About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

martedì, 20 giugno 2006,ore 14:45

Come il vento di primavera
soffi,
e mi avvolgi portando
profumi dolci,
e tepori azzurri di estate,
e nella tua anima chiara
come in un cielo
mi perdo tra le geometrie di infinito
che il tuo volo gioioso disegna.
Danzi,
e l'Universo intero danza con te,
piccola stella di amore.

volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



martedì, 13 giugno 2006,ore 13:26

Lasciar depositare, prima di bere

Se potessi pulirmi l'anima come le lenti di un occhiale, con un panno umido e un pò d'alito che rendesse opache queste emozioni che provo, lo farei.

Troppo vivido, hai detto. Vorrei scrostarlo via, corrodere i tratti i bordi, farlo sfumare, passarci il fianco della mano, come su uno scritto mancino, fino a scolorirlo un pò, per renderlo vicino a quanto desideri.
Vorrei saperlo fare, per tenerti ancora un minuto con me.
Per non farti fuggire, da questo cuore di vetro.
Per farti immergere, piano, in un lago di dolcezza.
Dove sciogliere le lacrime che non hai pianto.
volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



martedì, 06 giugno 2006,ore 16:35

Dell'uomo ricco d'astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch'ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la sua vita e per il ritorno dei suoi
(Odissea, I, 1-5)

 

[A vento, come un aquilone. O come una girandola appunto.] 

C'e' una cosa che devo scriverti, dolce Nausicaa.
Tu forse non la leggerai, ora che la nave ha preso il largo e nuovamente muove verso una casa bianca appena dietro l'orizzonte. Ma devo scrivertela lo stesso. Perchè la prima fedeltà è sempre verso i moti dell'anima, questo l'ho imparato, in questo lungo viaggiare. Così, a cavalcioni sulla prua di questo legno, ora che le stelle si riflettono sul mare, mentre sento quella spiaggia allontanarsi e sparire dietro di me, chino su questo foglio a tesser parole, e senza voltarmi, con occhi umidi di un altro mare più grande e meno clemente di questo, che sale dentro in una marea che si alza fino a sfiorar la luna che la invoca, sento che devo scriverti, dolce Nausicaa. Per farti capire. Per darti indietro la tua immagine. Come tu mi hai reso la mia.

Era ieri, ed era sera, una sera dolce di un'estate di cirri e nembi, e di un mare lago che sa quando tacere e quando parlare. E ieri taceva, attento. Dei passi su una spiaggia, e lino fresco sulla tua pelle abbronzata e un sorriso tiepido negli occhi. Parlare. Come gocce di pioggia, poi torrenti, poi silenzi. Come temporali estivi. Dio quanto li amo i silenzi. Te l'ho detto, io scriverei prima le pause e poi la musica. Far vuoto per riempire gli spazi. Con cura e attenzione. Ma è già un'idea non mia e questo, alla fine, fa la differenza. I pensieri di lei nella mia mente.

E noi lì, seduti su un gradino. A declamar poesie, e cantar storie. Una gara giocosa, a piacersi e piacere. A cercare, dietro agli occhi, il proprio riflesso dipinto dall'altro, come pittori pazzi, a tagliarsi via orecchi da dare in pegno alla fine di una corrida che ci vede vincitori e vinti. Tori e mattatori di noi stessi. E' questo che siamo, sotto questo cielo stellato?
Cani che muovono la coda. O code che muovono i cani?

