About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

Credits
Original Template by: Pannasmontata

Distributed by:
Pannasmontata Templates
and : Non solo template
Feeds-counter
*loading* visitatori


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

giovedì, 25 gennaio 2007,ore 09:41

Buongiorno, e in caso non dovessimo rivederci, buon pomeriggio, buona sera e buonanotte! (Truman Show)


[Voce fuori campo]

 

La maggior parte del tempo siamo come caverne, che risuonano di echi di una vita che è fuori da sè. Chi si addentra in noi, esploratore amorevole o curioso speleologo di un'anima, crede di vedere, ma tutto quello che trova è l'eco,una eco soltanto, di quello che è stato.

Così, ci sono a volte delle parole che sono dentro di noi da un tempo infinitamente lontano, che aspettano quel giorno, quella data ora, per uscire. Come la luce di una stella lontana, che arriva ad un occhio centinaia di anni dopo esser partita. E' così, in Cielo. Se le guardi le stelle, credi di vedere l'immenso meraviglioso Universo che è. In realtà stai guardando il meraviglioso immenso Universo che era. C'è da perdersi, dietro a quell'idea, se la prendi male. E infatti molti ci si perdono e semplicemente smettono di guardarlo, il Cielo, e abbassano il capo a cercare una solida terra su cui posare i passi. Non sono peggio, no, non crederli peggio amore mio, quelli che amano quel rosso umido di vita, il denso dei grani di una terra fertile ai vuoti siderali fatti di distanze imperscrutabili e vertigini di lune. Siamo fatti per essere Canino e Abele, muscoli e sudore, pensieri e parole, un tutt'uno di grandezza e miseria così affascinante, duri come diamanti grezzi e fragili come steli di campo, ma sempre, dico sempre, accordati per risuonare di quella nota che dall'origine del tempo si propaga come un'onda per questo immenso niente. C'è una sensibilità che è fatta di tensione di nervi e fuochi di fucina, e una mistica determinazione nell'operare di fabbro che batte e ribatte il ferro per temprarlo, e un ascetico distacco nell'azione quotidiana dei gesti ripetuti.

Nelle cose dette, appunto, da un altro tempo e un altro luogo.

 

[Sipario]

 

Una sera di dicembre in una blu macchina che all'improvviso è casa. Rumore di pensieri, di paure, di ansie, di voglia di condivisione. Lei suona come un'orchestra, Dio abbassa la musica ti prego, una persona sola non può suonare così. E' bella come la luna, in quella sua dolcezza pallida e delicata. Come una rosa. Come un cristallo. Sta lì, di fronte a lui, con quello sguardo disarmante che è un misto di una gioia infinita di uccello che vola abbandonato al vento, e un fremito di cucciolo appena nato, che trema della vita che ha dentro e del con tatto con il fuori.

Tutto quello che vorresti fare è dirle: non ti romperò mai. Ma già sai che il solo pensiero è già infrangere quell'anima.

 

“Dove eri?” dice lei mentre lui le passa una mano sul viso baciandola dolcemente.

“Come ho fatto a trovarti?”, lei gli dice. La voce è un sussurro, gli occhi due buchi in cui perdersi, se solo credi che esista, l'Amore. La guancia di lei quella mano la cerca, la chiama. Da prima di tutto.

 

Su quella frase il mondo di lui si fermò, e seppe di essere esattamente dove voleva, quando voleva, e in quel tempo bellissimo, dentro quegli occhi, il tempo smise di passare.

Sarebbe ripartito un giorno, il Tempo, lui lo sapeva. Ma non ora, non lì.

Non è mai troppo presto per dire ti amo.

 

[Avanti veloce. Stop. Vicenza, some months later]

 

L'architetto ride, felice, di quella gioia serena e inconsapevole che solo gli innamorati sanno provare. Il ristorante è terribile, la tagine sarebbe già imbarazzante nel gesto tribale di raccogliere il cibo così, senza posate, con un brandello di questa sorta di molle focaccia, che per l'occasione è ancor più scabrosa in quanto si attacca ai polpastrelli, inducendo ad un gioco di mani e di bocche che è già invito.

