Dessert di numeri, con decorazioni di glassa gialla e viola
Conta la statistica, conta. In un mondo perfetto diresti che l’Italia è spaccata in due. Che democratici e liberali sono dialetticamente contrapposti nel controllo di un paese che ha voglia di rinnovamento e bisogno di certezze. E forse, in un mondo perfetto, usciresti per le strade e guarderesti l’altro che incroci per la via abbozzando una sorta di sorriso, con un occhiata furba che sa di complicità, o piuttosto con uno sguardo torvo di sospetto e di rancore. Ma il nostro mondo è tutt’altro che perfetto. E’ un mondo dove ciò che conta veramente, e tutto ciò che ci è rimasto, è la statistica.
Esperimento: si prenda una moneta, bilanciata, e un foglio. Si divida il foglio in due, e si segni da un lato testa e da un lato croce. Poi, si guardi la moneta, e ci si domandi perché si dice testa o croce, visto che la croce, dall’altra parte, non c’e’. Allora, si cancelli croce, e si segni campidoglio, nel caso la moneta sia da 50 centesimi e sembri più appropriato. Altrimenti, per una volta, si usi il cervello e si astragga dall’immagine effettivamente riportata. Ora, si lanci la moneta in aria una volta, si determini l’esito, lo si annoti accuratamente e si ripeta. Due. Cinque. Dieci. Cento volte. Aggiornando le percentuali di questa o quella parte.
In un mondo perfetto, una nazione si spacca in due divisa da un idea. In un mondo confuso, dove Alleati e Asse scambiano le mostrine e le lingue, resta la moneta.
In una sera di un freddo Dicembre del 1932, un giovanotto di nome Peirce fu colto da un illuminazione improvvisa. Si fermò, al centro di una strada umida di una città grigia, incurante della pioggia che gli inzuppava l’impermeabile, con un piede dentro una pozzanghera, e si cacciò una mano in tasca, estraendo frettolosamente un taccuino e un mozzicone di lapis. Cercando di riparare il foglio dalla pioggia battente, e di sostenere la pressione della matita con l’altra mano, scarabocchiò sulla carta quadrettata un triangolo. Un triangolo equilatero, all’incirca. Al meglio delle sue possibilità perlomeno, data la condizione precaria in cui versava in quel momento. Eccolo lì, che appoggia la matita, traccia un linea discendente verso destra, poi torna di un tratto in orizzontale verso l’altro bordo, e poi su, a chiudere la forma. E poi annota, su ogni vertice, una parola. Segno. Concetto. Referente. Alza la matita, e guarda la figura, compiaciuto. Ci pensa un po’ su, poi aggiunge sotto: triangolo semiotico. Pausa. Piove. Pausa. Piove. Pausa. Piove.
Cazzo, piove!, pensa. O giù di lì. Guarda ancora un po’ il foglio su cui ha tracciato quella figura e quelle parole, poi si scuote, alza gli occhi e dice:
- Ma va a cagare!
E si riavvia su per una strada umida di una città grigia, nella sera di un freddo Dicembre.
Avrei voluto che lo conoscessero Peirce, i nostri nani da guerra. Avrei voluto che, prima di parlare, ognuno di loro si fosse messo davanti ad un bel foglio bianco, un A4 diciamo, candido e perfetto, senza una piega e senza un ombra. Ora, copiatelo quel triangolo. Una, dieci, cento e mille volte. Copiatelo ancora, anche quando pensate di saperlo fare senza guardare. Anche quando pensate di aver capito. Copiatelo, prima di parlare. Perché se parlate prima, e quel triangolo non lo ricordate, la gente andrà a votare tirando una moneta. E quando si tira una moneta, a vincere è solo la statistica, unica certezza che ci resta.
Al termine di una campagna di butades e parole vuote, quello che rimane come unica certezza, è che le monete del nostro Belpaese, perlomeno, non sono taroccate.
