About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

mercoledì, 28 febbraio 2007,ore 07:32

...e se la De Filippi mi chiede i diritti la mando a cagare

Eccola, l'onda delle idee delle 5.30. Puntuale come sempre porta l'ispirazione ai cinesi. Che poi ce la rimandano indietro, in tiratura multipla. Come sempre arriva, stessa ora stessa casa, passa dal mio letto proprio ora. E allora mi alzo e scrivo. E fotto i cinesi. Metaforicamente si intende, nulla di personale.

Passeggiavo con te, passo dopo passo, nel buio della notte, in una città dove eravamo giunti per un caso, per un fine che come spesso accade era divenuto poi un semplice mezzo per quello che sarebbe avvenuto. Dovevamo vedere un concerto, e arrivati davanti al teatro avevamo appreso che lei non avrebbe cantato quella sera. Allora, ci eravamo guardati ed avevamo sorriso, e la sera era diventata altro. Ed ora ti parlavo piano, con gli occhi fissi in un punto indeterminato,  ma sapevo che le mie parole ti sarebbero arrivate chiare anche se avessi taciuto, perchè dividevamo quel sentire come il pane spezzato di un rituale. Hai avuto molte forme, amico mio. Sei stato molti nomi, e in molti luoghi diversi e magici al ricordo. 

Eravamo bambini quando attaccammo l'ultima figurina su quell'album dei calciatori. I contorni sono confusi di un ricordo sepia che sfuma verso i bordi, come se il tempo lo voglia erodere attaccandolo dai lati con gentilezza, ma l'immagine al centro è chiara, mentre con attenzione sacrale solleviamo il lembo di quell'ultima fotografia, la lingua un poco di lato a compensare l'emozione delle mani. Dopo un pomeriggio di contrattazioni, partite e piccoli inganni, con cui eravamo arrivati a recuperare Lui, il signor 112 che nonricordomancopiùchifosse lo avevamo attaccato in quell'ultimo riquadro bianco che ci aveva fissavato per così tanti giorni da quell'album gonfio di volti, un libro dei santi per me che per il calcio non riponevo alcun interesse se non per il senso di complicità che mi dava la ricerca e ora, in quell'istante finale, la sua conclusione. Tiè. 'Ttaccato. Quante volte lo avevamo risfogliato poi, passando le mani sulle pagine screpolate come una pelle incerottata. Zoff, Scirea, Cabrini, Tardelli, Causio, Bettega, Gentile, Cuccureddu,... C'erano tutti, proprio tutti. L'avevamo finito.
Capimmo una cosa quel giorno, amico mio. Che i desideri esistono finchè sono ad un passo da noi. Quando li raggiungi, li guardi, e li lasci indietro, verso nuove strade. Quello che resta semmai è la condivisione di quei momenti.Quando tagli il traguardo ed alzi le mani al cielo.
L'album rimase a te a custodirlo. Ma l'ultima figurina l'attaccai io. Chissà se lo ricordi ancora, quel momento.

Eravamo ragazzini, quattordicenni appena, nero come un carboncino io, con un'ombra di baffi che spuntava sul mio viso e mi relegava nell'imbarazzo, biondo e riccio come un angelo tu. Tornavamo a casa dal liceo, ogni giorno, con i libri sottobraccio, parlando a volte del più e del meno, interrogandoci altre sulle desinenze dei verbi latini. Certi giorni il nostro parlare era così fitto che la strada che separava la scuola dalle rispettive case, un chilometro circa per te, quasi il doppio per me, diventava troppo corta. Mi guardavi allora, sorridevi e dicevi: ti accompagno. E questo rito si ripeteva, più volte, a senso alterno, perchè quando si arrivava in fondo diventavo io l'accompagnatore e tu l'accompagnato, e si tornava indietro. Fin quando i morsi della fame e l'ora tarda non troncavano quei momenti, dividendoci in un punto qualunque del tragitto intermedio, con un ultimo salluto rammaricato, fino al giorno successivo. E la mattina dopo già mi aspettavi all'angolo della tua via, il tempo di un saluto e riprendevamo a parlarci, rituffandoci in quel fiume come due nuotatori esperti in una gara su chi tocca prima l'altra sponda. O, dato il contesto, i bordi di una piscina, per girarsi con una capriola e ricominciare la vasca successiva.
Ricordo quei giorni come giorni d'andare, giorni in cui, parlando con te,  solcavamo mari e toccavamo porti che non avremmo più rivisto per molto tempo. Ci alternavamo al timone della nostra fantasia e agli scalmi della conoscenza: quando remava uno, l'altro gli dava il tempo,e teneva la rotta.
Laudabamus Domine, e non lo sapevamo.

