About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

Credits
Original Template by: Pannasmontata

Distributed by:
Pannasmontata Templates
and : Non solo template
Feeds-counter
*loading* visitatori


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

lunedì, 13 marzo 2006,ore 18:59

Et si tu n'existais pas,
Dis-moi pourquoi j'existerais.
Pour traîner dans un monde sans toi,
Sans espoir et sans regrets.

Et si tu n'existais pas,
J'essaierais d'inventer l'amour,
Comme un peintre qui voit sous ses doigts
Naître les couleurs du jour.
Et qui n'en revient pas.

E
t si tu n'existais pas,
Dis-moi pour qui j'existerais.
Des passantes endormies dans mes bras
Que je n'aimerais jamais.
Et si tu n'existais pas,
Je ne serais qu'un point de plus
Dans ce monde qui vient et qui va,
Je me sentirais perdu,
J'aurais besoin de toi.

Et si tu n'existais pas,
Dis-moi comment j'existerais.
Je pourrais faire semblant d'être moi,
Mais je ne serais pas vrai.

Et si tu n'existais pas,
Je crois que je l'aurais trouvé,
Le secret de la vie, le pourquoi,
Simplement pour te créer
Et pour te regarder.

(Joe Dassin)

volamiaddosso
Permalink | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categoria : teoremi e corollari



sabato, 11 marzo 2006,ore 14:03

Ballata sul ciglio del mondo per fisarmonica e carezze

Poi sale il silenzio, lentamente. Non si abbassano i suoni intorno, no, è il silenzio che cresce. Non il silenzio ovattato, umido, quello che ti fa orecchie corte e il sentire confuso della neve in inverno, no, ma un silenzio asciutto, caldo, un silenzio fatto di spazi aperti. Hai presente, il silenzio che scende in una sala di concerto, prima che la musica inizi? Ecco, fallo più grande, allontana le mura della sala, senza alcun suono, a velocità costante, anzi toglile proprio, e mettici il cielo con un bel sole caldo al centro, e fallo salire, quel silenzio, anziché scendere. Fallo salire dalla terra.
Tacciono i motori lontani. Tace il ritmico ansimare di una fisarmonica. Tace il clangore del metallo di una vecchia corazza consunta e mal oliata, appena dietro il crinale. Tace la voce di una bambina, attonita e confusa, davanti al cielo, mentre corre avanti per veder l'infinito.
Luogo: Gran Canyon, ad esempio. O il giardino dietro casa tua. O la vetrina di una libreria. Ovunque, da dove puoi vedere il cielo. La camera compie un emiciclo lento mentre sale a livello sulla cresta di un altopiano di terra rossa come sangue. Il cielo: azzurro come l'anima, che da fastidio solo a pensarlo un cielo così, e a non esserci dentro. Sole. A picco, quasi allo zenit lo intuisci. Non aggressivo. Ma presente. Lui c'è semplicemente, come un occhio che guarda la scena sottostante. Al centro lei, la Creatura. Al centro del tutto, di una circonferenza infinita di raggio te. Le braccia stese, le mani affusolate che si toccano in un abbraccio di qualcosa di invisibile e morbido che sta dentro il cuore. I neri capelli ondeggianti al vento gentile. Ali piegate che sussultano appena al ritmo di un respiro che sa di pace, infine.
Restano soli, la Creatura e il Creatore. Avviene così, in rari momenti nella vita. I momenti in cui ci si confronta, in cui ci si slaccia il ruolo come un doppiopetto al rientro da un festino, si toglie il farfallino e si resta lì, in silenzio, a godersi il ritorno nella casa. Creatura e Creatore, in un quadro storto a cui fa sfondo il cielo.
In un silenzio cristallo dove chi parla per primo ha perso, che le parole certe volte sono proiettili di pistola alla tempia. E restano così, il creatore, la creatura e il cielo, significante, significato, e gesto, fermi così, per quella che sembra un eternità, ma è solo un tiepido istante, prima del volo.
Ci sono cose che non si possono dire, con le parole. Con queste parole. Forse un tempo remoto, quando gli uomini parlavano quella lingua meravigliosa che ci è ora negata, in quel tempo forse, potevi. E dovevi. Invece di costruire altissime torri, fermarti a parlare. Sederti così, semplicemente, prenderle la mano e dirle il tuo amore. In quella lingua antica, dove fare e parlare erano la stessa non detta nota. La ricordano ancora gli uomini, ogni tanto, quella lingua lontana. Li vedi allora, malinconici e felici (il che non è ossimoro, ma la soddisfazione che nasce dal sapere che hai imparato ad assaporare il gusto di quel sentimento che sa di barrique), cercar con gli occhi il conforto di un foglio pentagramma su cui scolar delle note che sono l'eco della musica che hanno nell'anima, glissando disinvolto di quel sentimento liquido che, all'origine del tempo e delle lingue, era il parlare dei cuori. Sono rari momenti, stelle di note diresti tu, regalate ad un abbraccio che parla ad entrambi di quel mondo antico, durante la Torre, di non dette parole.
E restano così, il creatore, la creatura e il cielo, significante, significato, e gesto, fermi così, per quella che sembra un eternità, ma è solo un tiepido istante, prima del volo.

