About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

Credits
Original Template by: Pannasmontata

Distributed by:
Pannasmontata Templates
and : Non solo template
Feeds-counter
*loading* visitatori


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

lunedì, 28 agosto 2006,ore 13:13

Per chi non c'è più, e per chi tornerà


E’ difficile scegliere se parlarti o meno. Rispettare il tuo silenzio è dovere, e qualsiasi cosa arrivi a lambirti è già una forzatura che non devi sopportare. Non ho niente da darti, io che vorrei darti tutto, perché niente puoi prendere ora da me. Però, se non scrivessi, se non lasciassi uscire questo, credo che scoppierei. Sono cose che escono, e non sono fatte per entrare. Lasciale lì, sui bordi, dove te la senti, non me ne frega niente dove arrivano, che devono arrivare solo fin dove possono, e non ci sono doveri da ottemperare. Questo il tacito patto sempre esistito tra noi. Ognuno fa quello che sente dentro di poter fare, niente di più niente di meno, ma con tanta onestà. Verso se stessi e verso l’altro. Io scrivo quindi, e continuerò a farlo. Tu prendi quello che desideri, e lascia il resto. Nessuno si offenderà, nessuno vedrà, a nessuno importerà. Solo i bocconi che vuoi mangiare. Il resto avanzalo per giorni migliori, o gettalo via, come preferisci. Che del bene non si butta niente. Ma non rispondere ti prego. Sarebbe un gesto che mi ferirebbe. Come mia è la scelta di parlarti, sempre, tua è la scelta di tacere, ora. Ne meglio, né peggio, solo due diversi modi per esprimere sgomento.

Non ci sono parole. C’è solo il mare, dentro. Sento le onde del tuo dolore lambire le mie spiagge e riecheggiare nelle mie profondità cercando disperatamente un uscita che le conduca via da queste caverne non loro, verso il largo, a ricongiungersi in risacca a nuove onde e nuovo dolore. Io echeggio di sgomento, mi rigiro e mi distruggo di una marea non mia eppure così mia da bagnare di silenzi umidi di pianto e rabbia ile mie pareti, che vorrebbero contenerti e abbracciarti per sottrarti a te stessa.

Non posso toglierti la furia della tempesta. Posso solo gridarla dentro questa oscurità umida, assaporare il tuo sale, cercare di conformare quelle pareti sdrucciole il più possibile ai tuoi marosi, in modo da attutirne l’urto, che qualcosa di tremendo genera lontano da me e oltre dalla mia vista.

Non parlare, oceano mare, continua a ruggire e tempestami di pugni, o placati altrove e sciogliti in bonacce sfinite, mentre io starò lì, proteso come una rupe, ad aspettare ancora di veder l’alba illuminare il tuo viso. Ti sento dentro come fossi me, e ti so così lontana, ed infinitamente blu, da morire ogni istante nel pensiero della tua agonia.

Risuono di un grido che è il tuo silenzio, quadro muto di un urlo impotente di assurdo, e ti oppongo testardo con tutto me stesso i miei cieli, cercando disperatamente di sfiorarti laggiù, in quell’orizzonte ora precluso, ma che è poi l’unica certezza che resta, al di là delle nubi. Non voglio placarti, oceano, che non potrei. Vorrei solo svanire in quella spuma amara che mi sbatti sul viso, per diluirti di un niente quel sangue cattivo.

Buon compleanno, a me

volamiaddosso
Permalink | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categoria : il viaggio



lunedì, 28 agosto 2006,ore 02:56

Tu non potevi saperlo, dolcissima amica, che mi stavi regalando, nel giorno del mio compleanno, il ricordo amato di qualcosa che avevo perduto nelle pieghe del cuore. Tu non potevi saperlo, piccolo raggio di luce, cristallo prezioso, che una parola, una sola parola, avrebbe evocato le altre gentili che un uomo di un tempo antico ha scritto un giorno nella sabbia di un deserto attorno ad un fiore, per farlo sbocciare. Non mi piace citare, e così tanto di qualcuno, ma niente può esprimere meglio l'infinito leggero e azzurro che è dietro ai miei occhi in questo momento. Era una serata malinconica ieri, una di quelle serate che il cuore fa male per il dolore di qualcuno che ci è caro, per una cosa che si chiama empatia, e che ci fa vibrare dei pensieri e delle emozioni altrui, come corde di un arpa che risuonano le une con l'altre quando ne pizzichi una, per un tocco non loro ma che le fa ugualmente soffrire. Soffrivo, della sofferenza di una persona cara, che ha perso qualcuno che non potrà mai tornare, per una qualche ragione bastarda che sta scritta a rovescio in fondo a quel viagigo che tutti facciamo, ma che per qualcuno finisce prima. Parole ermetiche queste, per nessuno se non per la mia anima, e per quel piccolo fiore di rosa, alba dolcissima e fragile, da preservare con la cura che un piccolo ometto può destinara su un pianeta minuscolo senza nome ma con un numero che serve solo ai grandi per consolarli della loro vacuità. Grazie, gioiello, per quel piccolo sasso che una tua parola ha gettato nel lago del mio cuore questa notte di agosto, increspando in delicati echi concentrici questa superficie di me in cui specchiarti.

Con affetto, tanto, e rispetto per quel fiore che sei e per il sole radioso che lo illumina



"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."

"Sono una volpe," disse la volpe.

"Vieni a giocare con me," le propose il piccolo principe, "sono così triste…"

"Non posso giocare con te," disse la volpe, "non sono addomesticata."

"Ah! scusa," fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: "Che cosa vuoI dire ‘addomesticare?"

"È una cosa da molto dimenticata. VuoI dire 'creare dei legami’..."

"Creare dei legami?"

"Certo," disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. lo non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi. noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo."

(...)

"La mia vita è monotona. lo do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? lo non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

"Per favore... addomesticami," disse.

"Volentieri," rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose."

"Non si conoscono che le cose che si addomesticano," disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!"

"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.

"Bisogna essere molto pazienti, "rispose la volpe." In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. lo ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora," disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti."

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe. "Anche questa è una cosa da tempo dimenticata," disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! lo mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza."

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina: "Ah!" disse la volpe "… piangerò."

"La colpa è tua," disse il piccolo principe, "io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."

"È vero," disse la volpe. "Ma piangerai!" disse il piccolo principe.

"È certo," disse la volpe. "Ma allora che ci guadagni?"

"Ci guadagno," disse la volpe, "il colore del grano." Poi soggiunse: "Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto."

 

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose. "Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente," disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo."

E le rose erano a disagio.

"Voi siete belle, ma siete vuote," disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa."

E ritornò dalla volpe. "Addio" disse.

"Addio," disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi."

"L'essenziale è invisibile agli occhi," ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante."


(Antoine De Saint-Exupery, Le Petit Prince)

volamiaddosso
Permalink | commenti | commenti (popup)
categoria : cristalli di anima