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Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
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A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

martedì, 14 febbraio 2006,ore 01:57

Ad Ariel, che scatena le tempeste, e poi si siede al centro di una piazza ad aspettare

 

Lui, il mare lo conosceva davvero. Era cresciuto ad Ortigia, la vecchia città-isola al centro di Siracusa, posta da antichi dei che avevano abitato quelle terre e i monti del parnaso, al centro di quella che in un era lontana era stata una e cinque città al tempo stesso. Pentapolis, la chiamavano i greci, Siracusa. Una città fondata sulla pietra bianca, calcarea, tra un mare di un blu intenso ed un cielo giovane che parlava di viaggi e gesta di eroi, celebrata dai cespugli di timo, dal rosmarino selvatico, e dalle zagare in fiore. Mettici un sole giallo, caldo, a volte ardente, ma sempre amico, e delle case bianche, che si affacciano sul mare e sul porticciolo dei pescatori, e ora socchiudi gli occhi, per filtrare tuta quella luce, e allora lo vedi, mio padre, nelle sue braghette corte di bimbo, sdrucite e un pò larghe a segnare il passaggio di una tribù di fratelli che dentro a quei panni ci sono entrati, cresciuti, ed usciti, come a far la fila davanti allo sportello della vita, lasciando ognuno un segno, una macchia, una piega, a testimonianza di un vissuto di un epoca preistorica in cui ancora non ci chiamavamo consumatori, ma in cui consumavamo davvero qualsiasi oggetto, fino a quando non diventava parte di noi.

Eccolo lì, lo vedi, quel bambino con i riccioli, di circa cinque anni, che corre in mezzo ad un'onda di altri bambini che si infrange come uno scroscio di saponata per le basole bianche delle vie lastricate della città, tra grida e schiamazzi?. Pippuzzo, nono di nove anime messe al mondo come matrioske russe da una donna amorevole, che ha indossato il lutto da troppi anni ormai per non essere divenuta parte di quel nero sfondo silente che accomuna le scene di vita di qualsiasi paesino del meridione, e di un uomo giusto, come credo mio nonno sia stato. Capomastro lui, una sorta di "ingegnere edile" diremmo oggi, solo che fatto di filo a piombo e di livella anziché di conti e di ingegno, uno degli autori di quelle facciate di chiese barocche che ancora, quando vai da quelle parti, ti ritrovi a domandarti se sono opera di Dio, o forse di uomini onesti che attraverso quelle volute agili e quei frontoni a sbalzo, cercavano di afferrare le virgole di nuvole di passaggio in quel gran cielo terso. Capomastro, e Partigiano. Insomma, schierato. Dalla parte sbagliata forse, per il suo lavoro, visto come sarebbero andate le cose, ma schierato. Ma questa è una storia da venire.

Pippuzzo e il mare. Sembra bello, potrebbe averlo scritto Emingway, magari prima di cambiar il titolo in qualcosa di più "politically correct". In tutti questi anni, negli occhi di mio padre, il mare c'e' sempre stato. Una sorta di irresistibile richiamo, il legame simbiotico di un uomo con quell'acqua che lo ha visto crescere, cambiare, passare per tutte le età e per tutti gli stadi, della sua vita. Un legame nato proprio lì, ad Ortigia, in questa sorta di città isola bianca, un giorno d'estate, quando era piccino. ancora lo vedo, mentre scrivo, in quella scena che tante volte mi ha raccontato, con un velo di nostalgia, quella nostalgia bellissima che un uomo prova anche in fondo alla sua vita se si ferma a pensare, per un momento, a quand'era bambino in un giorno di sole. Al giorno in cui il bambino incontra il mare. Pippuzzo il mare lo aveva incontrato, come molti bambini di Siracusa, attraverso le robuste braccia di qualche altro fratello più grande, che un giorno aveva deciso che era giunta l'ora di ridare al mare quello che, ancestralmente, dal mare proveniva, scaraventandolo giù per il parapetto che separa la fonte Ciane, dove crescono i bei papiri d'Oriente in quell'acqua dolce che sgorga ai bordi del mare, dall'acqua scura del Porto Vecchio. E lì, in quella sorta di ritorno forzoso nel liquido amniotico, in quel gesto che può sembrare violento e spietato (la fonte si trovava a circa 5 metri dalla superficie del mare), si compiva la sorta di rituale tribale che consacrava quei bambini al mare, per il resto dei loro giorni.

