...e se la De Filippi mi chiede i diritti la mando a cagare
Eccola, l'onda delle idee delle 5.30. Puntuale come sempre porta l'ispirazione ai cinesi. Che poi ce la rimandano indietro, in tiratura multipla. Come sempre arriva, stessa ora stessa casa, passa dal mio letto proprio ora. E allora mi alzo e scrivo. E fotto i cinesi. Metaforicamente si intende, nulla di personale.
Passeggiavo con te, passo dopo passo, nel buio della notte, in una città dove eravamo giunti per un caso, per un fine che come spesso accade era divenuto poi un semplice mezzo per quello che sarebbe avvenuto. Dovevamo vedere un concerto, e arrivati davanti al teatro avevamo appreso che lei non avrebbe cantato quella sera. Allora, ci eravamo guardati ed avevamo sorriso, e la sera era diventata altro. Ed ora ti parlavo piano, con gli occhi fissi in un punto indeterminato, ma sapevo che le mie parole ti sarebbero arrivate chiare anche se avessi taciuto, perchè dividevamo quel sentire come il pane spezzato di un rituale. Hai avuto molte forme, amico mio. Sei stato molti nomi, e in molti luoghi diversi e magici al ricordo.
Eravamo bambini quando attaccammo l'ultima figurina su quell'album dei calciatori. I contorni sono confusi di un ricordo sepia che sfuma verso i bordi, come se il tempo lo voglia erodere attaccandolo dai lati con gentilezza, ma l'immagine al centro è chiara, mentre con attenzione sacrale solleviamo il lembo di quell'ultima fotografia, la lingua un poco di lato a compensare l'emozione delle mani. Dopo un pomeriggio di contrattazioni, partite e piccoli inganni, con cui eravamo arrivati a recuperare Lui, il signor 112 che nonricordomancopiùchifosse lo avevamo attaccato in quell'ultimo riquadro bianco che ci aveva fissavato per così tanti giorni da quell'album gonfio di volti, un libro dei santi per me che per il calcio non riponevo alcun interesse se non per il senso di complicità che mi dava la ricerca e ora, in quell'istante finale, la sua conclusione. Tiè. 'Ttaccato. Quante volte lo avevamo risfogliato poi, passando le mani sulle pagine screpolate come una pelle incerottata. Zoff, Scirea, Cabrini, Tardelli, Causio, Bettega, Gentile, Cuccureddu,... C'erano tutti, proprio tutti. L'avevamo finito.
Capimmo una cosa quel giorno, amico mio. Che i desideri esistono finchè sono ad un passo da noi. Quando li raggiungi, li guardi, e li lasci indietro, verso nuove strade. Quello che resta semmai è la condivisione di quei momenti.Quando tagli il traguardo ed alzi le mani al cielo.
L'album rimase a te a custodirlo. Ma l'ultima figurina l'attaccai io. Chissà se lo ricordi ancora, quel momento.
Eravamo ragazzini, quattordicenni appena, nero come un carboncino io, con un'ombra di baffi che spuntava sul mio viso e mi relegava nell'imbarazzo, biondo e riccio come un angelo tu. Tornavamo a casa dal liceo, ogni giorno, con i libri sottobraccio, parlando a volte del più e del meno, interrogandoci altre sulle desinenze dei verbi latini. Certi giorni il nostro parlare era così fitto che la strada che separava la scuola dalle rispettive case, un chilometro circa per te, quasi il doppio per me, diventava troppo corta. Mi guardavi allora, sorridevi e dicevi: ti accompagno. E questo rito si ripeteva, più volte, a senso alterno, perchè quando si arrivava in fondo diventavo io l'accompagnatore e tu l'accompagnato, e si tornava indietro. Fin quando i morsi della fame e l'ora tarda non troncavano quei momenti, dividendoci in un punto qualunque del tragitto intermedio, con un ultimo salluto rammaricato, fino al giorno successivo. E la mattina dopo già mi aspettavi all'angolo della tua via, il tempo di un saluto e riprendevamo a parlarci, rituffandoci in quel fiume come due nuotatori esperti in una gara su chi tocca prima l'altra sponda. O, dato il contesto, i bordi di una piscina, per girarsi con una capriola e ricominciare la vasca successiva.