Avevamo poco meno di diciotto anni, un sacco di idee, e un'infinità di sbagli ancora da fare. E ci stavamo organizzando per farli. Loro erano sorelle, magra e graziosa la tua, o almeno così a me pareva, che l'erba del vicino è sempre più verde, tracagnotta e petulante la mia, che ero arrivato secondo e la scelta non si poneva. Me l'avevi presentata tu, forse per liberarti dell'impaccio di una presenza troppo vigile, o forse perchè da quando ci eravamo conosciuti, le zingarate le abbiamo sempre fatte in coppia. Tu eri l'amico della burla, dello scherzo, della telefonata con la voce contraffatta e il pernacchio pronto. Quanto l'abbiamo presa in giro la vita, amico mio, insieme. Come quel giorno di molti anni e molti amori dopo, quando arrivasti alla mia porta con il cuore a pezzi e un dolore troppo grande per dirlo in una volta sola, perchè lei era andata via. Ti sorrisi allora, e tu mi sorridesti di rimando, non perchè fossi felice, no, ma per una genetica mistica forza di empatia che sincronizza la muscolatura come i ritmi del sangue degli amici. Sorridevo, e tu non potevi fare a meno di ricambiare, come uno specchio.
Trovammo una casa a fianco della mia, e insieme l'arredammo. Di nuove idee, di nuovi sorrisi, di nuova vita. E alla fine di un nuovo amore. E fu il momento del commiato, che sempre quando inizia un nuovo amore è il momento di accostare la porta, lentamente, delicatamente, pudicamente oserei dire, per lasciare al cuore il tempo di illudersi che non ci sia più nessuno fuori, ed aprirsi.
E ora hai un bimbo che non ho mai visto, e una lavagna pulita pronta ad accogliere le nuove lezioni della vita.

Eri lì a giocare con me quella notte in cui mio padre morì. Ricordo che finimmo l'ultimo livello, un tripudio di esplosioni porpora e pezzi che volavano ovunque costringendoci in schivate impossibili, mentre sparavamo all'impazzata a tutto quello che si muoveva, perchè ci sono momenti in cui vorresti che la vita andasse come un videogame: se si muove spara, poi gli chiedi chi è. Io lo so che sembra orribile, Dio, un padre a una stanza di distanza che muore, e io che faccio? Gioco. E' che non la fai facile Tu, non la fai facile affatto. Ci metti il rumore dell'aria che non arriva più ai polmoni, il rantolo della vita che va via. Abbiamo fatto pace io e Te, credo, ma questo devi capirlo Dio. Non la fai facile. Ci sono volte in cui l'unica cosa che ti riesce di fare per coprire un grido è gridare più forte. Io ho gridato più forte quella notte. E tu, il mio amico, hai gridato con me. Arrivasti lentamente quella sera, che ti pesava quella visita, anche se non volevi darlo a vedere. Togliesti il giaccone, ti affacciasti alla sua stanza qualche momento, per salutarlo, e poi ti sedesti al mio fianco, passandomi il joystick.
Non parlammo molto, quella notte. Ballavamo un valzer triste dentro. Avevamo fatto posto nell'anima togliendo tutto, per accogliere il dolore. Per questo fuori vibrava tutto, era quello che cacciavamo via per sgombrarci dentro.
E porca puttana, gli abbiamo rotto il culo, a quegli alieni di merda!

Eri mia moglie, quando ti girasti piangendo verso di me per dirmi che non mi amavi più. Perchè un amico, vada come vada, è sempre sincero prima o poi. E noi siamo stati grandi amici, questo entrambi lo sappiamo. E' solo che certe volte ti trovi a giocare due ruoli in una persona sola, e quello che ne viene fuori non è un gran che. Magari ti incasini, come in una commedia di Goldoni fatta di porte che sbattono e doppi che si affacciano entrando ed uscendo dalla scena, finchè sul più bello, ti si svela l'inganno ed esci dalla porta sinistra con il vestito che avresti dovuto avere alla porta destra e la parrucca sbilenca che scopre la chioma di un altro colore. Fa ridere, quando lo vedi in teatro. Un pò meno quando il teatro sei tu. Ma mi consolo pensando che qualcuno magari, dall'altra parte di questo schermo che è la vita, stia guardando e si diverta, pensando che sia un copione. Se è così non dirglielo, amica mia, che noi ci siamo amati davvero.
E' che certe volte si confonde la familiarità con l'amore. Hai presente, questione di feeling: Ric e Gian, Cochi e Renato, il gatto e la volpe. Due compari insomma, quello lo siamo smepre stati. Quando il sentire di uno diventa sentire dell'altro, si suona insieme. E allora c'è chi lo chiama amore; noi lo chiamavamo così, almeno. Ma ora non ne sono più sicuro. Comunque sia, era un bel suonare, e tante volte ancora, quando alziamo il telefono, ci riscopriamo a cantare una canzone sciocca insieme, o a imbeccarci una battuta, o raccontarci una storia. Magari del nuovo amore, di quanto fa male quando finisce, e di quanto vorresti che fosse l'ultima volta che scivola e va via.
Sei una grande musicista F., lo sai e lo so. E io un gran cantastorie.