Guarda lui, di fronte a lei, con quell'aria così misurata e la testa un pò reclinata di lato in un espressione che, lei lo sa, le rimarrà stampata a rovescio nelle retine per un istante che chiamano Infinito, per poi diventare impulso, bianchissimo, guizzante fremito, salir su dal nervo ottico, prender due scambi, ecco, la prossima a destra, poi su, ancora tre incroci, ora, a macchia d'olio, vai... fatto!!!, stampato nel cervello, con tanto di data, ora ed etichetta "I love you". Click.

Lui la guarda di rimando, le sorride, con un sorriso che sembra venire da molto lontano. Ha due occhi che sono due buchi, ti sembra di vederci i pensieri attraverso, ti sembra di "sentirli" i pensieri, echeggiare dentro quelle cavità. Parla, e lei fissa le sue labbra cosi attenta, che forse neanche lo sente il suono, lo legge direttamente da lì, dalla fonte, come fosse acqua di sorgente.

“Dove eri?”, le dice lui in un sussurro, “Ti ho cercata così tanto”. Lei si illumina, come d'incanto e tutto diventa così naturale. Lo guarda, intensamente, e sente che qualcosa dentro di lei si apre, come si apre una finestra, quando spalanchi le ante per fare entrare la luce, e l'aria di primavera. Come un risveglio. Lo guarda, e già le sembra di volare.

 

Chilometri veloci, ma quando vorresti scappar da te non c'è velocità che possa bastare. Accadono nella vita cose che sono come domande. L'hai detto tu, una sera, citando qualcuno che ti è rimasto dentro appiccicato come un post-it di vita. Accade che ti chiedi per mesi come possano certe parole arrivare dentro il cuore, così, senza resistenza. Da dove passano, che strada fanno, per entrare. Perchè se lo sapessi, qual'è la strada, potresti sempre decidere di chiuderla si, di non ascoltare, di girarti dall'latra parte davanti all'amore e dire no. Prima, non dopo. Perchè dopo non è più lo stesso. E allora, quelle parole te le rimugini dentro, incapace di trovare il percorso, cercando almeno di stamparne l'essenza, per capire. E più ti sforzi, più cerchi di ricostruire quegli occhi, quella voce, quelle emozioni, più la cerchi, quella verità nascosta che nessuno può spiegare, e più te ne allontani, cercando di spiegar l'adesso con l'allora. E poi arrivi lì, ad un tavolo, e ti scopri a dire cose che sono il riflesso, prodotto con scientifica e spietata determinazione, direi quasi galileiana cura, di quello che hai vissuto e per un istante speri di far rivivere ripetendole. E ancora ti sfugge, la meravigliosa portata della scoperta.

 

[Avanti veloce. Immagini di un futuro possibile, uno di quelli appena al di là dei tuoi occhi]

 

La donna alzò la testa dai progetti, respirando l'aria tiepida della sera d'estate. Il tramonto entrava nello studio, proiettando i fantastici raggi di un sole buono sulla parte di fondo, tappezzata dalle fotografie di una vita, istantanee di tutti i giorni messi in fila, di luoghi e momenti vissuti attraverso l'obiettivo di una Nikon. Sorrise, guardando quelle immagini. Quante emozioni erano racchiuse in quelle foto. Quanti sorsi di vita, bocconi di felicità, assaggi di passione, profumi di malinconia. C'era tutto, come da un gelataio, pensò. Si scoprì a sorridere pensando quanto di quelle emozioni fosse realmente rimasto impresso nella foto. Cioè, non per lei. Per gli altri. Per chi non sapeva. Cosa vedevano gli altri, in quell'acqua di Croazia? In quel monumento di Monaco? in quei pini del Gianicolo? C'erano davvero, quelle cose che lei vedeva in quelle immagini? O erano piuttosto la carta del regalo, la confezione, della sua anima?

Il ragazzo le toccò dolcemente la spalla, facendola sobbalzare. Lei si girò con studiata lentezza, in modo che lui avesse il tempo di controllare l'esposizione, la messa a fuoco,e imprimere quello scatto nella sua memoria. Lo guardò dolcemente, posando la mano sui suoi ricci biondi ribelli da inguaribile adolescente. Era giovane, bello, e desiderabile come sa esser desiderabile la spensieratezza. Gli sorrise, dolcemente, in modo quasi materno, e pensò a tutte le cose che avrebbe voluto dirgli con i suoi silenzi.

