perchè la cosa peggiore che può capitarti, al mondo, è perdere la voglia di sorridere
C'è crisi, c'é grossa crisi - Quelo, per bocca di Corrado Guzzanti
Quando sono nato Dio aveva finito i Talenti e stava dando i cartoncini del Monopoli con l'aria furbetta di quello che sa che alla fine non cambia molto, e poi questo passa il convento. A me ha consegnato un talloncino bianco, di quelli Imprevisti/Probabilità, con un gesto veloce e guardando un poco oltre le mie spalle la fila di anime postulanti. Ho detto un Amen con un sorriso, un gesto con il capo di ringraziamento e sono sfilato via sulla destra, verso la pista di decollo cacciandomelo in tasca senza leggerlo, perchè in quei giorni non è che uno sappia proprio leggere (ci giocano su questo, l'ho sempre sospettato, per tenere le lamentele sotto controllo) e sono salito sulla mia cicogna, tutto intento a non dar sfogo al senso di nausea causato dall'eccitazione e dall'altezza oltre che dal fatto che è la primissima volta che voli.
Quando ho avuto tempo per riorganizzarmi un poco, in seguito, sono venuto a sapere che su quel talloncino mezzo consunto dal riuso c'é su scritto: trova sempre parcheggio.
A parte la sottile ambiguità del messaggio, suppongo non mi sia andata malissimo sta cosa dei Talenti. A sedici anni non ti sembra un granché, vorresti magari quello dell'amico biondo che rimorchia come Fonzie, a schiocco di dita, ma poi crescendo impari ad apprezzarlo questo fatto di trovare un posto ovunque e ti dici che alla fin fine non sei fatto per girare con un chiodo di pelle nera (sul cesso per uffico soprassederei, che non vorrei che Lassù mi sentissero e si sentissero in dovere di dar sfogo all'incredibile ironia di cui la Direzione è sicuramente dotata).
C'é gente che esce gratis di prigione, è vero, o senza sapere perchè gira un isolato e si trova in mano due banconote fresche di stampa. Ma ci sono anche destini peggiori, e non è bello quando mentre cammini ti dicono di far tre passi indietro e tanti auguri, soprattutto su certi marciapiedi minati di città, e conosco un tale che è in cura da anni perchè periodicamente si ritrova tra le case malconce di un vicolo stretto di periferia senza aver mosso un passo. Se ti guardi intorno, nella vita, quel tagliandino te lo tieni ben stretto, questo l'ho capito.
E lo lascio un po' in vista sul cruscotto, per sicurezza, insieme alle doppie frecce, quando lascio la macchina in seconda fila perchè lungo questa strada non si trova mai un cazzo di posto quando hai fretta.
Incrociando le dita e sperando: che nessuno se lo fotta per metterselo sul suo.
When youre smilin, when youre smilin
The whole world smiles with you
When youre laughin, when youre laughin
The sun comes shinin through
But when youre cryin, you bring on the rain
So stop that cryin, be happy again
Keep on smilin, cause when youre smilin
The whole world smiles with you
When youre smilin, when youre smilin
The whole world, it smiles with you
When youre laughin, oh babe, when youre laughin
The sun would-a come shining through
But when youre cryin, you bring on the rain
So stop that sighin, come on and be happy again
Keep on smilin, cause when youre smilin, baby
The whole world smiles with you
(Louis Armstrong)
un regalo di compleanno sulle note di "por una cabeza"
Tempo come strade. Miriadi di incroci di giorni vicoli che si snodano tortuosi come vie di un bairro di Lisbona. Ore in discesa su strade di selciato lastricato. Mattine in salita, che danno su giornate a piazza, con al centro il monumento ai due caduti e mezzo, che in questa città ricordiamo chi cade ma anche chi inciampa, per amor di cronaca e dovere di cronista. Che strano posto, il Tempo. Date come indirizzi. Pensi di essere andato, e ti ritrovi allo stesso posto, per caso, un anno dopo. Allora ti fermi, lo guardi un pò incredulo e dici: io qui ci sono già passato. E non sai mai se è il posto, il pensiero, o il pensiero del pensiero che ricorre. Ha strade uguali, a volte, questa città. E sempre un luogo, quando ci ripassi, non è più lo stesso. Cambia un dettaglio, insignificante a volte, una carta per terra, un cane che passa diretto chissà dove chissa quando, un'insegna che sbatte al vento, la luce della giornata, che anche il Sole sa cambiare le forme, in questa città. A volte, a cambiare, è solo l'osservatore. Ti ricordi gitana, quella vetrina due giorni dopo la Primavera, piena di libri da scrivere ancora, e i tuoi capelli più corti dell'ultima volta che sei passata di qua?
Si incontrano il cavaliere e la gitana davanti a quella vetrina, e questo è un luogo, bisogna capirlo, non un quando, é un dove, lì, la seconda a destra, subito dopo Quel Mattino Che, ecco procedi, passi Quella Meravigliosa Domenica di Marzo, poi ancora tre portoni e ci sei, a Due Giorni dopo la Primavera, davanti a quel negozio.