Da allora vieni a trovarmi regolarmente, con una scusa qualunque, per vedere come sto. Con il tuo trench australiano e il tuo cappello nero, calcato in testa come un cowboy solitario, ti affacci alla mia porta con un semplice: buonasera. Ne hai poche di parole, e ancor meno di sorrisi. Li hai sempre contati, come se te ne avessero consegnati troppo pochi quando abbiamo fatto la fila per i doni, per sprecarli per occasioni futili. Non dai consigli volentieri. Certe volte sei proprio antipatico. E mi dormi sul divano il fine settimana. E quando vai via, il giorno dopo in casa c'è casino, e resti di medicinali dappertutto. Usi il mio pettine e lo odio. Ciucci il cucchiaio con cui prendi la salsa dal barattolo e io ti taglierei le mani. Sei pieno di te come una botte, stai tutto il giorno appiccicato ad uno schermo e non riesco a farti uscire nemmeno se ti tolgo la sedia da sotto il sedere. Non combini niente in casa, non aiuti e non sparecchi.
Ma è proprio bello quando arrivi, e lo aspetto ogni volta come fosse la prima. Perchè eri fuori da quella caserma qundo facevo il militare. Perchè eri fuori dalla porta di casa mia quando dentro qualcuno moriva, troppo imbarazzato per entrare ma dovevi esserci. Perchè quando mi sono separato, tu sapevi da che parte stare, e non era la mia. Perchè quando l'amore è andato via di nuovo, tu mi hai guardato affogare nelle mie lacrime e non hai teso nessuna mano facile. Perchè hai sempre saputo che non c'è nessun bisogno di colmare lo spazio tra noi in un abbraccio, che per guardarsi allo specchio c'è bisogno di distacco.
Perchè ti ho fottuto e mentre leggi queste parole stai piangendo. E non me lo dirai mai.

Eri nessuno, in una sera di febbraio in cui mi sentivo davvero troppo solo. Mi hai sorriso. Ti ho sorriso. E ora siamo qui, a scrivere di noi, di vecchi amici e nuove idee. Perchè gli amici vanno e vengono, è questo il loro segreto, saper sparire poco prima di diventare indesiderati, e tornare quando pensi di non aver nessuno, con un nuovo volto e un nuovo cuore. Perchè gli amici siamo noi, quando ci guardiamo dentro, e facciamo pace con i nostri sensi di colpa.
Perchè i miei amici sono loro, e tanti altri ancora di cui non ti ho detto. Te li presento, perchè tu conosca me.

Another red letter day
So the pound has dropped and the children are creating
The other half ran away
Taking all the cash and leaving you with the lumber
Got a pain in the chest
Doctors on strike what you need is a rest

Its not easy love but youve got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End

Now its a beautiful day
The postman delivered a letter from your lover
Only a phone call away
You tried to track him down but somebody stole his number
As a matter of fact
Youre getting used to life without him in your way

Its so easy love cos you got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End

Its so easy love cos you got friends you can trust
Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos friends will be friends right till the
End

Friends will be friends
When youre in need of love they give you care and attention
Friends will be friends
When youre through with life and all hope is lost
Hold out your hands cos right till the end-
Friends will be friends

(Freddie Mercury)

volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



lunedì, 26 febbraio 2007,ore 11:04

Sento freddo oggi, cosa strana per me che di solito vado in giro sempre con uno strato in meno del dovuto. Ma ci sono mattine in cui il sole non scalda allo stesso modo.
Ci sono Lunedì in cui la vita, attraverso le parole di qualcuno che porto nel cuore, ti ricorda che la realtà va oltre l'inguaribile ottimismo delle parole, e che una bella musica, in quanto tale, è anche fatta di silenzi.
Siamo tutti presi dai nostri problemi, dalle nostre emozioni, tutti impegnati a guardare dentro, a cercare un modo e una ragione per sentirci speciali, e dimentichiamo che un modo ci sarebbe, di essere speciali, e quel modo sarebbe smettere di guardarsi, e aiutare. Che non ti rende migliore, no, ne sono consapevole, è sempre egoismo quello che guida i gesti verso gli altri, ma un egoismo più raffinato. Ma almeno il bene resta.
Ci sono due immagini in questo momento dentro: una viene da una scena di un musical di qualche tempo fa, Jesus Christ Superstar. Ci sono mani tese, richieste di aiuto, bisogni grandissimi, dolore. E al centro un uomo dio che vorrebbe allontanarle, trovare uno spazio, non farsi sommergere. Di quel film ricordo poco e niente, ma quella scena mi è rimasta dentro. E' così difficile vivere quando non riesci ad arginare la marea, a contrapporre qualcosa a quelle grida di sofferenza. Perchè c'è la sofferenza intorno. Non è tutto zucchero e miele, no. E a mangiar solo quello, si cariano i denti.
L'empatia è un dono, e una grande responsabilità. Quando fai tuo il sentire di qualcuno, fai tue anche immagini che devono decantare, per depositare sul fondo tutto quello che è e deve essere il peso della consapevolezza.
L'altra immagine è ancora di musica, dalla Leggenda del Pianista sull'Oceano, resa superba di Novecento di Baricco.
C'è un orchestra che suona, un direttore un pò affettato e completamente imbarazzato che prega il protagonista di non suonare "troppo", solo le note che ci vanno, non le "altre". E puntualmente la musica inizia, un charleston credo, non sono stato mai molto bravo con le etichette da apporre ai concetti, ma in qualche modo lo devo spiegare, quindi facciamo charleston. Procede per un poco, poi entra il piano. Come acqua che riempie il letto di un torrente secco. Come fuoco che divampa nella prateria. Come il sole quando apri una persiana e la stanza ti ridà tutti i colori. Uno spumante stappato, la scia di fuochi d'artificio di una festa paesana in cui un Cristo di legno viene alzato al cielo gridando Gioia. Ecco, io non so cosa sia questo. Però so che va così. Oggi sono un piano solo, un lunedì mattina, e ho bisogno di tacere e di pensare a quelle mani. Magari domani arriverà una nota, poi un'altra, e sentirò che ho voglia di suonare qualcosa.
Per ora guardo il lavoro che ho davanti, che in certi momenti sembra insignificante rispetto a quello che potrei/dovrei fare fuori, ma che in altri si trasforma nel mio modo di esserci, nel mondo.
Come disse tempo fa una donna che ho amato infinitamente scrivendo delle sue difficoltà, in giorni in cui erano così tante le cose che le occupavano la testa da rendere difficile guardar fuori, "qualcuno si dovrà pur accontentare". Io oggi credo che quel qualcuno siamo noi stessi.
volamiaddosso
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venerdì, 23 febbraio 2007,ore 10:17

