le parole sussurrate, le carezze su quei bei capelli lunghi e neri di ragazza, le parole d’amore biascicate, dette e non dette per paura di rompere il calice fragile del desiderio di lei, che li tengono sospesi. Che li fanno galleggiare. C’eravamo anche noi lì, io, te e un amore grande in una bimba così piccina sulle spalle, ad aspettare la Balena. Perchè quando la Balena passa, non puoi non esserci.
L’aveva detto la televisione. A darla per prima era stata una cronista con i capelli a caschetto, il volto maculato di lentiggini e le lenti dei grossi occhiali rese lievemente opache da quella pioggerellina leggera ed incessante che da giorni stava bagnando la City. Nella sua cerata gialla, con il cappellone da marinaio che lasciava fuoriuscire una ciocca scompigliata ad arte (c’erano voluti venti minuti di trucco prima delle riprese per ottenere quell’effetto così casual e al contempo elegantemente londinese) con il grosso gelato ricoperto degli adesivi dell’emittente nazionale, si era sottoposta ad una stressante sessione di brainstorming di tre ore nel cuore di quella notte umida di Gennaio per trovare, a tavolino, il modo migliore di dare la Notizia. Città cosmopolita, Londra. Incrocio di vie, di anime, di razze e di culture. Città di uomini grigi e di donne velate, di teatri, di luci, di ponti e torri e ponti-torre. A Londra, sei rosso o sei nero, non gliene frega un cazzo. Anzi, ci si sente a suo agio con il rosso ed il nero, Londra. Scegli. Cab or phone, as you wish. Città che pulsa e che vive. Come il cuore di una donna. Come un mimo di strada. Come una giostra ferma attorno a un mondo che gira, se ci sei sopra. E allora vai, pubblicità, carosello e poi tutti sopra a veder passare la Balena.

- Ma ‘ndo sta, ‘sta Balena? Ariva o no?

- E allora, si fa mica così, che uno si alza nel cuore della notte aspettando la Balena e quella non passa!

- Quite, please.

- Ma quait de che... ma arriva o no ‘sta bbalena???

- E daje, stava a Sutend due ore fa, je devi dà er tempo de virà, pora bbestia.

- No se ghe vede gnanca a biastemare...

- Quite, please.

 

Arriva, arriva la Balena. Quando meno te lo aspetti, lei arriva. 
La vedono emergere per primi, dal buio che li circonda, quelli della sponda orientale, che hanno i riflessi del Big Ben in lontananza a demarcare la linea del nero, e quindi vedono rompersi l’acqua scura.

- Una pinna, lì!
- No, no, non è lei.
- Ma sì, ma sì ti dico, eccola, guarda...
- Where?
- Lì!
- ‘Ndo?
- E daje.
- Straight there!!! 
- Where?
- ... 
- Vista ?
- Where?
- ...
- Dere!!!
- Yes.
- Davvero?
- No.
- Là-bas!!
- No se ghe vede gnanca a biastemare...
- A Rei Ciarles, ma vvedi de levatte sto prosciutto dall’occhi!!!
- Quite, please.

Arriva la Balena. Le hanno dato anche un nome, Willy. Per essere originali. Mi piace pensare che all’autore che ci si è spremuto le meningi, dopo mezz’ora di sforzo, abbiano dato un bicchier d’acqua del fiume, per schiarirsi le idee. Eutanasia nel caso, non omicidio, ne sono sicuro. Qualsiasi pm lo sa, che non potrebbe vincerlo il processo. Battezzata nella merda, povera bestia, altro che Gesù Cristo nel Giordano.
Buffa la vita. Quando passa, la vedi negli occhi di tutti, la domanda. La guardano morire, lentamente, ed eccola lì, che affiora pian piano alla superficie delle nostre coscienze sedate, l’inquietante interrogativo.
Perchè.
Se lo chiedono tutti. Chi subito, quando la vede arrivare, nuotando decisa controcorrente mentre caparbia risale il fiume melmoso. Chi dopo, quando la vede passare sul ponte di una chiatta lurida che la riporta indietro, morente, verso il mare. Perchè quell’animale, così bello e imponente, è venuto a nuotare fino a qui, dove l’acqua è così inquinata da ucciderla. Mette tristezza, solo il pensiero. Mette paura. C’è qualcosa che ci disturba, sottilmente, in questo interrogativo. Li vedi, tutti, avviliti, che guardano la chiatta allontanarsi con il suo carico di morte. Sconfitti. Sbalorditi da quella domanda e da quello che affiora, come il dorso di quella cara balena, insieme ad essa.
Perchè.
Se lo chiedono tutti, il perchè. Perchè non dolcemente, se merita di andarsene come una piuma, mi hai detto un giorno. Se la fanno tutti, la domanda, credimi. Quando se ne va un padre. Quando se ne va un fratello. Quando se ne va un amico. Quando se ne va un amore. Quando se ne va una balena.
Perchè.
Mi piace pensare, guardando la balena, che in quell’ultimo barlume di coscienza composta e vigile l’animale restituisca quegli sguardi, come un King Kong ferito in cima un grattacielo, con il cuore in mano e l’anima sdrucita buttata addosso sulle spalle a mò di scialle.
- E perchè no - mi risponde lei silenziosa, strizzando l’occhione grosso che già si vela di opaco – In fondo ho sempre desiderato capire, con tutta me stessa, come vivete voi, che in questa merda ci passate tutta la vita. Ora lo so, e quindi finalmente posso amare veramente il mare. Vale la pena di morire, per qualcosa che si ama davvero. Vale la pena di morire, per imparare ad amare.