Tornavi su, quando ti buttavano da quel parapetto, che non eri più uomo, ma già delfino. E da quel momento, dopo i primi istanti di panico e di confusione, il mare non lo lasciavi davvero più.

E i giorni diventavano un susseguirsi di tuffi e spruzzi e bagni, e di lunghe sedute sul molo del Porto, tra l'odore pungente del calafato, a guardare i pescatori a riparare le reti, in mano un cartoccio di ceci secchi o di bruscolini, a volte di arachidi (calacause, dette sconciamente in gergo, per le inquietanti proprietà lassative), aspettando la sera, per vedere uscire le lampare che andavano a mieter le messi di quel campo infinito che Dio, nella sua bontà e saggezza, ha regalato all'uomo.

Come lo vivi il mare, quando ogni giorno della tua infanzia, per tutti quegli anni felici che tutti portiamo in fondo al cuore come scrigni preziosi, lo passi giocando con la lama di un pesce-spada, o nascondendoti tra le reti, o in gare di tuffi o semplicemente correndo sul molo, a lanciar sassi sulla superficie dell'acque calme, contando i rimbalzi? Diventa una parte di te, ne sono sicuro.

Negli anni a venire, mio padre sentì spesso il desiderio di tornare nella sua terra. Mia mamma, francese come Maria Antonietta nei modi prima che di fatto (anagrafe vuole che lei sia nata a Genova, ma son sicuro che sia successo in una giornata di tempesta, e con le spalle rivolte al mare) ha sempre pensato che gli mancassero i paesaggi familiari, i suoi genitori, sulle cui tombe andava ogni anno a dare un silenzioso saluto, o lo stuolo di parenti che, come una tribù di pinguini ogni volta faceva la comparsa, proclamando l'esistenza dell'ennesimo membro coinvolto in parentele improbabili, ma io lo sapevo, che a mio padre, ciò che mancava sul serio, ogni volta, era il mare.

Tornava lì, ogni anno, brigando fino all'ultimo per trovare una casa vicino alla spiaggia e poi, ogni giorno, per tutti i tre che poi diventavano cinque e poi sette e poi otto e poi torno domani, usciva la mattina e si incamminava, scalzo, sul bagnasciuga, respirando in silenzio, e felice, quell'aria che lo rimandava ai giorni di bambino, mentre il mare amico gli lambiva i piedi salutando il ritorno del figliol prodigo, anno dopo anno, alla sorgente.

 

[Una musica dolce si leva mentre quell'immagine, davanti ai miei occhi, diviene una cartolina, ora in bianco e nero, di una spiaggia e di un bimbo che guarda il mare]

 

E poi, arriva la guerra. Pazzesca la guerra. E' una cosa che non puoi capire, se non l'hai fatta la guerra. E noi non l'abbiamo fatta. Stiamo dietro trincee, è vero, ma la guerra, quella vera, non l'abbiamo fatta. Per fortuna. I racconti di guerra di mio padre sono sempre stati molto belli. Sembra strano dirlo, visto che nella guerra non ci dovrebbe essere niente di bello. Ma anche quelle scene, viste dagli occhi di un ragazzo, in qualche modo, assumono una connotazione smussata, che fa arrivare i rumori ma non i colpi, la polvere ma non il sangue, alla soglia della coscienza. Per capire la guerra devi capire i gesti, quei gesti che rimangono impressi per tutta la vita nella testa di un ragazzo. Se chiedevi a mio padre cos'era la guerra non ti parlava di soldati e morti, no, anche se qualche fratello, la guerra, se l'era portato via. Ma quando si è in nove, il branco continua. Quando chiedevi a lui della guerra, Pippuzzo ti rispondeva, che ricordava la fame. Fame atavica. Quella fame che solo un genio come Totò ha saputo rappresentare, nel gesto semplice, davanti ad una montagna fumante di spaghetti, di infilare ciuffi di pasta nelle tasche. Ecco, in questo mio padre era la rappresentazione vivente di quella caricatura. Lo vedi, il ragazzino di 15 anni, ad arrancare per i viottoli polverosi di una trazzera sotto il sole cocente, con sulla schiena un sacco di patate che è più grosso di lui, dalla base alla cima, mentre trascina quello strano bottino per ore e ore, puntando sicuro, e per la strada più corta, verso la casa lontana.