di una terra, una festa, e di come arrivarci

Puoi arrivarci in volo. Ci sono charter a tutte le ore del giorno, strapieni di singles in cerca di un'avventura di un'ora, di uomini d'affari abbronzati con le facce color cuoio come le loro ventiquattrore, di giapponesi con sorrisi 2D che sembrano usciti da un cartone animato, di famiglie obese con bambini obesi che traslano bambolotti obesi lungo i sedili stretti di aeroplani obesi, rigurgitanti ronzii di pensieri coperti solo, pietosamente, dai potenti motori a reazione che spingono quella gelatinosa massa d'umanità su una nuova terra, come un'Arca arcana portò di tutto, dai moschini ai rinoceronti (animali domestici con la erre) ad un nuovo domani.
Nel caso tu sia lì, su uno di quei voli, cerca di sederti vicino al finestrino, mettiti comodo, allenta la cintura, anzi "le" cinture, e aspetta paziente che l'aereo pieghi, nell'ultimo tratto, per lasciar la costa e puntare verso il centro. Allora, in quel momento, isola i rumori, dimentica il vicino di posto, ascolta il tuo respiro, e guarda giù. Si, proprio adesso, mentre vira, quando l'ala scende e il sotto ti da il fianco. Alza un poco lo schermo che ti ha protetto lungo il viaggio da una luce troppo intensa, e guarda fuori. Quella spiaggia che riflette il sole. Quelle palme protese verso il mare. I colori di una bandiera, il giallo e il verde, li vedi? E il mare. Arrivaci piano, al mare, seguendo lo sguardo degli alberi. Trovalo senza cercarlo troppo, fai finta che sia un caso. E segui l'Onda. Tropicale. Se arrivi in volo, all'ultimo istante, nel culmine della virata lo vedrai, un pianoforte tra l'Oceano e la riva, ed un pianista che suona una musica. Ti sembrerà solo e malinconico forse. Ma non è così, che dove c'è un piano c'è baccano e mani che si cercano e labbra che si guardano.
Resta lì a guardare, per un momento, e poi distogli lo sguardo, e riabbassa la tendina. Finisce la virata. E torni a volare.

Puoi arrivarci per terra, con il tuo zaino stracarico di te, un sudore addosso e la polvere della strada. Un giorno qualunque, mettiamo il 13 di maggio. In una piazza qualunque, perchè c'è sempre una piazza qualunque al centro di un paese, una piazza che ha visto mille mercati, e mani che prendono e danno e dita che contano e voci che gridano. In un pease qualunque, mettiamo Santo Amaro. Che dove sta non lo so e non importa. Tanto ci arrivi seguendo il profumo. E la musica. Perchè in una piazza qualunque di un paese qualunque di un altroquando a poche note da qui, il 13 di maggio è festa. E se arrivi per terra, i piedi stanchi cominceranno a danzare, e i sensi inebriati ti racconteranno storie di un passato che forse tanto felice non era, ma che si celebra ancora. Perchè è sempre la gioia a celebrare il ricordo del dolore. E quando sentirai un profumo speciale, qualcosa che non sai ma hai dentro da sempre. non cheidere cosa sia. Ti direbbero "pintoba", perchè certi profumi hanno bisogno di un nome nuovo per essere definiti. Ma le nari che se ne inebriano sono le stesse ovunque.

Puoi arrivarci di notte, per le strade dove si vende l'amore per un boccone di pane, e la dignità per un bicchiere di vino. Allora coraggio, Caterina, o qualunque sia il tuo nome, perchè la vita è anche questo, non è sempre Maggio, e non è sempre sole. Ma la musica resta, anche quando sembra così debole da essere poco più che un sussurro. E la mattina arriva sempre, domani. Senza paura, vai, piccola stella. Oltre la miseria, che chi non ha niente non può perdere niente. E perfino il Padre Eterno da cosi' lontano guardando quell'inferno dovrà benedire quel che non ha governo ne mai ce l'avrà, quel che non ha vergogna ne mai ce l'avrà quel che non ha giudizio.

Puoi arrivarci per mare, ma non sarà strada facile. Perchè pe' mmare nun ce stanno taverne, e una volta partiti non c'è spazio per la nostalgia e i pentimenti, anche quando la via è incerta e vedere a nove nodi appena è un grande affare. Ma la vita non è fatta per essere facile, e un comandante per quanto giovane dovrebbe stare in mare. E uno scrittore scrivere. Puoi arrivarci per mare, passando per Panama, ma non sarà strada facile. Se lo farai, porta un fazzoletto, e un cappello da calcare sul capo, quando vorrai lasciar fuori il mondo.