C’è una cosa che non capisco, di questo mare. Tu sei lì, sulla riva, e vedi passare una vela all’orizzonte. E ti sembra davvero, che a muoversi sia lei, quella piccola vela, in un mare immenso; che sia lei a viaggiare, verso altre mete, vero altri paesi e altre torri. E tu, lì sulla riva, rimani sconcertato nel vedere andar via quel legno, e ti assale il desiderio di vedere cosa si trova appena al di là di quella linea sottile che separa due azzurri talvolta tanto uguali da rendere difficile trovar dove finisce uno e inizia l’altro. Ci pensi? Fare cielo e mare dello stesso colore, che idea geniale. ci voleva un Dio con gusto per le nuances. Un Dio pittore delicato che sceglie i colori da una tavolozza infinita, e proprio perché ne ha così tanti, prende l’Azzurro, e ci fa il cielo e il mare. E poi sorride e soffia nel cuore di una donna, per scolarle dentro le ultime gocce di quel colore nell’anima. Ma questa è un’altra storia, Nausicaa, un altro orizzonte, non il tuo. Il tuo è qui, su questa spiaggia, e a questo viaggio che mi hai regalato.
E sì, perché, quando poi sei finalmente sulla barca, te ne accorgi. Cha a muoversi non è quel guscio. Che a muoversi è il resto. Il mare. Il cielo. La terra che si allontana. Itaca amica che sei sempre più avanti. Non si capisce insomma. Chi rincorre e chi scappa. E questa cosa ti spaventa. Ti fa sentire indietro. Ti toglie le certezze. I riferimenti. Ti costringe a confrontarti con te stesso, unica bussola per tener la direzione verso casa.
E allora capisci. Quale regalo sono le persone che ti circondano, e cosa significa sedersi una sera su una spiaggia con una donna bellissima, a parlare di poeti e canzoni. Trovare un pezzo di te, un frammento, come una conchiglia per terra, te le ricordi, quelle che si trovavano anni fa sui litorali dopo una tempesta? Non ci sono più le conchiglie. Non sulla sabbia almeno. I pezzi, quelli rimasti, bisogna cercarli dentro, in fondo. Tirarli fuori, guardarli con aria sorpresa, e riappropriarsi di frammenti di noi che credevamo perduti. Peggio, di cui avevamo perso la memoria.

Cosa prodigiosa la memoria. Tu sei seduto, una sera d’estate, con una donna, e ti scopri ad aver paura. Paura di conoscere. Paura di scoprire che, dietro, c’è un’anima splendente che chiede solo di brillare un poco, per allontanare la notte. Per cullare la luna e placare la marea. E allora, dal fondo (perché ce l’abbiamo tutti un fondo, hai presente, quella parte in penombra, odore di muffa e umido, in un angolo del cuore, dove teniamo il vino, quello buono, per le occasioni), riaffiora un pezzo, un frammento, un piccolo ciottolo levigato e piatto, di quelli che lanci da bambino cercando di farli saltare sulla superficie, una, due, tre, quattro volte, ed è già andato. Che ci fa un ciottolo, un ciottolo bianco, in questo cuore marinaio?

Il primo ricordo è il sole. Una luce, così forte da costringere le mani davanti agli occhi. Una giornata sovraesposta, bianco su bianco. Bianca la sabbia. Bianche le lenzuola stese, che sventolano nel vento. Bianche le nuvole in cielo, di quel bianco intenso, delineato, s t a c c a t o dall’azzurro.
Bianca la sua tunica, come la neve.

Il secondo ricordo è il suono delle sue risate, la risacca del mare, e il rumore di lenzuola-vele al vento. C’è pure una cicala, e un orchestra, che suona fili d’erba, da qualche parte dietro, appena fuori dal confine del mio sguardo, perso sui suoi seni.

Il terzo ricordo è un ciottolo bianco, preso sulla sabbia, al centro di un perimetro di pietre di calcare appoggiate a tracciar il confine di un sogno, laddove abbiamo scelto di costruire la nostra casa. Lei ride, lo raccoglie, come abbiamo fatto con tutti gli altri sassi di quel tratto di spiaggia, bonificato per gioco e per amore. La raggiungo, l’abbraccio, e quando la bacio sento il sapore di lacrime asciugate sulla sua pelle. Lei è come il sale, e io la devo diluire, con il mio amore. Insieme, in un movimento ampio, lo lanciamo nel mare, a custodire una promessa.

Ora lo sai, perché vado. Non sei tu a non saper farmi restare. E’ un ciottolo bianco, che hai ripescato in fondo al mio cuore. Proprio così, dolce Nausicaa, e proprio per questo ti scrivo queste parole. Per un grazie che non saprai mai accettare. Ma che, eterno sconfitto, ti devo rendere.