Ali di cera per volare. Pazza di un Icaro, cosa credi di fare? Di farti uccello tu, proprio tu, che con la terra rossa hai un giorno firmato un patto di dolore? Risalir la corrente, come un salmone. Risalir la corrente, verso quel sole padre. Tornare alla fonte, gettando, uno ad uno, i resti di un mondo di pane ridotto in briciole sul tavolo della nostra vita. Mangiateli voi, rapaci amici, questi avanzi di cielo che vi lascio, mangiateli voi, cornacchie gentili, questi frammenti di cuore che non son più miei, che io ora vado, sì, ricomincio il viaggio, quello vero, verso la luce. Verso la sorgente.
In certi momenti ci vorrebbe qualcuno. Non importa chi, qualcuno. Per vedere. Come fai, senza nessuno, a vedere te stessa aprire le ali? Spiegarle, piuma dopo piuma, sentirle allontanarsi, stirarsi, frusciare. Distendersi. Le singole piume. Percepite. Una ad una, che gli potresti dare un nome, se solo ne avessi abbastanza, di nomi per le piume delle tue ali.
Apre le ali, la bella gitana. Apre le ali, bella e terribile, bruno arcangelo fiero nel giorno del primo volo, aspettando l'abbraccio del vento per divenir tutt'uno con il cielo.
In punta di piedi, lì, davanti all'abisso che non è nemico, davanti alla pista dritta di aeree assenze, puntando decisa verso il sole, verso una casa lontana dall'altra parte del mondo dove mai stata vorresti tornare, in verdi praterie bagnate di sudore, a guidar le tue mandrie corsare.
Ala, piuma, struttura. Ala, piuma, struttura. Vento che entra tra la terza e la quarta riga del pentagramma, sollevando due crome di un bemolle. Ala, piuma, struttura. E giù. Ora lo senti, la morbida resistenza trasmessa dai sensi al cervello da penne, piume e piumette, i calami che si tendono come capezzoli accarezzati dal bacio di un amore. Ala, piuma e struttura. E hop. E hop. Su e giù.