Puoi arrivarci in treno, a vapore magari. Così avrai il tempo di sciogliere il dolore, stazione dopo stazione. Certe volte avrai la sensazione di non andare da nessuna parte, e che sia il mondo a muoversi. Certe volte penserai che ti stai fermando troppo, in una stazione. Altre che vorresti scendere ed essere arrivato. Vedrai cose, e persone, e di alcune di loro farai il tuo obiettivo. Ma ricordati di risalire, prima o poi, su quel treno. Perchè viaggiare è accomiatarsi da se stessi, e dalla facilità di una convenzione. Lascia il branco, un amore, e una pioggia, e riparti. Non c'è niente di più bello, che essere dimenticati.

Comunque tu decida di arrivarci, arrivaci con calma. Perchè c'è tempo. Certe volte ti sembrerai che sfugga, che non basti mai al tuo fare. Altre si fermerà, docile per farti salire. Attimi che diventeranno fotografie, e altri che sbiadiranno via. C'è tempo, come due amici che cantano la stessa canzone, le parole di uno nella bocca dell'altro, e tutta la distanza di due pensieri annullata in un istante, e tutta l'altezza di un palco cancellata da uno sguardo, e tutto l'affetto che torna.
C'è sempre tempo, anche quando crederai che sia finita. Anche quando sentirai una musica che ti inzuppa, e scoprirai che dentro sei salato come il mare. E' sempre un'Onda, anche quando viene da dentro. E' un tempo benedetto, credo, da molto lontano. Il nostro tempo.

Puoi arrivare per molte vie, seguendo musiche tue o cercando il conforto di un castello di amici, ricordando chi non c'è o accogliendo chi arriva. Puoi cercare la felicità, o accorgerti che è già lì, una sera di Febbraio, e metterti a ballare, sotto ad un palco, al ritmo di un samba che ti racconta un mondo, magari lontano, se lo guardi su una carta. Ma estremamente vicino se lo senti con il cuore. Che quel ritmo lo conosce dal primo battito. E puoi scoprire che è facilissimo arrivarci, ma difficile andar via.
Perchè quando si viaggia, poi non si torna mai completamente.

Del resto non dirò, che c'è chi è più bravo a raccontare la magia delle note.
Grazie Fiorella, per avermi voluto alla tua festa.
E grazie di quel contatto. La grandezza di un artista è nel saper farti arrivare tutta l'emozione come fosse proprio e soltanto per te, e tu lo fai benissimo. Da quando ti conosco.

Michele

Precario,provvisorio,dispersivo,
erroneo,transitorio,transitivo,
effimero,fugace,passeggero,
ecco qui un vivo,
ecco qui un vivo.

Impuro,imperfetto,impermanente,
incerto,incompleto,incostante
instabile, variabile motivo
ecco qui un vivo,
ecco qui..

e affrontando il traffico del
traffico equivoco,
il tossico del transito nocivo,
la droga e l'indigesto digestivo,
il male che minaccia il corpo vivo.

La mente è il mal dell'ente collettivo,
il sangue è il mal del sieropositivo,
ed affrontando queste realtà il vivo afferma, affermo, affermativo,
quel che vale davvero è restar vivo, restar vivo, vivo, esser vivo.

Sospeso, non perfetto, non completo,
non soddisfatto mai ne mai contento,
così incompiuto e non definitivo,
ecco qui un vivo, eccomi.

(Fiorella Mannoia)

Special guests:

Paolo Conte
Erri De Luca
Ivano Fossati
Daniel Kehlmann
Lenine
Milton Nascimento
Ornella Vanoni
Caetano Veloso

Io

PS: Ho sognato una festa ieri. Due ore di un viaggio, andata e ritorno tra palco e realtà tra le parole e le emozioni di Fiorella Mannoia in concerto al PalaBrescia. Ho provato a raccontarlo, così. Ci sono davvero decine di canzoni qui dentro. Parole stupende che ieri sera mi hanno incantato l'anima. Non potevo virgolettarle tutte, sarebbe stato come ingabbiarle in una rete, e avrebbe avuto poco senso giacchè il post in massima parte è fatto di quelle parole. Sono testi stupendi, alcuni a me completamente ignoti, che stanno depositandosi in un angolo del mio salotto buono, altri che sono tutta la complicità e l'affetto che mi lega a persone care. Ci siete un pò tutti voi dentro, anche. Perchè, come ho detto qualche tempo fa, siamo la somma di tutti quelli che dividono il loro tempo con noi, ed altro ancora. Ed è bello portarvi con me. Grazie.
volamiaddosso
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categoria : cristalli di anima



giovedì, 22 febbraio 2007,ore 07:26

del tic e del tac, e delle onde del mare

"E il pensiero sarà un minuto, il minuto un suono, il nostro suono un battito..." - Ivano Fossati