C'è una cosa che ho imparato, in questo viaggiare. Non c'è Una Sola. Calipso. Circe. Penelope. Tu. Non c'e' un solo Amore. A dirlo così ci spaventa, ci terrorizza il pensiero, come se fosse scandaloso già solo il percepire l'anima dietro. Figurarsi poi, riconoscere di amare più di una donna. Come fosse scabroso amare. Una contraddizione, non trovi?  Non c'è Una Sola. Non in quel senso almeno. Una Migliore. Una con più ... Con più cosa? Con più seno? Con più cuore? Con occhi più belli, o capelli più lunghi? Non c'è Una Sola.
Di donne ne ho conosciute tante. No, non sorridere, dolce Nausicaa, non ti parlo di conquiste esotiche e di carezze scomode di quando le mani non possono fermarsi. Quello è il modo di parlare, quando le parole non possono più arrivare. Quando hai finito le cose da dire con le parole. Io di cose da dire ancora ne ho, e tante. E da ascoltare. Ascoltare. Così bello. Così consolante, sentire che qualcuno ha qualcosa da dire. Da dare. Immagini da rendere, da restituire, per il gusto di mostrare, attraverso le parole, quel brillar di luna che chiamiamo anima, che si fa bella ravviandosi i capelli per offrirsi allo sguardo, affiorando dolcemente attraverso la pelle, gli occhi, la bocca morbida e gentile, il sorriso che illumina, per un gioco sapiente di muscoli e di carne, un viso stupendo di donna.
Ne ho conosciute tante, ti dicevo, di donne. Meglio, di persone. Ne ho viste brillare. Ed ogni volta mi sono innamorato di quella luce. Perchè è così che è scritto, in un'elica minuscola che contiene tutto il sapere del Cosmo. Che non ce ne sia uno solo, di Amore.
Semmai, ne scegli Una Sola. Senza ragione, perchè le ragioni del cuore sono nascoste a noi uomini, almeno finchè non tornerà il giorno in cui mangiare nuovamente la Mela. Del Bene e del Male, per ora, ne sappiamo poco. E siam pagani in fondo al cuore, dove c'è posto solo per Lei. Per quella che hai scelto. Senza motivo; con mille motivi. Per uno sguardo o per un sorriso. Per una corsa tirata verso un altare. O semplicemente, perchè custodisce la chiave di questo motore arrugginito che tra scoppiettii e colpi lei sola sa avviare.
Le ho detto ti amo, un giorno. Avrei dovuto dire: io ti voglio amare. Ma non sapevo riconoscere la differenza, che un cantore mirabile ha saputo raccogliere dalla spuma del mare. Nella scelta è la differenza. La scelta è l’amore. Quella scelta che non ha un perché, almeno, non subito, non facile. Casomai il perché lo riesco a vedere solo pensando che, se fossi rimasto lì, su quella spiaggia, ora penserei alla casa bianca appena dietro all’orizzonte, e sarei infelice. E renderei infelice te, dolce Nausicaa. Quando guardi negli occhi di qualcuno e vedi i sogni ritirarsi, rimane solo l’acqua di quel mare cattivo, che non fa per noi. E allora, preferisco questo di mare, quello che mi passa veloce sotto mentre aggrappato come un falco pellegrino a questo pennone, rivolgo la vela ad un orizzonte bambina, con un progetto Itaca nel cuore.

Cosa vuol dire amare? Rispondimi tu, Penelope, in fondo al mio viaggio. Cosa vuol dire? Un bottone, un regalo, o forse niente? Vuol dire stupirsi degli stessi lidi, degli stessi Feaci, delle stesse Lestrigoni, di mille e mille avventure che vedrai attraverso i miei occhi, delle mille avventure che tu racconti di me, quando mi inventi con il tuo amore.
Mi chiamano condottiero questi uomini fedeli, che credono che sia una guerra l’origine di questo viaggiare. Mi chiamano Nessuno questi ciclopi rozzi e scurrili, che credono che sia la Conoscenza che tanto disprezzano la sete che mi spinge a solcare questi mari. Mi chiama uomo colei che sola mi parla, in fondo a questo viaggio, dall'altra parte del mare. Mi chiama uomo, l'unica che non si aspetta da me niente più di ciò che posso darle, e che ha uno scialle di lana buona sul grembo, per coprirmi quando ho freddo. L’unica a sapere che l’origine e meta di questo viaggiare è il posto che preparo per lei dentro me.