Come cazzo fa un uccello a volare? No, ferma lì, aspetta, non dico un uccello qualunque, un volo qualunque. Dico, il primo volo. Come cazzo fa un uccello a volare il primo volo? Sei lì, in cima ad un nido che fino ad allora hai chiamato mondo, una cosa così, che ora vedi sono 4 pagliuzze in croce sopra ad un ramo che è ramo di ramo di ramo di un tronco che scende giù dritto e lungo (si vede dove finisce?) e poi c'e' un altro albero ed un altro ed un altro e la foresta e il fiume e ancora foresta città e ancora strade e città e mare e mondo.
Come cazzo fa un uccello a spiccare quel balzo che è il primo volo? Mai capito francamente. Fino ad oggi, Si perchè se la vedi così, la faccenda, non ne esci mica. Se il volo lo vedi da uomo, a quell'inesplicabile balzo, non ci arrivi mica. Lo devi vedere da uccello.  se lo vedi da uccello è facile. Non c'è il balzo, ecco tutto. Se lo vedi da uccello lo senti, che è ad un certo momento il mondo, semmai, a balzarti via sotto. Tu non fai niente, stai lì, sul bordo del nido. E aspetti. Cioè non è che sai di aspettare. Semplicemente vivi. E poi, un giorno, eccolo lì, il mondo fa hic, un flebile balzo indietro, e tui ti ritrovi nel cielo. Apri le ali, perchè puttana Eva è alto una cifra, che gli è preso al mondo di balzare indietro lasciandomi lì in aria, come mi reggo ora? E voilà, stai già volando. O forse è il mondo a volarti sotto, in direzione contraria.
Devi vederla da uccello la vita, per volare. Devi disimparare la teoria del fare, devi imparare a smetter di scegliere, di lottare, di decidere, che è l'unico modo che hai di risalir la corrente, aspettar che il resto dell'universo decida di andare in direzione contraria.
Lo sto scoprendo adesso. Ho sempre cercato in tutta la mia vita, di scegliere e agire. Tra  ebrei e mussulmani, tra bene e male, tra una casa e un amore e il sesso di una donna selvaggia che si scuote intorno a me. Tra gioia e piacere. Tra sentimento e lussuria. Tra ingegnere e poeta. Il recto e il verso di uno stesso foglio sgualcito, incapace di accettare queste vite di gente come risme colorate di carta da riciclo, nell'attesa di cominciare a volare. Ti scegliere il balzo, quell'unico, grande, definitivo balzo, che fintanto che lo devi scegliere, non arriverà mai. Fintanto che pensi da uomo. Pensa da uccello, e imparerai a volare.
Sii onesto con te e con loro, per quella notte in cui, mentre facevi l'amore, hai capito che amare è anche sapere che l'altra si gode di sentire il tuo desiderio, per quel giorno in cui quando le hai dato la mano e le hai detto ti amo, hai pensato che il tempo finisse lì, perchè eri arrivato, per quel mattino in cui ti sei svegliato cercando gli occhi di una bambina che non è mai stata tua, per quel pomeriggio in cui, seduto davanti ad un foglio, hai deciso che stavi volando e dovevi dirlo a lei.

Ala piuma e struttura, sono giunti lì, al centro del deserto. Un attimo prima, il nulla. Non c'era niente lì, soltanto il vento. E quando dico niente, intendo proprio il niente. Al massimo ti concedo otto granelli di polvere e un paglione che continua a rotolare dall'inizio del tempo, trascinando uno slogan muto tipo "la Creazione è un enorme processo endotermico. Se abbassate tutti di un grado i termostati dell'Universo, miliardi di galassie lontane vi saranno grate. Risparmiare energia è un dovere. Oltre che un piacere, se fuori fa 43 gradi all'ombra. E siamo fuori per definizione qui". Slogan piuttosto lungo e contorto a dire il vero, il che giustifica l'aggrovigliamento del paglione che già rotola via verso altri sponsor. Poi, li vedi arrivare. In una nuvola di polvere, come in un vecchio western. Da varie direzioni. Dalla terra e, qualcuno, balzellon balzelloni, anche dal cielo.
Il primo ad arrivare, ammesso che sia qui l'arrivo, è il Grande Antoine sulla sua macchina volante.
Secco e allampanato, il pizzetto vagamente incolto e un pò insabbiato che fa capolino da una testa coperta da uno zuccotto di lana a e due occhialoni grossi da aviatore, a cavalcioni di un improbabile monociclo dal quale si diparte, come il pennone di una nave, un fusto esile che termina in una elica di carta con anima in bambù che sembra uscita dai ricordi di un bambino che gioca davanti ad un termosifone, scoprendo la magia di un calore che muove la leggera spirale che ha creato.
E lui, seduto in cima ad uno scomodo sellino, mentre pedala allegramente come se fosse la cosa più naturale del mondo, continua a suonare il suo prezioso strumento che emette sbuffi e soffi di un vapore bianco e magico, che porta su nell’aria una melodia dolcissima e un pò ipnotica, un ritmo sincopato, mentre plana spostando il peso del suo corpo per curvare e scendere dolcemente verso terra. E atterra infine, con un ultimo balzo e un glissando finale, frenando il Musicottero con i piedi in una nuvoletta di polvere e sabbia.
E subito dietro, a non più di qualche passo, arriva Ignace, su una sorta di tavola da surf con le ruote, la vela gonfia al vento e lui lì, la barba incolta e il cappellino girato al contrario, i jeans sdruciti e lerci ormai quasi alle ginocchia, il culone grasso che fuoriesce in un grottesco sorriso mentre si china per bilanciare un soffio che lo spinge veloce, troppo veloce forse, nella nostra direzione. E arriva infine, un poco lungo, e senz'altro sghembo, ma sicuro, a fermarsi qui, al centro del niente o un metro dopo.
E dietro altri, il Conte Jax, con il suo set lucido di mazze da golf e il berretto di morbida pelle inglese, in un completo bianco candido e sciarpa di seta al collo, e con i suoi colori ad olio e il cavalletto e le tele e tutto quanto che sporgono confusi da un goffo sidecar un pò sgangherato, attaccato ad un improbabile biplano senza ali che sobbalzando avanza all'orizzonte, Monsieur Lalique, il pittore cieco, che dipinge solo quando la luna è alta in cielo e la musica lo avvolge, come se il gesto che la sua anima imprime a quella mano e che il mondo chiama arte non potesse prescindere dalle note che scorrono nelle sue vene trasportando il colore fin lì, sulla punta del pennello e oltre, sulla tela.
Sono pochi prima, poi dieci e venti e cento, radunati lì, in quel giorno, a quell'ora, al centro del niente.
Un festival del grottesco, potrebbe sembrare. La Corte dei Miracoli di una commedia buffa. Eppure, c'e' qualcosa in quei visi, in quegli spiriti, in quelle note selvagge ed ancestrali che escono dagli strumenti musicali, nelle opere devastate e folli che si erigono, un giorno qualunque, nel centro di un deserto. In quel alcol, in quelle droghe, in quegli uomini nudi e sporchi, che ballano alla luna, c'e' il rito dolce e gentile di un umanità che si riconcilia con la natura. Loro , sono il Deserto. Per poco, solo un attimo forse, loro sono il Deserto. Che attraverso di loro, diventa oceano e mare. E di nuovo mancano le parole, per descrivere quello che, in questa lingua arida che ci resta, chiamiamo Amore.