Praticamente, nel tempo, i ricordi di mio padre sono ingialliti come visti attraverso una fettina di patata. Le vedi ovunque, le patate, nei suoi ricordi. Sotto le braci. In grandi paioli. Mentre tutti si sta intenti a pelare. Sembra di essere in un quadro di Van Gogh. Ma con più sole. Il che potrebbe essere uno svantaggio se il sacco lo devi trascinare per ore.

E, attorno a quelle patate, si stringe nell'immaginario paterno, l'intera tribù. Fratelli al vento, sorelle sarte, un padre sempre più taciturno ed una mamma nera sempre pronta ad invitare, dalle case vicine, ulteriori bocche di gente che in quelle patate vede la speranza di un mezzo pasto per un giorno ancora. Patate, patate ovunque, e qualche pesce, quando si può, sono questi i ricordi di una guerra, una sorta di guerra fredda, anche se di freddo non c'è proprio niente, ma tanta polvere e sudore, mentre un bambino cresce e diventa adolescente per capire che gli uomini, del mare, avranno sempre paura, perchè il mare è spazio, e dove c'è spazio c'è la condanna, biblica e infinita, della meschinità umana che rinchiude e trincea i sogni dietro alle patate.

 

Non saprei dire quando il cinematografo arrivò in Sicilia, se prima, mentre o dopo le bombe. Ma quando sei ragazzo, le bombe non le vedi e non le senti (e il cinematografo neppure, se non hai i piccioli). Pippuzzo & C. di piccioli ne avevano sempre pochi. "mancavano sempre 99 centesimi per fare una lira", ripeteva spesso mio padre ricordando quei giorni. Il che all'incirca la dice tutta. Però il cinema, a modo loro, lo vedevano. A modo loro. Cioè uno lo vedeva. Estratto a sorte. A volte su votazione generale, gran cosa la democrazia. Gli altri, fuori. Ad aspettare. Finito il film, dopo che anche il cinegiornale era passato, riunione generale, giù al molo. E lì partiva il racconto. Nel dettaglio eh. Mica in sintesi. Anzi, diventava una gara. E così, ad ogni visione, il film diventava più lungo, con più dettagli, e tutta la comitiva si fermava in silenzio ad ascoltare le avventure di Tommy Mix (o come diavolo si chiamasse, cowboy ovviamente, il western andava forte in Sicilia, forse anche per un innata familiarità con i panorami aridi e i cactus all'orizzonte), che nelle versioni successive dei fortunati che sapevano e, dietro insistenza della ganga, rivelavano, cresceva e si delineava sempre di più ad ogni repetitio. E' da quello che, crescendo, ho respirato il desiderio di affabulare, di raccontare e di raccontarmi. Da quei film in bianco e nero, in cinema arene rumorose che non ho mai visto direttamente, ma che sono lì, appena dietro alla soglia della mia consapevolezza, legata ad un filo che unisce la nostra storia con quella di chi ci ha preceduto.

Per quei ragazzi l'affabulazione diventava un'arte che si respirava, giorno dopo giorno, come il mare. Sulla piazza grande, subito davanti al Duomo del Cristo Re, la domenica compariva il puparo, con le sue storie magiche. Storie di dame e cavalieri, di Rolandi resi furiosi dalla gelosia e Rinaldi in campo e lance in resta. Tradizione orale, se delle migliori non saprei dirlo, ma sicuramente rigorosamente gratuita. E quindi ben accetta.