Gli altri vedono soltanto la tela. Il fare e disfare, un gran lavoro, di giorno a compiere e di notte a distruggere. Mi guardano muovere questo telaio, i piedi veloci alternarsi sui pedali e le mani esperte che lanciano la spola tra i fili dell’ordito, selezionando con stecche e licci i fili a formar figure complesse che vivono un dì soltanto tra i passi della trama. Mi vedono contare, con la bocca semichiusa, e scalar le maglie, e guardano estasiati formarsi disegni ora familiari, ora alieni, cercando di indovinar pensieri e forma dal mio girovagare. C’è un che di magico, per loro, nei movimenti che compio, nello sguardo fisso su quel filo, nei fusi colorati che tengo al mio fianco, nel ritmico tacchettio del legno. Bilancieri che salgono e scendono, carrucole e pulegge che girano e trasmettono e si muovono avanti e indietro e piani di fili che si separano, formano angoli improbabili, per poi richiudersi, timidamente, al loro sguardo.

Gli atri mi vedono filare. La musica, quella che io suono, ogni giorno di questi lunghi anni, non la possono sentire. Gli altri pensano: povera Penelope, che tanto fai e tanto brighi, per un sogno in fondo agli occhi.
Gli altri, mi vedono solo filare. La solitudine, quella scelta, che ha l’odore asciutto del bucato pulito steso al sole, non la possono capire. Quella solitudine che è la condizione attraverso la quale esprimere l’infinito dentro, quella grandezza che annichilisce nella consegna arrendevole che tutti proviamo di fronte ad un sentimento, nel momento in cui stiamo bene e ci sentiamo appagati, quella consapevolezza interiore che ho scelto di preservare perché è ciò che più mi permette, in questi momenti, di percepirmi come donna e persona, e di non perdermi in questo sterminato mare, non la possono sapere. Loro, i Proci, parlano di amore. Sono circondata di amore. Piango di rabbia ogni notte, per questo amore che mi avvolge come un sudario, cercando di spezzare la mia essenza. Cercando di scrivere i miei silenzi. Di negare i miei dolori. Di fermare questa musica.
Gli altri, mi guardano e vedono soltanto una donna che fila.
E tu, mio solo amico, tu solo sai, che ho scelto il viaggio, unica soluzione, irrinunciabile verità, propedeutica dell’amore, perché solo attraverso il viaggio posso arrivare a te. E allora rema Odisseo, rema più forte, che Itaca domani non sarà già più qui, che già un nuovo vento di note silenziose gonfia le bianche lenzuola che muovono questa isola appena oltre la tua portata, fino alle Colonne d’Ercole ed oltre, nell’oceano mare.

[Musica: una chitarra che suona un fadu portoghese e un ritmico rumore di telaio. Parole di Vinicio Capossela. Luna struggente e una pazzia di biada per il cavallo]

Non dormo ho gli occhi aperti per te,
guardo fuori e guardo intorno
come è gonfia la strada
polvere e vento nel viale del ritorno...

Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l'angolo del cielo
dove è scritto il tuo nome,
dove è scritto nel ferro...

Nel cerchio d un anello...
dove ancora mi innamoro
e mi fa sospirare così...
adesso e per quando tornerà l'incanto

E se mi trovi stanco
e se mi trovi spento
sei meglio già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me

I vecchi già lo sanno il perché
e anche gli alberghi tristi
che troppo e per poco e non basta ancora
ed è una volta solo

E ancora proteggi la grazie del mio cuore
adesso e per quando tornerà l'incanto...
l'incanto di te...
di te vicino a me.

Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore
freddo nel sole
e non bastan le parole

Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato
se non ci sono stato
se non sono tornato

Ma ancora proteggi la grazie del mio cuore
adesso e per quando tornerà il tempo...
il tempo per partire...
il tempo di restare
il tempo di lasciare
il tempo di abbracciare..

In ricchezza e in fortuna
in pena e in povertà
nella gioia e nel clamore
nel lutto e nel dolore
nel freddo e nel sole
nel sonno e nel rumore
ovunque proteggi la grazia del mio cuore
...ovunque proteggi la grazia del tuo cuore

ovunque proteggi proteggimi nel male
ovunque proteggi la grazie del tuo cuore

volamiaddosso
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categoria : il viaggio