Ricordo quei giorni come giorni d'andare, giorni in cui, parlando con te, solcavamo mari e toccavamo porti che non avremmo più rivisto per molto tempo. Ci alternavamo al timone della nostra fantasia e agli scalmi della conoscenza: quando remava uno, l'altro gli dava il tempo,e teneva la rotta.
Laudabamus Domine, e non lo sapevamo.
Avevamo poco meno di diciotto anni, un sacco di idee, e un'infinità di sbagli ancora da fare. E ci stavamo organizzando per farli. Loro erano sorelle, magra e graziosa la tua, o almeno così a me pareva, che l'erba del vicino è sempre più verde, tracagnotta e petulante la mia, che ero arrivato secondo e la scelta non si poneva. Me l'avevi presentata tu, forse per liberarti dell'impaccio di una presenza troppo vigile, o forse perchè da quando ci eravamo conosciuti, le zingarate le abbiamo sempre fatte in coppia. Tu eri l'amico della burla, dello scherzo, della telefonata con la voce contraffatta e il pernacchio pronto. Quanto l'abbiamo presa in giro la vita, amico mio, insieme. Come quel giorno di molti anni e molti amori dopo, quando arrivasti alla mia porta con il cuore a pezzi e un dolore troppo grande per dirlo in una volta sola, perchè lei era andata via. Ti sorrisi allora, e tu mi sorridesti di rimando, non perchè fossi felice, no, ma per una genetica mistica forza di empatia che sincronizza la muscolatura come i ritmi del sangue degli amici. Sorridevo, e tu non potevi fare a meno di ricambiare, come uno specchio.
Trovammo una casa a fianco della mia, e insieme l'arredammo. Di nuove idee, di nuovi sorrisi, di nuova vita. E alla fine di un nuovo amore. E fu il momento del commiato, che sempre quando inizia un nuovo amore è il momento di accostare la porta, lentamente, delicatamente, pudicamente oserei dire, per lasciare al cuore il tempo di illudersi che non ci sia più nessuno fuori, ed aprirsi.
E ora hai un bimbo che non ho mai visto, e una lavagna pulita pronta ad accogliere le nuove lezioni della vita.
Eri lì a giocare con me quella notte in cui mio padre morì. Ricordo che finimmo l'ultimo livello, un tripudio di esplosioni porpora e pezzi che volavano ovunque costringendoci in schivate impossibili, mentre sparavamo all'impazzata a tutto quello che si muoveva, perchè ci sono momenti in cui vorresti che la vita andasse come un videogame: se si muove spara, poi gli chiedi chi è. Io lo so che sembra orribile, Dio, un padre a una stanza di distanza che muore, e io che faccio? Gioco. E' che non la fai facile Tu, non la fai facile affatto. Ci metti il rumore dell'aria che non arriva più ai polmoni, il rantolo della vita che va via. Abbiamo fatto pace io e Te, credo, ma questo devi capirlo Dio. Non la fai facile. Ci sono volte in cui l'unica cosa che ti riesce di fare per coprire un grido è gridare più forte. Io ho gridato più forte quella notte. E tu, il mio amico, hai gridato con me. Arrivasti lentamente quella sera, che ti pesava quella visita, anche se non volevi darlo a vedere. Togliesti il giaccone, ti affacciasti alla sua stanza qualche momento, per salutarlo, e poi ti sedesti al mio fianco, passandomi il joystick.
Non parlammo molto, quella notte. Ballavamo un valzer triste dentro. Avevamo fatto posto nell'anima togliendo tutto, per accogliere il dolore. Per questo fuori vibrava tutto, era quello che cacciavamo via per sgombrarci dentro.