Espansioni e contrazioni, sistole e diastole. E' così da sempre. Un ritmo che si ripete, lento ed incessante, dall'origine dell'Universo. Lo ritrovi ovunque, nel cosmo, nelle civiltà, nel cuore.
Espansione e contrazione.
Espansione, come quando scrivi, quando viaggi, quando arrivi su terrazze incantate in golfi bellissimi, una sera, a bere un bicchiere di vino.
Espansione, sentire il gusto del rosso, il profumo del mare e del calafato, sfiorare un'anima e un viso.
Espansione, come quando esci da te e vedi il mondo, fuori. Quando bevi i dettagli, e ti stupisci di quante cose ci sono nel Giardino su cui posare gli occhi, quante musiche da ascoltare, qaunti lineamenti da seguire con un dito, quanti profumi caldi e invitanti, da annusare. Quanti diversi gusti da assaggiare.
Espansione, come quando leggi le pagine di un libro, o quando sfogli una persona, velo dopo velo, incantandoti di quanto c'è dietro una maschera.
Espansione, come voli verticali d'uccello, piroette su un palco vuoto, senza altro perchè che una felicità che avvita. Espansione, quando rinunci a concentrarti sul particolare, per vedere il tutto, ad amare soltanto uno per gioire di molti.
Contrazione, come quando soffi via la polvere, e vedi la tela dipinta sotto.
Contrazione, come quando ti raccogli in te, per non disperderti, per tenere insieme i pezzi e non scioglierti via.
Contrazione, come un muscolo che si irrigidisce, una scarica di fare che arriva a comandare un azione, ancor prima di una reazione, una spinta di volontà.
Contrazione, come quando impari ad accarezzare e ritrarre la mano, prima di ferire. Ad aprire le braccia prima di imprigionare. A non stringer troppo, per bramosia. Contrazione, come quando decidi di fermarti, e scegli lei, perchè di amori grandi puoi averne tanti, ma l'amore è uno, e anche se cambia volto, tempo, o luogo, è sempre scelta di contrarsi. Perchè per guardare un altro veramente, bisogna smettere di premere verso fuori, e lasciarsi entrare.
Contrazione, gesti che invitano diventano allontanare, salite interminabili si fanno planate. Due cuori si fanno corolla, e pudicamente avovlgono petali intorno, per proteggere l'intimità di un sussurro.

Ci sono momenti in cui espansione e contrazione si confondono. E il susseguirsi diventa unione, le parole respiro, la musica un accenno. Anche solo per pochi momenti, si trova il battito, quel battito divino di martello sull'incudine, che ha forgiato il mondo.
E arrivano lontane, nell'aria di una sera, le note di un Intermezzo. E gli aranci olezzano.

A tutti quelli che camminano, a passi incerti, su strade lastricate. Alzate gli occhi, guardate la luna. Non siamo poi così lontani, sotto questo immenso cielo. Prendete il passo, e andate avanti. Ed è magia. Grazie mondo.

Ho canzoni e momenti
io non so come spiegare
in cui la voce è uno strumento
che non posso controllare
Lei si leva all’infinito
e accarezza tutti noi
e c’è un solo sentimento
nella platea e nella voce

Ci son canzoni e momenti
in cui la voce è alla radice
io non so se è quando sono triste
o se è quando son felice
Ma io so che c’è un momento
che si unisce alla canzone
e di questo matrimonio
vive la mia professione.

Há canções e há momentos
Em que a voz vem da raiz
Eu não sei se quando triste
Ou se quando sou feliz
Eu só sei que há momentos
Que se casa com canção
De fazer tal casamento
Vive a minha profissão.

(Fiorella Mannoia e Milton Nascimento)

Grazie Fiorella. Stasera ci sarò, a cantare con te.

volamiaddosso
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categoria : il viaggio



martedì, 20 febbraio 2007,ore 10:48

Vivo, morto o X. E allora facciamo X.

 

Capitano di quei giorni in cui la vita fa la sua strada, e tu la tua. Così ieri mattina, la solita gara con il sole su chi entra prima nel mio ufficio, e un tuffo nei pensieri su come rendere lo show del pomeriggio meno soporifero, quando arriva una telefonata inattesa. La voce dall'altra parte sembra uscita da un fumetto noir, Dick Tracy ad esempio. Volevo ricordarti che stasera c'è la cena di gala con la Delegazione. Ci saranno tutti. Pieno così di americani. Pausa. Rantolo. Pieno di ragazze, del Montana. Io, fumetto con tre note sopra: "le ragazze del Montana sono facili...". Dove l'ho sentita questa canzone? Rewind veloce del nastro della memoria... Niente. Arriverà. Dall'altro capo, la voce mi informa del come e del dove, che io rappresento l'Organizzazione, degli intenti del Consorzio. E simili amenità. Mentre la mia fantasia indugia sull'idea che avere un World Trade Center qui, di una quindicina di piani, è un pò come la vendetta di Las Vegas e le sue venezie in miniatura, con quei casinò con sfingi e piramidi, la scritta Colyseum su un edificio rotondo e basso che al massimo assomiglia a una plaza de toros di provincia andalusa. Ecco, bravi, ci siete riusciti. Noi abbiamo importato le torri gemelle, con tanto di Trademark. Una sola però, che siamo gente pratica qui, facciamo pistole e servizi di posate, abbiam mica il tempo di farne due, e vicine. Ma una si, corta e tozza magari, ma tanto american style. Ora datemi un deltaplano qualunque che rifacciamo l'11 settembre. Per non dimenticare.

Mi riprendo, saluto, abbasso la cornetta, e mi reimmergo nei pensieri, perchè nel frattempo è arrivato il postulante di turno, ad espormi il suo problema cosmico, che poi è una firma in fondo ad un modulo, niente di più, ma che deve esser raccontato come fosse apocalisse adesso, perchè qui, in questo angolo di universo, abbiamo tutti bisogno di una storia in tasca per non essere fregati.

Il resto della mattina passa rapidamente.

Arriva la visita di una persona cara che continua a rompersi le ossa sempre nello stesso punto, perchè è proprio vero che la lingua batte dove il dente duole, e se il corpo non lo ascolti lui si difende così. Rompendosi.