'Come ho fatto a trovarti?'.

La frase le uscì così, a tradimento, con un suono quasi alieno dalla sua voce, come se fosse rimbalzata nel suo cervello da un remoto andito in cui l'aveva conservata, in quel tempo. La sentì salire, piano, fino a quel sottile bordo grigio della sua corteccia di consapevolezza, sfavillare nel guizzo di una scarica sinaptica, ed affiorarle sulle labbra. Sentì il gonfiarsi meccanico dei polmoni, l'aria che le riempiva la cassa toracica, e che ora si svuotava piano, salendo lungo la trachea e piegando, caricandosi quasi, per passare attraverso le sue corde vocali e divenire parole, nitide, una teoria di lettere rigorosamente corsive in inchiostro blu nero che si formava subito dentro la sua gola, per uscire in quell'aria afosa di Agosto e diventare un fumetto di quel fotogramma da fotoromanzo rosa.

“Dove eri?” ripetè, come in un fermo immagine, profilo in perfetta opposizione a quel controluce di riccioli biondi. Lui bevve quelle parole, una ad una, lentamente, come uno scotch con ghiaccio, inebriandosi del loro gusto. Assaporandone un aroma che, lui non poteva saperlo, veniva da lontano.

 

[Avanti veloce. Immagini che danzano sullo schermo, interrotte da due righe orizzontali di disturbo statico. Stop. Altroquando. Futuro, decisamente, ma non troppo]

 

La bella gitana scostò la tenda di organza sottile, e la penombra azzurra della stanza fu inondata da un fascio di debole sole d'autunno. Sotto, la strada era tranquilla. Nessuno passava di lì, in quella piccola via di periferia, diverticolo cittadino di nome e di fatto; da lì non si andava da nessuna parte, o forse, quando eri lì, non sentivi il desiderio di andare altrove, che era l'ipotesi che più preferiva considerare chi racconta questa storia.

Comunque sia, la strada era vuota. Fissò lo sguardo su un albero in lontananza, che cominciava a perdere le foglie e si strinse in un abbraccio, rabbrividendo un poco, forse per il vento fresco che carezzava la pianta facendo ondeggiare debolmente quelle propaggini giallo oro. Che pace, l'autunno, quando finalmente il caldo, l'afa, la passione, cedono il posto ad un più misurato movimento, un Largo si succede ad un Allegro con brio, e gli odori tornano finalmente a caricarsi dell'umido della terra. Ci vorrebbe un pianoforte, pensò avvolgendosi in uno scialle arancio che esaltava i suoi bei capelli neri di zingara, lievemente striati di qualche ciocca più chiara che ne metteva ancora più in risalto la prodigiosa bellezza.

Nel cielo, quella sera, era tutto un avvicendarsi di stormi di uccelli, il volo irregolare e un poco frenetico della caccia crepuscolare, quel rito antico che si ripete da sempre dell'avvicendarsi di vita e morte, al di sopra di qualsiasi giudizio morale, dei concetti stessi di bene e male. Guardando quei voli le parve di intuire, per un momento, quanto fosse parte di tutto quello: le sembrò di sentire chiaramente, come una rivelazione, che la vita non è bella o brutta, giusta o ingiusta. Che il suo senso ultimo, è esattamente il non avere un significato determinato, ma essere. E che prodigio era, quando accadeva di sentirsi pervasi da questa sensazione di infinita presenza.

La macchina voltò piano dal gomito della strada, materializzandosi inattesa nel suo campo visivo.

La osservò fermarsi davanti al cancello della casa, vide la portiera aprirsi, e una copia di lei, più giovane e troppo rossa d'abiti per essere credibile, uscirne ridendo allegramente. La ragazza era bellissima, con quel suo viso tre gradi all'insù e quell'aria di saperla lunga sul mondo, e quando lei la vide scendere dall'auto, come sempre le accadeva quando la guardava, sentì il cuore farle un tonfo nel petto e una vertigine dolce coglierle l'anima. Pudicamente lasciò che la tenda la nascondesse alla sua vista, rimanendo però a guardare, dietro, l'uomo sulla trentacinquina che era sceso dall'auto e aveva cinto la vita di sua figlia, scostandole i bei capelli neri dal viso, per stamparle un bacio che sembrò, agli occhi di madre, durare un attimo di più di quanto umanamente fosse lecito.