E porca puttana, gli abbiamo rotto il culo, a quegli alieni di merda!
Eri mia moglie, quando ti girasti piangendo verso di me per dirmi che non mi amavi più. Perchè un amico, vada come vada, è sempre sincero prima o poi. E noi siamo stati grandi amici, questo entrambi lo sappiamo. E' solo che certe volte ti trovi a giocare due ruoli in una persona sola, e quello che ne viene fuori non è un gran che. Magari ti incasini, come in una commedia di Goldoni fatta di porte che sbattono e doppi che si affacciano entrando ed uscendo dalla scena, finchè sul più bello, ti si svela l'inganno ed esci dalla porta sinistra con il vestito che avresti dovuto avere alla porta destra e la parrucca sbilenca che scopre la chioma di un altro colore. Fa ridere, quando lo vedi in teatro. Un pò meno quando il teatro sei tu. Ma mi consolo pensando che qualcuno magari, dall'altra parte di questo schermo che è la vita, stia guardando e si diverta, pensando che sia un copione. Se è così non dirglielo, amica mia, che noi ci siamo amati davvero.
E' che certe volte si confonde la familiarità con l'amore. Hai presente, questione di feeling: Ric e Gian, Cochi e Renato, il gatto e la volpe. Due compari insomma, quello lo siamo smepre stati. Quando il sentire di uno diventa sentire dell'altro, si suona insieme. E allora c'è chi lo chiama amore; noi lo chiamavamo così, almeno. Ma ora non ne sono più sicuro. Comunque sia, era un bel suonare, e tante volte ancora, quando alziamo il telefono, ci riscopriamo a cantare una canzone sciocca insieme, o a imbeccarci una battuta, o raccontarci una storia. Magari del nuovo amore, di quanto fa male quando finisce, e di quanto vorresti che fosse l'ultima volta che scivola e va via.
Sei una grande musicista F., lo sai e lo so. E io un gran cantastorie.
Da allora vieni a trovarmi regolarmente, con una scusa qualunque, per vedere come sto. Con il tuo trench australiano e il tuo cappello nero, calcato in testa come un cowboy solitario, ti affacci alla mia porta con un semplice: buonasera. Ne hai poche di parole, e ancor meno di sorrisi. Li hai sempre contati, come se te ne avessero consegnati troppo pochi quando abbiamo fatto la fila per i doni, per sprecarli per occasioni futili. Non dai consigli volentieri. Certe volte sei proprio antipatico. E mi dormi sul divano il fine settimana. E quando vai via, il giorno dopo in casa c'è casino, e resti di medicinali dappertutto. Usi il mio pettine e lo odio. Ciucci il cucchiaio con cui prendi la salsa dal barattolo e io ti taglierei le mani. Sei pieno di te come una botte, stai tutto il giorno appiccicato ad uno schermo e non riesco a farti uscire nemmeno se ti tolgo la sedia da sotto il sedere. Non combini niente in casa, non aiuti e non sparecchi.
Ma è proprio bello quando arrivi, e lo aspetto ogni volta come fosse la prima. Perchè eri fuori da quella caserma qundo facevo il militare. Perchè eri fuori dalla porta di casa mia quando dentro qualcuno moriva, troppo imbarazzato per entrare ma dovevi esserci. Perchè quando mi sono separato, tu sapevi da che parte stare, e non era la mia. Perchè quando l'amore è andato via di nuovo, tu mi hai guardato affogare nelle mie lacrime e non hai teso nessuna mano facile. Perchè hai sempre saputo che non c'è nessun bisogno di colmare lo spazio tra noi in un abbraccio, che per guardarsi allo specchio c'è bisogno di distacco.
Perchè ti ho fottuto e mentre leggi queste parole stai piangendo. E non me lo dirai mai.