Ancora silenzio. La scena torna alla cresta di terra rossa, sospesa a pochi passi dal cielo. L'angelo-donna-gitana-tu ha aperto le ali, e sta ferma lì, gli occhi chiusi, a respirare.
La camera gira, dolcemente, rivolgendosi verso il panorama, infinitamente bello e silenzioso, di un paesaggio completamente alieno da ogni presenza, in cui il tempo sembra essersi fermato raggomitolandosi per godersi lo spettacolo. e resta così, per qualche minuto, a far ammirare ed assaporare i profili, l'immensità, la quiete, di quel posto ai confini del mondo ma così vero e concreto che mentre lo guardi ti ci senti dentro, e sai che casa non sono le mura, ma è quel cielo infinito.
Così, mentre la camera resta ad indugiare sui crinali all'orizzonte, sulle altezze impossibili del canyon e sulle rughe screpolate della pelle della Terra, all'improvviso l'immagine ha un sussulto. Leggero, ma presente. come se il panorama si fosse, per un istante, fatto indietro. Silenzio. La scena continua a muoversi, lentamente, girando. Lentamente. Per tornare al crinale, ora vuoto. Per terra, una piuma bianca che ancora ondeggia incerta prima di posarsi , delicatamente, sul fianco di una vecchia armatura consunta, abbandonata aperta sulla roccia. Silenzio. La camera si allontana, dolcemente, discreta, da piuma ed armatura, ora vicine. Inquadrando una bambina dolcissima, con un dittongo nel cuore e sulle labbra, e un viso che gli angeli si fermano a scaldarsi quando lo vedi. Lei sta lì, sul ciglio del mondo, con i piedi appoggiati in punta e quasi per caso, naso a tre gradi verso il soffitto o un qualunque cielo, occhi di chi lo sa, a prescindere, e se la tira un pò. Indicando il sole, ride. Quel sole caldo e padre, dove forse, se riesci a guardare senza chiudere gli occhi, stanno volando ora, una gitana e un cavaliere.

“La maggior parte del tempo non sono tristi, ma soltanto lontani”
Grazie, di avermi concesso il dono di riportarti indietro. Sempre. Con amore

Musica: il tango gentile di Italiani di Argentina di Fossati
Parole: nessuna, che tanto le parole non possono dire quanto ti voglio ed ora

volamiaddosso
Permalink | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categoria : il viaggio