Sospirò un poco, e in quel sospiro c'erano tutti i dubbi e tutte le consapevolezze di una donna: c'era il fatto che lui avesse quasi il doppio dell'età di lei, c'era l'ansia di volere che scegliesse il suo futuro senza condizionamenti esterni, c'era la consapevolezza di quanto un legame costituisse una resa della ragione al sentimento, il desiderio di proteggerla e al tempo stesso di non volerle togliere quelle esperienze che non poteva "scontare" per lei.

E poi, c'era il sorriso di lei, quello stesso sorriso che fece in quella serata d'autunno, alzando gli occhi e vedendo sua madre, poco più che un ombra dietro la tenda blu del soggiorno. Quel sorriso aveva fermato il tempo, da sempre; da quando era nata, vedendo quel sorriso aveva capito che il mondo non sarebbe stato più lo stesso, ora che c'era lei. E di fronte a quel sorriso, ancora una volta, non seppe far altro che chinare la testa, imbarazzata.

Anche l'uomo guardò su, timidamente, passandosi con naturalezza la mano sui capelli biondi ancora un poco arruffati, sicuramente dalle mani di lei che glieli aveva scompigliati. Scambiarono ancora qualche parola, un altro bacio, e un altro ancora, tornando più volte sui loro passi come due calamite che sentano l'attrazione reciproca, poi finalmente, dopo un ultimo cenno della mano, l'uomo rientrò in macchina e la ragazza sparì dietro al cancello di casa.

La donna si scostò dalla finestra, lentamente, e si rivolse verso l'interno, sentì il portone di sotto richiudersi con uno scatto, ascoltò i passi frettolosi che salivano per le scale, guardò scostarsi la porta d'ingresso, come sempre socchiusa, e avvolse in un abbraccio amorevole la ragazza che la baciava affettuosa.

Stettero così per un poco, in silenzio, madre e figlia, come sempre accadeva quando si riunivano dopo una giornata. La donna le sorrise, e l'esortò a lavarsi le mani ed andare a tavola, che la cena era pronta già da qualche minuto.

Quando si furono sedute, e cominciarono a mangiare, la ragazza alzò gli occhi dal piatto, e guardando la madre, le sorrise e disse:

“Sai mamma, lui... lui mi ama, io lo so”.

La donna versò l'acqua nei bicchieri, con gesti misurati, in silenzio.

“Oggi, mentre stavamo insieme”, continuò la ragazza, mi ha preso la testa tra le sue mani, mi ha baciato sulla fronte, e mi ha detto.... Fece una pausa, come per dar solennità a quello che stava per dire. Poi, con la voce che le vibrava un poco per l'emozione, ripeté:

Dove eri? E' una vita che mi manchi”.

 

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Tu all'inizio non puoi saperlo come va a finire, questa cosa dell'Amore. Sei poco più di una ragazza, il tempo tuo l'hai speso in buona parte sui libri, che quelli si che sono una certezza. Tu non lo sai come vanno, queste cose. Incontri un uomo, il migliore uomo del mondo, che ti dice delle parole. E allora finisce che quelle parole non te le scolli più, e a quel punto sei fottuta. Ci fai una figlia magari. Magari dopo lo perdi pure, e per giorni, settimane, mesi ed anni, pensi di non averlo perso. Poi, finalmente, scopri che non te ne importa più nulla, perchè è uscito, quello che era lì a macerare, non c'è più. Casa è tornata pulita. Finita la guerra, si ricostruisce. Si va avanti. Si vive. E poi, un bel giorno, te la trovi di fronte la faccia di lui (eh, si, perchè lei sei tu ma è anche lui, mirabile alchimia dell'amore, che stampa in un viso i lineamenti di due), che ti guarda con quegli occhi che sono due buchi da cui si vede l'anima attraverso e ti dice le parole, quelle stesse parole, che per te sono state l'inizio. Inizio di te, di quel te che è la parte più bella di te, quella che si incasina ancora, nonostante la ciocca bianca, davanti al mare. Quella che ha amato cento e nessuno. Quella che è la gitana che, ora lo sai, andrà via questa sera da te, per lasciarti finalmente nella tua casa.