E se ne va così, con la bocca aperta in quello che molti chiameranno rantolo, ma che io sono certo, è un grosso sorriso. E io come gli altri, restiamo a guardare.

Voce fuori campo: secondo l’emittente britannica Sky, addirittura una seconda balena sarebbe stata avvistata nel Tamigi all’altezza di Southend-on-Sea, località situata nella sponda nord dell’estuario del fiume britannico. Forse nuotavano insieme, in mare aperto. 

- Chiamala Alle - fa la ragazza con una voce dolce e triste che spezza il soffiare del vento.
- Cosa ? - il vecchio si gira verso di lei, fissandola stupito, senza capire.
- La Balena, nel tuo racconto. Chiamala Alle - ripete lei, continuando a guardare il mare davanti a sé.
- ...
- Con due elle.
Lui tace per un pò, guardando le onde che si avanzano dolcemente, per infrangersi in un soffio di spuma sul bagnasciuga.
- Con due elle, non è sbagliato? - le domanda lui dubbioso, senza guardarla.
- Sarebbe sbagliato con una elle sola, semmai - gli risponde lei, senza parlare.
E si danno la mano, stendendosi al sole ad asciugarsi l’anima zuppa.

E via così. Come la polena di una nave, ti bagni di immenso e procedi nel viaggio. E noi dietro naviganti, guidati da quel filo di vento che sappiamo far bastare, per tenere la rotta verso di te.

 

Non ce l’avrò mai con te, amore mio. Semmai ce l’ho con il mondo, che decide da che parte va la corrente.

 

Titoli di coda

Musica di sottofondo: addio, e grazie per tutto il pesce (D. Adams)

volamiaddosso
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categoria : il viaggio



venerdì, 20 gennaio 2006,ore 21:50

Finalmente a casa.. Rimetto delle mura intorno a quest'anima che continua a cercar di guizzare via, a questo pensiero che viaggia, come un raggio danzante di luce, verso di te.
Difficile è trovare il coraggio di scrivere. Difficile è superare la barriera di potenziale che i pigri elettroni della mia coscienza devono saltare per avviare la reazione che scatena la valanga. La tentazione peccaminosa del foglio bianco che seduce con il suo infinito silenzio carico di tutte le parole che potrei dirti ma che solo nel silenzio possono coesistere. Da sempre la sento, la resistenza ad esprimere, a rendere tangibile, quello che in potenza é infinito, e che solo nel momento in cui diviene parola si fa piccolo, inadeguato, parziale, ma comincia ad esistere. La creazione é un atto di amore. D’altronde, in principio era il Verbo, dice la Bibbia. Davvero sono cosi' forti le parole? Io lo credo.

E torno con la mente ai momenti di questa giornata. Seduti in un angolo di nulla che circonda i nostri infiniti spazi. E tu sorridi, e cominci a parlare, cancellando con un panno bagnato la lavagna dei miei pensieri, rimuovendo con gesti delicati e naturali le tracce di chi prima vi ha lasciato dei segni. Sorridi, e dilaghi nel salotto della mia mente, sedendoti comodamente tra le pieghe dei miei pensieri, in un divano invisibile che sembra troppo piccolo per contenere l'immenso io che straripa dalle tue parole. Sei compiaciuta mentre mi parli, lo percepisco, perché senti che sto facendo posto nel magazzino dei miei sensi per accogliere le immagini che mi trasmetti. Perché senti che ho spazio per te. E ti stropicci comodamente nella mia mente, e tiri su i tuoi piedi scalzi perché sai che ti sto concedendo di appoggiarli sulla pelle consunta del mio cuore di uomo. E' bello ascoltare le cose che dici, é bello sentire l'eco delle onde dei tuoi pensieri che si frangono contro la barriera della tua consapevolezza, mentre argini il flusso di un oceano padre che hai deciso di mostrarmi, goccia dopo goccia.