Arriva anche lo sfogo di un amico, nero come caffè, e chiaro come acqua di sorgente. E' così che sono gli angeli. Sbagliati, e per questo perfetti.

C'è tutto questo, qui, e una valanga di lavori in corso. Dissestato questo selciato. Ma ci sto lavorando. Da tanto ormai, forse troppo. Ma almeno io non cambio con le legislature, ma con le stagioni, e non sempre quelle fuori.

Ed è già Show Time, il tempo di prendere un boccone d'aria prima d'entrare, inghiottire tutto e fare la mia solita apnea delle 14.30, a raccontar a persone annoiate del come fare a fare, a sciorinar racconti di tecnologie fantastiche e metodologie avveniristiche che non useranno mai, perchè sono già arresi, prima di cominciare. E me li trovo di fronte, con quella grossa bolla che esce dal naso, come in un cartone giappo, mentre mi ascoltano rapiti manco stessi recitando il Barone di Munchhausen. Una battuta, una risata. Battuta. Risata. Che swing, mattatore. Li imbocco così, come fossero appena usciti da un uovo, pulcini che domani andranno ad occupar posti dietro a sportelli di banca, o in uffici scialbi senza niente alle pareti, casellanti di vita che mi malediranno forse, allora, per avergli raccontato una bugia, quando la bugia se la saranno tagliata su misura e la chiameranno vita.

Ma è tardi. Già le cinque, e devo ancora tornare a casa, cambiarmi, di maschera e di accento, e tornare sul palco. Come Brachetti, ma più lento. Lui però lo fa da una vita. Un salto in ufficio, una sessione di www.viamichelin.it per trovare la strada della soiree, poi chiudo il pc, raccolgo baracca e burattini, esco di corsa, torno indietro, come il tenente Colombo, riapro l'ufficio, butto un occhio alla scrivania per assicurarmi di non aver lasciato niente di cui pentirmi quando sarò lontano, e finalmente sono fuori.  Mi affretto alla  macchina, che come al solito si trova dalla parte diametralmente opposta del mondo, mi incanalo nello Sciame, e piego a destra avvitandomi un pò per immettermi nel Nastro A4, direzione il Lago. E meno male, che sono in direzione il Lago, che dall'altra parte c'è una simpatica fila d'anime di 20 km, praticamente quasi tutta la strada. Penso che qualcuno deve aver premuto Pause, in cima a quella colonna di vite, io premo Play sul mio iPoddo, e sfreccio via.

A casa, sembro uscito da Quattro Matrimoni e un Funerale, scena I. Ricordi? Cazzo, cazzo, cazzissimo. In ritardo. Attraverso il soggiorno-cucina-pranzo più veloce dei miei pantaloni, forse distratti dal maglione che alla prima curva s'è lanciato sul divano, e quando entro in doccia da levare non è rimasto niente. Cambio veloce da Team McLaren, me li ricordo ancora quando ero ragazzo, li guardavi sempre con invidia, noi la Ferrari, eravamo veloci si, ma quelli, quelli Dio, avevano finito che ancora il pilota doveva fermarsi, e gli facevano segno di proseguire che tanto le gomme le avevano già cambiate alla sua ombra. Era una questione di luci, mi dicevo io. Lo illuminavano da dietro, il box. Così, quando l'auto arrivava, l'ombra arrivava qualche attimo prima, e loro si portavano avanti. Certe volte sono le piccole idee a salvarti.

Ring, telefono, il cellulare. Esco con una certa ansia nel bagno, perchè non vorrei spetassarmi, come dicono qui, sul pavimento e rimanere come una medusa su un bagnasciuga molliccio ad aspettare che qualcuno mi raccolga con uno stecchino, e ragigungo il mio nokietto anteguerra con il suo display verde topo.   G.    Ma G. chi??? Questa è una cosa che odio della mia testa. Da quando sono qui fatico a recuperare i dati sulle persone. Chi non l'ha mai provato non può capire quanto sia frustrante. Normalmente, quando memorizziamo un nome, un volto, una situazione, memorizziamo anche un contesto. Il dove. Il quando. Una serie di immagini di contorno che non sono "il piatto", ma solo la guarnizione intorno, insomma quello che ci serve per contestualizzare il ricordo. Quando cambi luoghi spesso, non memorizzi il contorno. Ho fette di ricordi come parmacotto, incartati nella vaschetta. E quando li apro per consumarli non so più se è prosciutto o cosa. Colpa dell'etichetta, sbiadita e illeggibile. Ma tant'è.

Appena sento la voce di G. il ricordo ritorna. Ex vicina di casa, un marito amorevole e due figlie bellissime. Eppure. Ci sono mille modi per sentirsi soli. E non serve nemmeno conoscerli tutti. E' giù, lo sento a pelle, e avrebbe voglia di parlare. Io ci provo un poco, mentre mi vesto Brachetti style, lanciando in aria i vestiti e infilandomici dentro al volo in un rallenty tipo La Gang del Bosco, per non perdere il grip con la saponetta antracite tra le mani, che sembra fatta apposta per scivolarti mentre parli (e probabilmente lo è).