Eri nessuno, in una sera di febbraio in cui mi sentivo davvero troppo solo. Mi hai sorriso. Ti ho sorriso. E ora siamo qui, a scrivere di noi, di vecchi amici e nuove idee. Perchè gli amici vanno e vengono, è questo il loro segreto, saper sparire poco prima di diventare indesiderati, e tornare quando pensi di non aver nessuno, con un nuovo volto e un nuovo cuore. Perchè gli amici siamo noi, quando ci guardiamo dentro, e facciamo pace con i nostri sensi di colpa.
Perchè i miei amici sono loro, e tanti altri ancora di cui non ti ho detto. Te li presento, perchè tu conosca me.
Another red letter day
So the pound has dropped and the children are creating
The other half ran away
Taking all the cash and leaving you with the lumber
Got a pain in the chest
Doctors on strike what you need is a rest
Its not easy love but youve got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End
Now its a beautiful day
The postman delivered a letter from your lover
Only a phone call away
You tried to track him down but somebody stole his number
As a matter of fact
Youre getting used to life without him in your way
Its so easy love cos you got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End
Its so easy love cos you got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos right till the end-
Friends will be friends
(Freddie Mercury)
del tic e del tac, e delle onde del mare
"E il pensiero sarà un minuto, il minuto un suono, il nostro suono un battito..." - Ivano Fossati
Espansioni e contrazioni, sistole e diastole. E' così da sempre. Un ritmo che si ripete, lento ed incessante, dall'origine dell'Universo. Lo ritrovi ovunque, nel cosmo, nelle civiltà, nel cuore.
Espansione e contrazione.
Espansione, come quando scrivi, quando viaggi, quando arrivi su terrazze incantate in golfi bellissimi, una sera, a bere un bicchiere di vino.
Espansione, sentire il gusto del rosso, il profumo del mare e del calafato, sfiorare un'anima e un viso.
Espansione, come quando esci da te e vedi il mondo, fuori. Quando bevi i dettagli, e ti stupisci di quante cose ci sono nel Giardino su cui posare gli occhi, quante musiche da ascoltare, qaunti lineamenti da seguire con un dito, quanti profumi caldi e invitanti, da annusare. Quanti diversi gusti da assaggiare.
Espansione, come quando leggi le pagine di un libro, o quando sfogli una persona, velo dopo velo, incantandoti di quanto c'è dietro una maschera.
Espansione, come voli verticali d'uccello, piroette su un palco vuoto, senza altro perchè che una felicità che avvita. Espansione, quando rinunci a concentrarti sul particolare, per vedere il tutto, ad amare soltanto uno per gioire di molti.
Contrazione, come quando soffi via la polvere, e vedi la tela dipinta sotto.
Contrazione, come quando ti raccogli in te, per non disperderti, per tenere insieme i pezzi e non scioglierti via.
Contrazione, come un muscolo che si irrigidisce, una scarica di fare che arriva a comandare un azione, ancor prima di una reazione, una spinta di volontà.
Contrazione, come quando impari ad accarezzare e ritrarre la mano, prima di ferire. Ad aprire le braccia prima di imprigionare. A non stringer troppo, per bramosia. Contrazione, come quando decidi di fermarti, e scegli lei, perchè di amori grandi puoi averne tanti, ma l'amore è uno, e anche se cambia volto, tempo, o luogo, è sempre scelta di contrarsi. Perchè per guardare un altro veramente, bisogna smettere di premere verso fuori, e lasciarsi entrare.
Contrazione, gesti che invitano diventano allontanare, salite interminabili si fanno planate. Due cuori si fanno corolla, e pudicamente avovlgono petali intorno, per proteggere l'intimità di un sussurro.
Ci sono momenti in cui espansione e contrazione si confondono. E il susseguirsi diventa unione, le parole respiro, la musica un accenno. Anche solo per pochi momenti, si trova il battito, quel battito divino di martello sull'incudine, che ha forgiato il mondo.
E arrivano lontane, nell'aria di una sera, le note di un Intermezzo. E gli aranci olezzano.