Peraltro non l'unica rappresentazione messa in scena, davanti al Duomo del Cristo Re. Ogni tanto, quel tanto che bastava perchè gli incauti acquirenti si dimenticassero di lui, appariva anche il Bistecca. Bistecca era all'incirca l'equivalente di quanto si vede oggi nelle televendite di nicchia. Una sorta di ciarlatano-cialtrone-guaritore. Mai saputo se personaggio reale, o frutto dell'immaginazione paterna. Ma d'altronde, come ti ho detto, questi ricordi sono miei solo come di seconda mano, e quindi te li passo così, come fossero veri.

Bistecca insomma, sulla piazza del paese, ci vendeva all'incirca un pò di tutto. Dagli unguenti miracolosi alle pozioni d'amore. Il prezzo non è dato saperlo ora in prima battuta. Ma è irrilevante. Era un economia molto semplice quella che vigeva in quei giorni lontani, un economia fatta di un misto tra il baratto e l'uso del conio, in cui un ragazzo sapeva far conversione immediata di qualsiasi bene nell'equivalente in patate per lo meno, o se particolarmente dotato, in racconti di storie lontane.

Davvero, qualsiasi cosa era merce di scambio. Anche le storie. Da cui la mia incertezza sull'effettiva esistenza del Bistecca, che potrebbe egli stesso esser frutto di un fugace scambio di novelle. In ogni caso, lui c'era, e non era mai solo. Bistecca lavorava con uno o due compari. Come è logico che sia. In pratica, lui apriva le danze con l'imbonimento di una qualche pozione, e i compari fornivano la prova tangibile dei risultati miracolosi, o facevano da contrappunto negandone gli effetti e venendo quindi sbugiardati pubblicamente. Praticamente quello che succede nei nostri faccia a faccia elettorali, ma sessant’anni prima, e in qualche modo, più onestamente. O almeno, con meno pericolo.

 

La guerra dicevamo. Mi ci sono fermato parecchio, lo so. e ti ho tolto il mare. Perchè per quello che ti devo raccontare l'assenza del mare la devi sentire. Un pò come nell'amore. Se non perdi, non ti ritrovi poi. Così, in quegli anni, di mare ce n'è poco. Sta lì ovviamente lui, il mare, no, non si sposta mica. Sono gli uomini che non ci sono. Sono andati. a combattere,. A vivere. A crescere. Oggi non possiamo immaginarlo, completamente, come dovevano essere quei giorni. Giorni in cui un padre capomastro e partigiano resta su un isola, a far resistenza (morale prima che politica, suppongo io), mentre uno stuolo di figli si trasferisce a Roma, per studio o per diletto. Ma come fai a capirli, giorni in cui il padre è capomastro e partigiano, e il figlio, capostazione e fascista? Erano così, le forze in campo in quei giorni. A risultante nulla, ma tanto stridore. Però, quando ci ripenso, non posso fare a meno di provare una sorta di invidiosa nostalgia per quei momenti, per quei contesti di silenzi e liti e rispetto e vaffanculi sacramentati in nome di una idea, di un colore, di una fazione. Non giustifico, non fraintendermi, il sangue. niente giustifica il sangue. Ma il confronto. Il confronto dentro una famiglia in cui gli opposti coesistono e si tollerano, con difficoltà magari, ma si tollerano. A mio padre invece, sta cosa non è mai andata giù. Ce l'aveva con mio zio, profondamente, visceralmente, per quella sorta di sacrilegio dello scegliere lo schieramento contro cui, suo padre, aveva tanto lottato. Ma si sa, e lo ripeteva sempre, che i fratelli non si scelgono ma si vivono così come vengono. E il giorno che se n'è andato, mio zio, mio padre ha pianto ugualmente, e ugualmente portava sulla sua tomba i suoi passi stanchi di uomo e un fiore.

 

Anni difficili quelli. Sono gli anni di Roma città aperta, di un susseguirsi di camionette, di radio che trasmettono bollettini di guerra come cronache di calcio, che non sai mai se esultare o piangere per quei rigori segnati. E sono gli anni del liceo. Senza il mare, che il mare d'Ostia a chi era nato con il blu del cuore sembrava troppo pallido per crederci davvero.