Due parole di conforto, quasi di circostanza, mentre mi sforzo di assumere quell'aria sbarazzina un pò James Bond (Shean Connery ovviamente, che gli altri sono lacchè dello stile) e un pò Harrison Ford, con la frusta di lato (questo per necessità, che non riesco a girare senza il mio marsupio, anche quando sono vestito da sera di tutto punto, in giacca Zegna cappotto cammello a bavero alto). Mi guardo di profilo compiaciuto su una striscia di specchio che nasconde i difetti, gli stacco un sorriso di ringraziamento, e mi lancio fuori in ritardo di almeno 15 minuti sull'inizio delle danze.

Evito il Nastro, ghignando dietro a tutti gli sfigati che inconsapevoli si avventurano ad incrementare quella fila che ho visto all'andata, e prendo la superstrada che corre parallela. Corre, sono parole grosse. Diciamo, s-corre. Aldo Romano nelle orecchie, Because of Bechet, traccia 2, batteria incredibile, potresti arrivare a 180 su una strada di campagna, con quel ritmo. Con la testa ripasso velocemente il discorso in inglese, tanto per essere sicuro che tutto funzioni, di ricordare come dire che c'era un traffico di merda, ma che sono molto contento di essere lì. Fosse vero poi. Il fatto è che stasera non sono io, mi dico, sono l'Organizzazione, e non sto parlando con un panzone di settantacinque anni no, sto parlando con la Delegazione. E poi, diciamolo, mi piace proprio quel mondo. Mi fa star bene sentire che mi muovo a mio agio in quella Giungla. E' un pezzo di te che si spegne, e si accende un altro. Comunque Io, non meno di questo. Io cacciatore, Io sornione, Io compiaciuto di piacere. Ego, è tutta colpa dell'Ego, ma le persone non lo sanno, e credono di essere loro.

Eccoci, strada giusta, posto giusto. Manca solo l'albergo, dove diavolo sta? Faccio un paio di giri, per sincerarmi di non averlo eclissato in un angolo della mia coscienza per evitarlo, poi finalmente decido che ho sbagliato qualcosa e mi fermo. A pensare. Ho sbagliato qualcosa. L'indirizzo? La ricerca?

Blink, beep, lucetta.

Silenzio intorno.

Magari avrei dovuto prenderlo il TomTom, era pure in offerta con i punti dell'Esselunga.

Silenzio.

Blink, beet, lucetta.

Penso al TomTom e mi viene in mente il Tam Tam, tamburi nella Giungla.

La caccia.

Silenzio.

Maledizione, le 7.15 devo chiamare...

Prendo il telefono, sempre immancabilmente in fondo al marsupio, dietro Erri De Luca, i tre cd di questa settimana da rstituire in mediateca, la macchina fotografica, i buoni pasto, il cavetto del iPoddo, il portafogli... eccolo.

Come si chiama il tipo? Dick Tracy? Blink, beep, lucetta. Faccio il numero...

"Pronto"

"Ciao G., sono Michele. Senti, io qui mi sono liberato presto. Prendo tre pizze e vengo lì?"

"Magari..."

Silenzio

"Grazie Mic."

"No, grazie a te G. Guarda che spengo il cell, che altrimenti mi rompono l'anima. Arrivo in mezzora."

"Ok. Ti aspetto, ciao."

Attacco, appoggio la testa al sedile e penso alle parole di qualche giorno fa di una donna cicala su un muretto da cui si vedeva il mare.

Tu e lei siete per pochi. anzi per pochissimi.

E mi dico che non lo so, amica mia di un giorno soltanto, se io sono per pochi o per tanti. So che in questo viaggio ne incontro molti, e molti passano oltre. So che ne ha rovinate più la fiaba di Cenerentola che la prostituzione. So che a certi balli posso anche rinunciare. Perchè io non sono l'Organizzazione, ma un uomo. E un uomo può andare ovunque, anche dove un'Organizzazione non può andare. Finché ha una strada sotto, può arrivare ovunque. Anche ad una casa dove qualcuno ha bisogno di un amico.

E' una serata bellissima ora, con uno spicchio di luna così sottile che sembra uscito da una storia fantastica. solo che questa storia la chiamano vita. E finisce sempre bene.

Prendo tre pizze, passando da casa raccolgo il dvd di Cars, per le bambine, e suono ad una porta, accolto da un sorriso e da due paia di manine che si stringono alle gambe.

Tutto il resto è noia. Se il diavolo veste Prada, ha un sacco di soldi da buttare. E di problemi da risolvere.

Si allontanano i tamburi, nella notte. La caccia prosegue, altrove.

 

Se volevo andare a teatro bastava restare qui, mati pare?

 

Sorrido raramente

soprattutto negli ultimi tempi

mi accorgo guardandomi

di non essere più la stessa

assisto mio malgrado

ad ignobili riti formali

sopporto le prediche di chi

razzola male e incanta

 

sia ben inteso ogni riferimento

sia ben inteso ogni riferimento

non é puramente casuale

non é puramente generico

credimi

 

Rispondo vagamente

con sincero e cortese distacco

ai languidi stucchevoli

altruismi di convenienza

mi adeguo gradualmente

ai soliti ricatti morali

mi accorgo guiardandoti

di trovarti abbastanza

spregevole

 

sia ben inteso ogni riferimento

sia ben inteso ogni riferimento

non é puramente casuale

non é puramente generico

credimi

sia ben inteso ogni riferimento

sia ben inteso ogni riferimento

non é puramente casuale

non é puramente generico

credimi

 

(Carmen Consoli)

 

 

Nelle corse si può fare molto di più che vincere – Cars

 

 

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volamiaddosso
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categoria : il viaggio