A tutti quelli che camminano, a passi incerti, su strade lastricate. Alzate gli occhi, guardate la luna. Non siamo poi così lontani, sotto questo immenso cielo. Prendete il passo, e andate avanti. Ed è magia. Grazie mondo.
Ho canzoni e momenti
io non so come spiegare
in cui la voce è uno strumento
che non posso controllare
Lei si leva all’infinito
e accarezza tutti noi
e c’è un solo sentimento
nella platea e nella voce
Ci son canzoni e momenti
in cui la voce è alla radice
io non so se è quando sono triste
o se è quando son felice
Ma io so che c’è un momento
che si unisce alla canzone
e di questo matrimonio
vive la mia professione.
Há canções e há momentos
Em que a voz vem da raiz
Eu não sei se quando triste
Ou se quando sou feliz
Eu só sei que há momentos
Que se casa com canção
De fazer tal casamento
Vive a minha profissão.
(Fiorella Mannoia e Milton Nascimento)
Grazie Fiorella. Stasera ci sarò, a cantare con te.
Vivo, morto o X. E allora facciamo X.
Capitano di quei giorni in cui la vita fa la sua strada, e tu
Mi riprendo, saluto, abbasso la cornetta, e mi reimmergo nei pensieri, perchè nel frattempo è arrivato il postulante di turno, ad espormi il suo problema cosmico, che poi è una firma in fondo ad un modulo, niente di più, ma che deve esser raccontato come fosse apocalisse adesso, perchè qui, in questo angolo di universo, abbiamo tutti bisogno di una storia in tasca per non essere fregati.
Il resto della mattina passa rapidamente.
Arriva la visita di una persona cara che continua a rompersi le ossa sempre nello stesso punto, perchè è proprio vero che la lingua batte dove il dente duole, e se il corpo non lo ascolti lui si difende così. Rompendosi.
Arriva anche lo sfogo di un amico, nero come caffè, e chiaro come acqua di sorgente. E' così che sono gli angeli. Sbagliati, e per questo perfetti.
C'è tutto questo, qui, e una valanga di lavori in corso. Dissestato questo selciato. Ma ci sto lavorando. Da tanto ormai, forse troppo. Ma almeno io non cambio con le legislature, ma con le stagioni, e non sempre quelle fuori.
Ed è già Show Time, il tempo di prendere un boccone d'aria prima d'entrare, inghiottire tutto e fare la mia solita apnea delle 14.30, a raccontar a persone annoiate del come fare a fare, a sciorinar racconti di tecnologie fantastiche e metodologie avveniristiche che non useranno mai, perchè sono già arresi, prima di cominciare. E me li trovo di fronte, con quella grossa bolla che esce dal naso, come in un cartone giappo, mentre mi ascoltano rapiti manco stessi recitando il Barone di Munchhausen. Una battuta, una risata. Battuta. Risata. Che swing, mattatore. Li imbocco così, come fossero appena usciti da un uovo, pulcini che domani andranno ad occupar posti dietro a sportelli di banca, o in uffici scialbi senza niente alle pareti, casellanti di vita che mi malediranno forse, allora, per avergli raccontato una bugia, quando la bugia se la saranno tagliata su misura e la chiameranno vita.