Domani cambierà tutto lo so. Domani, troveranno il modo di dirci chi ha vinto. Scenderanno in campo gli uomini di stato, con le loro tiare e i pastorali incastonati di gemme, a contare i corpi dei poveri resti della battaglia. Uno ad uno, rigirando corazze, componendo elmi e gambali e strali. Domani le braccia diverranno quattro o due, i busti sventrati dalla spada un corpo solo, gigante, dalla fisionomia confusa e tentacolare, o un solo tronco secco di legno monco, quando il guanto abbandonato in un canto diverrà parte o corpo a seconda della piuma e del conteggio. Arriveranno avvoltoi togati ai margini del campo, a lavorar di cavilli e di garbugli per convertir le sante leggi che la Mano che alla natura tutto impose sancì, per far quadrare il cerchio e la misura, e il calcolo alchemico che dovrà cavar di impaccio la compagine. E quando alfine sarà sancita la vittoria di questo e di quello la sconfitta, si leveranno voci e lodi per il vincitore, e di nuovo le penne scorreranno a tesser lodi e versi per la gran prova che fu fatta, nell’eroica tenzone che vide infine vincitor, dopo gran buriana, colui che meritò tal nome e tali insegne. Gli uomini di stato allora, con fare spavaldo e rinnovato vigore, solleveranno inni e giudizi, e spenderanno parole che sigillino come una lapide quei corpi che son morti, lì sul campo, nel nome di quella che un uomo giusto un giorno, con la serena sicurezza di chi sa, e se la tira, cantò chiamando Cara Democrazia.
Domani. Domani, il mondo tornerà come prima. Ma non ora. Ora, qui, su questo campo, son io che ho vinto. Vi vedo tutti, da quelle mura, a scrutare ansiosi da dietro quei ripari, questa landa vuota che è terra di nessuno ora, alla ricerca di un braccio sollevato che decreti la vittoria. Alla ricerca di quel braccio mio, che sono fui cavaliere di ventura, e per onore venni alfin sul campo a combatter la tenzone per questo o quello, guidato dal mio credo, e dal sorriso di una donna gentile che mi fu coscienza e moto.
Ora son qui, e tremate voi, carnefici di masse, al cospetto della desolata, gravissima presenza, di un solo uomo. Avete usato le parole per muovere le masse, avete usato artifici e inganni per spostar montagne, promesse menzognere e vili lazzi, per guidare il gregge sul terreno in cui vi giocavate la partita. Avete usato la Democrazia per farne boccone per i cani, e incanalar la folla coi forconi, senza rispetto alcuno per l’idea, e tanto meno senza idea di rispetto per alcuno.
Ma adesso, qui, in questa notte benedetta, tra le stelle del cielo che mi ricordano gli occhi dell’amata, vi odo bisbigliare voci di paura, mentre per la prima volta realizzate appieno la portata di quello che è l’essenza ultima che avete ignorato e vilipeso. Tremano tutti, nel silenzio della notte, senza sapere cosa dire.
La Democrazia sono io. La Democrazia è uno che conta cento e mille e diecimila. La Democrazia è l’ultimo che resta in piedi, al centro del campo tra gli schizzi del sangue e le lamiere. La Democrazia è la responsabilità di ciascuno di noi. Parleranno di sconfitte e di vittorie domani, di spaccature, di un sommerso e di un emerso, di poli e leggi del cosmo, e cercheranno di ridare un ordine a quello che è l’essenza della guerra. Domani guarderanno nuovamente gli eserciti dalla loro prospettiva, e gli uomini come i grani della rena di questa spiaggia di Normandia. Domani si conteranno i colpi dei cannoni. Domani l’Asse e gli Alleati troveranno il modo per scacciare l’immagine inquietante, che tutti ora ha assalito, su questa spiaggia. Domani, dimenticheranno che la differenza tra due valori uguali è zero. E domani, io non sarò più il vincitore di questa guerra.
Ma oggi, sono io che vinco. Oggi sei tu, che hai votato, che hai fatto tremare quegli uomini di percentuali e di potere. Oggi, nessuno ti dirà che ha vinto. Oggi, nessuno ti dirà che è primo. Oggi, quando si fermeranno a pensare, piangeranno. Perché sapranno che da ora è ad un singolo nome, ad un singolo volto, ad un singolo battito di cuore, che devono la vittoria. Oggi sanno, che a vincere, o a perdere, con la sua scelta, è il singolo che gioca. Che sceglie di giocare.
Oggi ha vinto la Democrazia. Domani no, vinceranno i canti e la retorica, e i decimali in più o in meno. Ma domani, è un altro giorno.
Grazie amore mio santo che mi hai dato modo di sapere che, su questa spiaggia, oggi, c’ero anche io.
[Sulle note di Cara Democrazia di Ivano Fossati]
PS: l'Autore tiene a precisare che, condividendo anche il pensiero del caro cantautore a cui si sente così spiritualmente vicino, queste parole non sono rivolte a questo o quello schieramento, ma ad entrambi. Non sentendosi rappresentato da alcuno, ed avendo in un primo momento deciso di non votare, è giunto alfine su quella spiaggia, a gridare il suo assalto. E di questo è grato e dovrà rispondere, prima di tutto, alla sua coscienza.
Dedicato a tutti coloro che hanno la forza di credere, sempre. E alla piccola Noemi, che tutto sa e se la tira.