Non so molto di quei giorni. Li immagino come le scene film neorealistico, di una pellicola muta, dove ogni tanto intuisci qualche colpo sullo sfondo, e un ombra che cade scivolando di lato, e ti affretti a non guardare, girando gli occhi per evitare che l'orrore di quei momenti diventi il Tuo orrore. Non sono anni da regalo, non sono anni da narrare. Sono anni senza mare.

Però, alla fine, il mare torna. In fondo ad un viaggio pazzo fatto di passaggi su camionette americane, tra barrette di cioccolata, ore di camminate in silenzio sul ciglio della strada, e ancora camionette e polvere e boogie woogie, musica dalle radio, finalmente!!!

Da Roma alla Sicilia, lo immagini quanto ci vuole. Allora, oggi ci metti circa un dieci ore, con il vento a favore e la Salerno-Reggio Calabria sgombra. Cioè mai. Bene. Ora prendi un branco di sbandati, non tre, quattro, ma migliaia, ecco, scegli tu, tedeschi, americani, non fa molta differenza, a parte la colonna sonora. Spargili lungo il sentiero, come se stessi salando una striscia di 1000 km seminando anime, goffe, che avevo su e giù come le formiche da una fessura tra due mattoni. Quando ci voleva per arrivare in Sicilia, nel 1945? Un giorno? Una settimana? Un mese? Non lo so, e credo che a questo punto non lo saprò mai. Ma non conta il tempo, se c'è tuo padre in fondo alla strada. Me lo immagino, Pippuzzo, intabarrato nel suo cappottino un pò sdrucito (sempre, ovviamente e immancabilmente, alla nona vita come un gatto), che punta dritto verso Sud, passo dopo passo, camionetta dopo camionetta, diretto ad un duplice incontro che ha aspettato a lungo, e che ora ad ogni istante diventa più vicino e più reale. Il padre e il mare. Il mare padre forse.

E così, alla fine, se procedi sempre dritto anima in spalla e l'Orsa dietro, al Mare ci arrivi. A Scilla per l'esattezza, su quello scoglio estremo che dal continente, ultima punta, si diparte verso l'isola, in un disperato impossibile abbraccio di amanti traditi , con le acque scure dello stretto. Arrivi lì, in un giorno di Settembre che forse era Maggio, o ieri, e ti fermi a guardare, sul ciglio del mondo. Davanti, il Mare. E' come se fossi lì anche io, vicino a mio padre, sovrapposto in un ricordo in fade out, mentre guarda/guardo le onde. Sul ciglio del mondo. Fermo sull'orlo del presente, a guardare il passato tornare indietro. Lo immagino così, mio padre, mentre riscopriva gli odori, in modo confuso prima, le zaffate di iodio e salmastro e il carrubo e la ginestra e il piscato e il sartiame, tutti lì, in un melange di sensazioni da separare  e sciogliere come le maglie di una rezza, da ordinare e catalogare nei cassetti della memoria, dividendo i colori ed il gusto e i rumori che ridanno spessore alle immagini sbiadite e appannate che giacevano in fondo alla mente, accompagnandolo in quegli anni Fellini, per tornare a sventolare come gli stendardi strappati di lontane battaglie. Posso quasi sedermici vicino, a mio padre fermo a guardare il mare, con gli occhi e il cuore che già sono avanti a correre su quel litorale amico, cercando il punto di un tuffo impossibile che lo riconduca su per la riva di quella terra natale.

E lo vedo vagabondare un pò, e chiedere a pescatori corrosi dal sole e dalla salsedine un cantuccio di speranza in una barcuzza che solchi quel mare, verso casa. Più tardi, negli anni che sono passati, ho rivisto mille volte quegli occhi, nei volti di quegli uomini arditi che sfidando le onde si riversavano in un grappolo di mani e visi e gambe sulle coste delle nostre terre d'Italia, abbordati dai grigi balenieri della Finanza mattanza. Lo sguardo di chi ha lottato, dentro prima che fuori, per guadagnare il diritto ad avere quel quadrato di spazio su cui poggiare l'anima per il prossimo viaggio su una zattera della Medusa, nella promessa di una nave in quell'orizzonte cattivo e vuoto da guardare, di un inquadratura girata di speranza, e la Libertà guida il popolo, come in un quadro di Delacroix!