Ma è tardi. Già le cinque, e devo ancora tornare a casa, cambiarmi, di maschera e di accento, e tornare sul palco. Come Brachetti, ma più lento. Lui però lo fa da una vita. Un salto in ufficio, una sessione di www.viamichelin.it per trovare la strada della soiree, poi chiudo il pc, raccolgo baracca e burattini, esco di corsa, torno indietro, come il tenente Colombo, riapro l'ufficio, butto un occhio alla scrivania per assicurarmi di non aver lasciato niente di cui pentirmi quando sarò lontano, e finalmente sono fuori. Mi affretto alla macchina, che come al solito si trova dalla parte diametralmente opposta del mondo, mi incanalo nello Sciame, e piego a destra avvitandomi un pò per immettermi nel Nastro A4, direzione il Lago. E meno male, che sono in direzione il Lago, che dall'altra parte c'è una simpatica fila d'anime di
A casa, sembro uscito da Quattro Matrimoni e un Funerale, scena I. Ricordi? Cazzo, cazzo, cazzissimo. In ritardo. Attraverso il soggiorno-cucina-pranzo più veloce dei miei pantaloni, forse distratti dal maglione che alla prima curva s'è lanciato sul divano, e quando entro in doccia da levare non è rimasto niente. Cambio veloce da Team McLaren, me li ricordo ancora quando ero ragazzo, li guardavi sempre con invidia, noi la Ferrari, eravamo veloci si, ma quelli, quelli Dio, avevano finito che ancora il pilota doveva fermarsi, e gli facevano segno di proseguire che tanto le gomme le avevano già cambiate alla sua ombra. Era una questione di luci, mi dicevo io. Lo illuminavano da dietro, il box. Così, quando l'auto arrivava, l'ombra arrivava qualche attimo prima, e loro si portavano avanti. Certe volte sono le piccole idee a salvarti.
Ring, telefono, il cellulare. Esco con una certa ansia nel bagno, perchè non vorrei spetassarmi, come dicono qui, sul pavimento e rimanere come una medusa su un bagnasciuga molliccio ad aspettare che qualcuno mi raccolga con uno stecchino, e ragigungo il mio nokietto anteguerra con il suo display verde topo. G. Ma G. chi??? Questa è una cosa che odio della mia testa. Da quando sono qui fatico a recuperare i dati sulle persone. Chi non l'ha mai provato non può capire quanto sia frustrante. Normalmente, quando memorizziamo un nome, un volto, una situazione, memorizziamo anche un contesto. Il dove. Il quando. Una serie di immagini di contorno che non sono "il piatto", ma solo la guarnizione intorno, insomma quello che ci serve per contestualizzare il ricordo. Quando cambi luoghi spesso, non memorizzi il contorno. Ho fette di ricordi come parmacotto, incartati nella vaschetta. E quando li apro per consumarli non so più se è prosciutto o cosa. Colpa dell'etichetta, sbiadita e illeggibile. Ma tant'è.
Appena sento la voce di G. il ricordo ritorna. Ex vicina di casa, un marito amorevole e due figlie bellissime. Eppure. Ci sono mille modi per sentirsi soli. E non serve nemmeno conoscerli tutti. E' giù, lo sento a pelle, e avrebbe voglia di parlare. Io ci provo un poco, mentre mi vesto Brachetti style, lanciando in aria i vestiti e infilandomici dentro al volo in un rallenty tipo La Gang del Bosco, per non perdere il grip con la saponetta antracite tra le mani, che sembra fatta apposta per scivolarti mentre parli (e probabilmente lo è).
Due parole di conforto, quasi di circostanza, mentre mi sforzo di assumere quell'aria sbarazzina un pò James Bond (Shean Connery ovviamente, che gli altri sono lacchè dello stile) e un pò Harrison Ford, con la frusta di lato (questo per necessità, che non riesco a girare senza il mio marsupio, anche quando sono vestito da sera di tutto punto, in giacca Zegna cappotto cammello a bavero alto). Mi guardo di profilo compiaciuto su una striscia di specchio che nasconde i difetti, gli stacco un sorriso di ringraziamento, e mi lancio fuori in ritardo di almeno 15 minuti sull'inizio delle danze.