Incredibile la vita, che strani giri che fa. Per arrivare in fondo, a restituirti quello che avevi lasciato per strada.

E allora lì capisci che sì, non siamo noi. Noi siamo le caverne, le parole la eco, di una musica bellissima che viene dall'inizio del tempo.

 

La ragazza la guardò perplessa.

“Mamma”, le disse, “dici che mi ama sul serio? Non sono mica cose che si dicono a tutti”.

La donna la guardò e le sorrise:

“Certamente, tesoro mio. Non si dicono a tutti”

 

[Sipario]


[Voce fuori campo]

 

L'universo fluisce, come granelli di sabbia in una clessidra, trasformando gli infiniti fotogrammi di una pellicola futura, nelle immagini un poco sbiadite di quello che chiamiamo passato. In mezzo, il varco del presente è stretto, quasi come la cruna di un ago. La tentazione di vivere di quello che è stato è sempre forte, per bilanciare l'ansia per quello che sarà. Viviamo sballottati tra una e l'altra ampolla, perennemente nel tentativo di mantenere la posizione annaspando contro corrente in questo fiume che è il Tempo. Ma c'è una forza, che alcuni chiamano Amore, che agisce fuori dalla clessidra, intorno. che è in grado di ruotarla, e farla ripartire. Ogni istante. E quando questo accade, allora per un istante ci sentiamo in equilibrio, perchè capiamo che quella corrente, in realtà, sono solo i nostri pensieri.

 

[Titoli di coda]

 

[Indietro veloce. Colori sul sepia di pellicola slavata]

 

Una tipografia, immersa nella penombra. Rumori di macchinari per la stampa e profumo di carta. Una giovane donna, bella come il sole, di fronte ad un uomo.

Dove eri? E' una vita che mi manchi...

 

[Monitor che si spegne lasciando un punto bianco al centro dello schermo]

 

L'Autore ferma la penna, l'appoggia sul grande scrittoio di quercia, e segna la pagina corrente con una grossa fettuccia blu. Poi, chiude il libro. Si alza lentamente, attraversando il palcoscenico senza fretta. Raggiunge un grosso quadro di comandi dietro ad una quinta; il teatro è ormai vuoto e avvolto nella penombra. Apre il pannello e comincia ad abbassare, uno ad uno, i grossi interruttori bipolari. Fuori, sezioni di cielo stellato si spengono, finché tutto non rimane completamente buio.

 

 [Musica: Solo, di Claudio Baglioni]

 

...E se adesso suono le canzoni

quelle stesse che tu amavi tanto

lei si siede accanto a me sorride e pensa

che le abbia dedicate a lei...

 

E non sa di quando ti dicevo

"mangia un po' di più che sei tutt'ossa"

non sa delle nostre fantasie del primo giorno

e di come te ne andasti via...

 

E chissà  se prima o poi

se tu avrai compreso mai

se ti sei voltata indietro...

E chissà  se prima o poi

se ogni tanto penserai

che io solo resto qui

e canterò solo

camminerò solo

da solo continuerò...

 

... Finchè si trovò di fronte l'ultima curva, quella che nel disegno era spiegata con un'unica, semplice parola: Elizaveta. Si era chiesta tante volte cosa c'entrasse lei con quella curva così ordinata, ed impersonale. Fece appena in tempo a capire, con gli occhi, quello che d'improvviso si sentì precipitare addosso, con l'automobile che saliva sul morbido muro e sparata dalla forza centrifuga roteava l'amabile acrobazia di quattro ruote gommate appese a una curva parabolica. Elizaveta sentì sparire ogni peso, e si accorse che stava volando senza staccarsi da terra. Era impossibile respirare. Ma lei disse piano e sorridendo:

-         Che stronzo.

 

Questa storia - A. Baricco

volamiaddosso
Permalink | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categoria : il viaggio