Un passaggio, un passaggio, per carità, date un passaggio a quell'anima in pena alla soglia del mondo, attraverso la porta che gira e riporta il pensiero a dei giorni felici, e non più patate da mangiare.

E infatti alla fine lo trova un passaggio, verso l'altra sponda, in una barca timida di pescatore che si stacca la notte dalla riva calabra, sfidando il mare e i colpi che possono arrivare dall'altra sponda, per riportarlo, come un bimbo cattivo, indietro nel tempo a quel giorno in cui è partito. Lo vedo, seduto su quella barca, a guardare la notte nera ed il nero più nero della terra al di là di quella, ogni metro una nuova cresta che affiora dal profilo indistinto davanti, ogni secondo una sagoma che diventa più familiare, di cui ci si riappropria e ci si riconcilia, le mani strette su quel fagotto che lo so, ne sono sicuro, contiene un pugno di patate, che cominciano a tremare, e non è il freddo no, è il mare, che ti chiama, come le sirene di Ulisse, è il mare, che ti saluta, che ti ammicca complice mentre la costa si fa più vicina ed è già staccata dallo sfondo, a venirti incontro, con le voci che strillano dei venditori e le donne che sciorinano i panni e le corse bambine tra le vie di una città di sole, tutto che ti riviene incontro così, in quella notte buia, che ti riprende e ti avvolge e ti esclama che sei tornato, alla fine, a casa.

Alla fine Pippuzzo si butta in acqua. Quando me lo disse, la prima volta, sul traghetto che ci portava verso quella riva, affacciati sull'estrema prua come in una scena di Titanic, un padre ancora giovane e il suo piccolo figlio riccioluto, non potevo capire ma ora, ripensandoci, lo so. Ripensandoci ora potrei dirlo, il punto esatto in cui, l'anima e gli occhi ormai troppo avanti ti hanno tirato in uno strattone, facendoti gettar via quelle patate tristi, per togliere la camicia e tuffarti avanti, verso la riva.

Basta leggere, devi nuotarci ora, in queste parole. Sentire una bracciata e poi l'altra, farsi avanti, nel silenzio della notte, inesorabili come i rintocchi di un pendolo e ciaff, e ciaff, e ancora, mentre la luce della lampara dietro diventa già un filo e il riflesso giallo acetilene nell'acqua si confonde e si tinge di blu inchiostro. E le sirene, appena dietro, che stanno a guardare. Amen.

 

Me lo indicò commosso quel giorno, fermando appena la macchina sul ciglio della strada, e guardando giù la vidi, la spiaggia, quella spiaggia che allora, in una estate del '45, che forse era primavera o forse era ieri, gli era arrivata sotto le braccia mentre nuotava sicuro, spinto da quella forza indescrivibile che chiamiamo amore nella lingua degli uomini. A guardarla, quella spiaggia, lo vedevi ancora là. Come uno sbarco in Normandia, ma senza i cannoni a ricevere i corpi, senza strappi, senza dolore. Solamente l'uomo, il mare, e la terra. Mi ricordo ancora che piangeva, mentre guardava, di un pianto pulito che lo potevi bere, come se la sua anima avesse cominciato a traboccare, e sentisse il bisogno di ridare acqua al mare. L'aveva baciata, quella terra. Non il bacio di Giona salvato dalle acque, ma il bacio di un amante che torna, dopo una giornata di assenza, alla compagna di sempre. Il bacio di un marito che rientra a casa, e vede te sulla soglia. Il bacio che mille volte ti ho dato, amore, di chi sa che è quella terra che ti fa uomo e che fa mare il mare, che quelle parti del trittico santo che è Dio e Uomo e Natura, diventano un tutt'uno in un nuovo, sacrissimo, mistero della Fede. Ci sono cose che ci definiscono e ci delimitano, essere al di fuori del nostro essere che ci rende tangibili e, in qualche modo, reali. Come attore, fondale e palcoscenico. Qualcosa su cui appoggiare e qualcosa dal quale prospetticamente, distaccarsi. Questo era il mare di mio padre quel giorno, e quella spiaggia in fondo al suo dito teso. Gli ingredienti per collocarlo nel tempo e nello spazio, di fronte a me. Che ne faccio dono, per amore.