Evito il Nastro, ghignando dietro a tutti gli sfigati che inconsapevoli si avventurano ad incrementare quella fila che ho visto all'andata, e prendo la superstrada che corre parallela. Corre, sono parole grosse. Diciamo, s-corre. Aldo Romano nelle orecchie, Because of Bechet, traccia 2, batteria incredibile, potresti arrivare a 180 su una strada di campagna, con quel ritmo. Con la testa ripasso velocemente il discorso in inglese, tanto per essere sicuro che tutto funzioni, di ricordare come dire che c'era un traffico di merda, ma che sono molto contento di essere lì. Fosse vero poi. Il fatto è che stasera non sono io, mi dico, sono l'Organizzazione, e non sto parlando con un panzone di settantacinque anni no, sto parlando con
Eccoci, strada giusta, posto giusto. Manca solo l'albergo, dove diavolo sta? Faccio un paio di giri, per sincerarmi di non averlo eclissato in un angolo della mia coscienza per evitarlo, poi finalmente decido che ho sbagliato qualcosa e mi fermo. A pensare. Ho sbagliato qualcosa. L'indirizzo? La ricerca?
Blink, beep, lucetta.
Silenzio intorno.
Magari avrei dovuto prenderlo il TomTom, era pure in offerta con i punti dell'Esselunga.
Silenzio.
Blink, beet, lucetta.
Penso al TomTom e mi viene in mente il Tam Tam, tamburi nella Giungla.
Prendo il telefono, sempre immancabilmente in fondo al marsupio, dietro Erri De Luca, i tre cd di questa settimana da rstituire in mediateca, la macchina fotografica, i buoni pasto, il cavetto del iPoddo, il portafogli... eccolo.
Come si chiama il tipo? Dick Tracy? Blink, beep, lucetta. Faccio il numero...
"Pronto"
"Ciao G., sono Michele. Senti, io qui mi sono liberato presto. Prendo tre pizze e vengo lì?"
"Magari..."
Silenzio
"Grazie Mic."
"No, grazie a te G. Guarda che spengo il cell, che altrimenti mi rompono l'anima. Arrivo in mezzora."
"Ok. Ti aspetto, ciao."
Attacco, appoggio la testa al sedile e penso alle parole di qualche giorno fa di una donna cicala su un muretto da cui si vedeva il mare.
Tu e lei siete per pochi. anzi per pochissimi.
E mi dico che non lo so, amica mia di un giorno soltanto, se io sono per pochi o per tanti. So che in questo viaggio ne incontro molti, e molti passano oltre. So che ne ha rovinate più la fiaba di Cenerentola che
E' una serata bellissima ora, con uno spicchio di luna così sottile che sembra uscito da una storia fantastica. solo che questa storia la chiamano vita. E finisce sempre bene.
Prendo tre pizze, passando da casa raccolgo il dvd di Cars, per le bambine, e suono ad una porta, accolto da un sorriso e da due paia di manine che si stringono alle gambe.
Tutto il resto è noia. Se il diavolo veste Prada, ha un sacco di soldi da buttare. E di problemi da risolvere.
Si allontanano i tamburi, nella notte. La caccia prosegue, altrove.
Se volevo andare a teatro bastava restare qui, mati pare?
Sorrido raramente
soprattutto negli ultimi tempi
mi accorgo guardandomi
di non essere più la stessa
assisto mio malgrado
ad ignobili riti formali
sopporto le prediche di chi
razzola male e incanta
sia ben inteso ogni riferimento
sia ben inteso ogni riferimento
non é puramente casuale
non é puramente generico
credimi
Rispondo vagamente
con sincero e cortese distacco
ai languidi stucchevoli
altruismi di convenienza
mi adeguo gradualmente
ai soliti ricatti morali
mi accorgo guiardandoti
di trovarti abbastanza
spregevole
sia ben inteso ogni riferimento
sia ben inteso ogni riferimento
non é puramente casuale
non é puramente generico
credimi
sia ben inteso ogni riferimento
sia ben inteso ogni riferimento
non é puramente casuale
non é puramente generico
credimi
(Carmen Consoli)
Nelle corse si può fare molto di più che vincere – Cars
PS: gioca anche tu al meraviglioso concorso “Di che marchio 6?”. Individua tutti i marchi inseriti subliminalmente nel post precedente, e parteciperai all’estrazione di un weekend da sogno a Venezia. Solo per innamorati cronici.