E siamo lì, in piedi sull’orlo delle nostre ombre allungate nei lampioni di una sera di inverno, mentre ti saluto avvolgendomi nel mantello ruvido del mio imbarazzo quando avrei voglia, contro ogni logica e convenzione, di chiederti di danzare con me. E vado via, cullato dalle note di una canzone che mi parla di te, perché in questo momento ogni cosa mi parlerebbe di te, e lo stesso rombo del motore diviene la rimembranza dello sciabordio dei tuoi pensieri. Sorrido, ripensando ai momenti trascorsi, a quel senso di armoniosa gioia che ho provato tutto il giorno conversando con te. Mi scopro ad immaginarci come due cuccioli di lupo che giocano rotolandosi sul candido manto di neve bianca, in cui soli tu ed io stiamo lasciando le impronte delle nostre identità. Mi sento inadeguato, quasi mi vergogno di provare queste sensazioni, come se il tempo esiguo della nostra conoscenza mi negasse il diritto di respirare il profumo della tua personalità, di godere della morbida luce che la tua aura briosa emana.

E poi mi sovvengono le parole di una canzone dolcissima che ho imparato vorace a gustare:: "C'è un trionfo di stendardi dove termina il dolore, e dopo centomila ore non c'è un minuto di più". Davvero siamo così? Davvero giunge un momento in cui, dopo centomila ore, non c'e' più posto nemmeno per un minuto, per il dolore delle esperienze passate? E' dunque questo il segreto per cui ti sento così vicina? Solo perché sono pronto ad avere vicino qualcuno?

Non so rispondere a questa domanda, poiché le sole parole che posso usare sono quelle che affiorano alla mia coscienza che ora é così pregna di te da non distinguere gli altri odori. Con i sensi intorpiditi mi muovo cercando di trovare una lettura alle mie sensazioni. Una cosa so, una cosa bellissima che affiora alla mia mente sospinta dalle note melodiose della canzone: "Io non ti voglio sfiorare, io ti voglio amare". Amare é conoscere, compenetrare, immergersi. Ma non nelle parole. Nei pensieri. Ecco perché scrivo. Eterno sconfitto, destinato a perdere, e perdermi, nel mio eterno errore, di rendere parola i miei pensieri.

 

Guido piano, e conduco svogliatamente la mia anima inquieta lontano da te.

volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



venerdì, 13 gennaio 2006,ore 01:49

A toi
A la façon que tu as d'être belle
A la façon que tu as d'être à moi
A tes mots tendres un peu artificiels
Quelquefois

A toi
A la petite fille que tu étais
A celle que tu es encore souvent
A ton passé, à tes regrets
A tes anciens princes charmants
A la vie, à l'amour
A nos nuits, à nos jours
A l'éternel retour de la chance
A l'enfant qui viendra
Qui nous ressemblera
Qui sera à la fois toi et moi

A moi
A la folie dont tu es la raison
A mes colères sans savoir pourquoi
A mes silences et à mes trahisons
Quelquefois
A moi
Au temps que j'ai passé à te chercher
Aux qualités dont tu te moques bien
Aux défauts que je t'ai caché
A mes idées de baladin

A la vie a l'amour
A nos nuits, a nos jours
A l'eternel retours de la chance
A l'enfant qui viendrat
qui nous ressemblera
qui sera a la fois toi et moi

a nous
aux souvenirs que nous allons nous faire
A l'avenir et au present surtout
A la sante de cette vielle terre
qui s'en fout

A nous
A nos espoirs et a nos illusions
A notre prochain premier rendez-vous
A la sante de ces milliers d'amoureux
Qui sont comme nous

A la vie a l'amour
A nos nuits, a nos jours
A l'eternel retours de la chance
A l'enfant qui viendrat
qui nous ressemblera
qui sera a la fois toi et moi

(Joe Dassin)

volamiaddosso
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categoria : teoremi e corollari



lunedì, 09 gennaio 2006,ore 01:15

- Non ho mai capito perchè debba essere così facile mandare a quel paese qualcuno e così difficile dire mi piaci - disse il vecchio cavaliere.
- Infrastrutture,  dette anche seghe mentali - rispose lei, sicura, appoggiandosi al bancone della locanda con l'aria tronfia di chi, pe rla vita come per il vino, è al secondo giro di boccali.
- Ah si, conosco...  beh, ne abbiamo tutti una scorta, per le nostre serate solitarie - replicò il vecchio con un sorriso - il problema è semmai, quando siamo in compagnia, lasciarle a casa.

 

volamiaddosso
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categoria : teoremi e corollari