 

Per capire la Sicilia devi sentire il ritmo del tam tam. Proprio quello, come nei film di Tarzan, quelli con Yul Brynner, quando ancora il male non lo aveva corroso. Il tam tam delle tribù nascoste ta i cespugli. Appena dietro il palmizio o in fondo alla trazzera, dove compare una masseria prima, di pietra bianca di tufo, con il tetto incannucciato di bambù, e poi pian piano una casa e due e tre, e vecchie a crocchio su sedie traballanti sulla soglia, che ti taliano di traverso e bisbigliano, ancora prima di vederti, il tuo nome e i tuoi motivi più intimi, che mentre procedi diventano tuoi attraverso di loro, una sorta di coscienza al contrario, che non nasce da dentro ma da quello che quelle parche hanno visto di te, attraverso il loro occhio di servizio.

- Cu iè?

-  Chiddu? 'U figghiu ri don Raffiele!

- Ma vero è? E nunn avia ad essere a Rroma?!

- Rivinni finarmenti.

 

E così, batti e ribatti e parole al vento, il vento caldo di scirocco e libeccio e maestrale che si rincorrono veloci, la voce del ritorno di Pippuzzo, arriva alle orecchie del padre prima di lui. Ma lo immagini? Lo immagini un uomo, che è rimasto su quell'isola a cavar putti dalla pietra, a decorar di santi la facciata di una chiesa, e sparar giù sacramenti mentre la notte passa in cantine afose a far piani e muover anime, che la chiamano Resistenza, e Resistenza era, Resistenza a tutto e tutti e ad un nemico cattivo che rubava il profumo dei limoni e l'azzurro di quel cielo, ci pensi dico, come si sente, quando in cima ad una scala, sul ricciolo barocco di una voluta, sente arrivar dai venti il nome di un figlio che è tornato, e che sta arrivando di nuovo a casa? Quasi lo vedo, a restar così di sasso prima, per un attimo che diventa eterno immortalato a far parte della sua creatura, incastonato dico, in quella facciata bianca contro il cielo, sbigottito, per poi scendere in fretta quei gradini, quasi due a due, calcare sulla nuca la coppola scura e correre veloce, un passo avanti all'altro che quasi non sia più se sta andando lui incontro, o è piuttosto il mondo impietosito che per un momento commesso si è deciso a scivolargli sotto, per portarlo avanti.

E così arriva l'incontro, quell'incontro unico e naturale del padre e del figlio., un incontro che è stato scritto prima della notte di tutti i tempi, la riconciliazione di una vita di fatica e sudore acre, che diventa niente, quando tra le braccia ritrovi il ramo da cui ti sei staccato quand'eri frutto.

 

[dissolvenza in blu, su un abbraccio di padre e figlio che non vuole altra parole]

 

E finisce il viaggio. Questo viaggio verso il mare e dentro il mare che ti ho voluto regalare in questo giorno speciale. Come la marea, la mia anima inquieta ora trova la pace, dopo aver trasformato le immagini dentro per farle tornare ancora una volta a danzare con me. Resta la spiaggia, una spiaggia vuota in una cala tranquilla della costa meridionale. qualche granchietto che sgambetta veloce di lato, mentre passeggio sul bagnasciuga con mio padre in un giorno lontano di ventidue anni fa. Sempre così lo ricordo, mio padre, in tutte le vacanze. Passeggiando su e giù su quella linea invisibile tra terra e mare, senza mai fermarsi. Ci potevi prendere il tempo, e infatti è così che imparai, senza accorgermene le prime leggi della fisica e del moto rettilineo uniforme. Prendi un padre a velocità costante, mettilo su una spiaggia e guardalo passarti davanti, una, due, cento volte. Misura il tempo che impiega a passare una volta, conta i passaggi, e puoi sapere a che ora fare il bagno (o i chilometri percorsi, che tuttavia è meno interessante per un bambino). Alla legge di Archimede invece ci sarei arrivato solo più tardi, e a dir la verità non mi ha mai convinto completamente, io che il mare lo so solo guardare da fuori, seduto su uno scoglio mentre ti guardo dritta in piedi contro vento e mi chiedo se non vorresti, per caso, sederti al mio fianco. Ma allora ero lì, e c'era lui al mio fianco, mentre camminavamo insieme su quella riga intermittente di acqua che lambiva la sabbia, per poi ritrarsi, e tornare, con uno sciabordio dolce a tempo con il battito dei nostri cuori. Silenzi a volte, rotti dalle domande, da quelle infinite domande che un figlio fa a suo padre, sulle rocce, il mare, la storia, la musica, il sesso, e la matematica. E la geometria. C'erano volte, in cui ti fermavi, cercando un legnetto, arrivato lì dalle terre lontane d'Oriente o dai magici mondi della mia immaginazione di bimbo, e quando lo trovavi, passavi un piede sulla sabbia per preparare il foglio della tua risposta, per poi tracciare arabeschi di linee e curve che prendevano forma dalla tua mano sicura, su quella spiaggia vuota ai confini del mondo. E al mio fianco, Pitagora, Euclide e Zenone, subito dietro il confine del mio sguardo che fissava attento le formule alchemiche che trascrivevi sulla rena, sorridevano chini su quei raggi e quelle corde funambole che seguivo, scrivendo proporzioni con il dito mentre ti fissavo curioso, aspettando un cenno di approvazione, nelle tue parole. Su quella sabbia, in quegli anni, sono passate binomi, espressioni, equazioni e teoremi e limiti, funzioni e asintoti, derivate ed integrali, fin quando, un giorno, ho scoperto che ero io a raccontarti, e tu ad ascoltare, sorridendo in silenzio, con loro sempre lì, ma stavolta al tuo fianco, annuendo. Se qualcuno mi chiedesse un giorno cosa vuol dire crescere, non credo che ci sia altra immagine che possa trasmettere meglio quella sensazione. E' scrivere formule con un legnetto d’Oriente sulla sabbia, con la serena coscienza che un giorno, quello che ora ancora è una domanda, diventerà una risposta semplice, per poi cancellarsi, in un lento movimento, di un onda del mare.


Là – Lucio Dalla

A me piaceva andare di notte ogni estate in riva al mare
camminare e poi fermarmi ogni tanto lì
e pensare a cose inutili
a come è grande il mare
a che distanza c’è tra qua e là
oppure com’è che è così strano il mondo
e come era strano esserci
confondermi e perdermi
sotto quel cielo e a tutte le stelle
perdermi, riperdermi
lontano da ogni cosa
su una stella luminosa
non esserci, non essere
non esser mai nemmeno nato
un punto solo, il più piccolo che c’è.

Adesso sei con me
come mi sento io qui davanti a te
ancora più confuso per averti qui vicino a me
come se avessi sedici anni
per questo cederò ad ogni cosa, a tutto quello che dirai
ad ogni spostamento che avrai
perché voglio vederti stare bene, bene, bene, bene
e perdermi, confondermi
insieme a te, il cielo e alle altre stelle
e perdermi, non perderti
lontano da ogni cosa
su una stella luminosa
ed esserci, ed essere
dentro di te e in ogni momento
difenderti, difenderti anche da me
per non perderti e perdonami
se non sarò come vorrai
perdonami, perdonami
ma ti stringerò come nessuno farà mai
per non perderti e tenerti qui sopra di me come una stella
non perderti ed andare fino là … là

volamiaddosso
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categoria : il viaggio



giovedì, 02 febbraio 2006,ore 15:31

L'amore è tutto carte da decifrare
e lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare
ma se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore t'avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un'orazione
con la lingua tra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all'alba di altro amore

Perché l'amore è carte da decifrare
e lunghe notti e giorni da calcolare
se l'amore è tutto segni da indovinare

Perdona
se non ho avuto il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo
di imparare.

(I. Fossati)


volamiaddosso
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categoria : teoremi e corollari