Si incontrano, il cavaliere e la gitana, perchè in questa città ci si incontra senza volerlo, come nelle nostre. Nel quando piuttosto che nel dove, ma non cambia molto. Bisogna aver fantasia per immaginarlo, quell'incontro: un vecchio che viene da un punto a sinistra del riquadro, camminando piano con un filo di affanno per la lieve salita che dura da troppo, senza più armatura, senza più elmo, con le mani dietro la schiena e lo sguardo fisso davanti a sé, e una zingara andalusa di fronte a una vetrina che guarda il proprio riflesso con un misto di compiacimento e di incredulità, cercando di riconoscere il quel volto i segni di un passato che continua a cambiare, istante dopo istante, stratificandosi su di lei in una patina dorata che le da luce al viso. Si incrociano per un istante, il cavaliere e la gitana, ed era un anno fa lo stesso luogo la stessa ora. Per un momento entrambi pensano che qui sono già stati, c'erano dei fiori forse, e un dolore fresco, e cose da dirsi che non si sono dette, davanti a quella vetrina di libri bianchi. Si ferma lui, per riprendere fiato. Si volta lei, lentamente, e lo sguardo indugia ancora sul riflesso sul vetro, catturato da quel movimento che sembra così nuovo ora che i suoi capelli la seguono secondo una scia diversa, più netta. Si volta la gitana, e scorge in fondo alla via lì in basso, un uomo con una bambina sulle spalle che salgono verso di lei chiamandola. Alza la mano la gitana, in gesto di saluto, e corre loro incontro, sfiorando per un attimo con la sua gonna la gamba di lui. Riparte il cavaliere, continuando la sua via, che il tempo non si ferma, verso una terrazza da cui si vede il mare e un bicchiere di vino rosso per raccontare a qualcuno una nuova storia.
Strani vicoli ha questa città, e panni stesi che sventolano al vento di marzo per le vie di quel quartiere, e un porto luccicante di sole d'estate, e rivoli d'acqua che annegano in tombini là dove piove sempre. C'è un filo di fumo lungo la sponda del fiume all'Argenteuil, un treno che passa sopra un ponte forse, e una cattedrale di rosa e di arancio che cambia ogni momento a Rouen, o mille cattedrali sempre uguali a sé stesse dislocate ad intervalli regolari tra le sue strade. Non è dato saperlo prima dove siamo, in questa città. Se quella strada è un vicolo cieco o dove porta. Bisogna entrarci, e percorrerla. E tutte le altre, le viuzze che dipartono da questa, in una miriade di direzioni possibili, esistono fin tanto che non muoviamo un passo oltre, lasciandole alle spalle, per sempre. Perché in questa città non si torna sui propri passi, anche se a volte si finisce per girare in tondo. O forse no, che quell'anno fu la Primavera ad arrivare con due giorni di ritardo.
Yo adivino el parpadeo
de las luces que a lo lejos
van marcando mi retorno.
Son las mismas que alumbraron
con sus pálidos reflejos
hondas horas de dolor.
Y aunque no quise el regreso
siempre se vuelve
al primer amor.
La vieja calle
donde me cobijo
tuya es su vida
tuyo es su querer.
Bajo el burlón
mirar de las estrellas
que con indiferencia
hoy me ven volver.
Volver
con la frente marchita
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez.
Tengo miedo del encuentro
con el pasado que vuelve
a enfrentarse con mi vida.
Tengo miedo de las noches
que pobladas de recuerdos
encadenen mi soñar.
Pero el viajero que huye
tarde o temprano
detiene su andar.
Y aunque el olvido
que todo destruye
haya matado mi vieja ilusión,
guardo escondida
una esperanza humilde
que es toda la fortuna
de mi corazón.
Volver
con la frente marchita
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez.
(Carlos Gardel)
di un'isola sconosciuta, e dei suoi amici
Promenade
E' come stare sul treno, quel corridoio. Ci sono Città che ti scorrono davanti. La velocità la scegli tu. Non correre troppo allora, o non vedrai bene. E non fermarti a lungo, perchè dal treno, tanto, la Città non la puoi conoscere. Puoi solo pensarla e provar nostalgia per quei viaggi impossibili, perpendicolari al percorso, che lei ha raccontato.
Un pesce di nome Mauro
Usi atomi per dire ti amo. Dall'acqua vieni e all'acqua ritorni, se qualcuno ti chiede, con un pizzico di sadico piacere, come ci si sente a vedersi attraverso di lei. Ed è acqua pulita quella che vedo in fondo agli occhi, riflessi di mare e blu cobalto grumoso a sinistra, mare da toccare, mare da amare, di quello che ha una vita da raccontare, magari jazzimprovvisando. Di quello che dove vivono i pesci qualunque, quelli che sanno nascondarsi se arriva un'ombra sulla superficie, per poi tornare a guardare l'immenso stellato in cui Dio seppe improvvisarsi pescatore, come canta un amico mio. Magari sorridendo, con l'acqua dentro che brilla di un riflesso di luna. Ti pesco, ti libero. Punto it, che a te piace così, come un gioco. Ti giri e ti tuffi nel quadro, come Ariel dopo la Tempesta. E ti vedo nuotare dentro, rimpicciolire fino a sparire. Fino alla prossima marea.
Promenade
Aglaura é una gita. Non dove ma quando. Lo avesse saputo Calvino, che certi ricordi, se mancano le parole, restano attaccati ad una fotografia. Ma solo per chi c'era.
Diomira non parte. Non tutto va via, qualcosa ritorna. E qualcosa semplicemente deve restare, a raccontare a noi stessi del viaggio.
Sono stato a Zoe, una sera. Sulla sua pelle screpolata ho trovato strade dove botteghe di artigiani vendevano terre di mille colori. Erano vicoli strettissimi, ci passava a malapena uno sguardo. Da fuori, sembravano crepe di muri. Ma dentro, c'era un mondo.
S che scrive
S che scrive é un bavero rialzato. Una barba nera su una giacca grigia, parole sussurrate e due occhi tipografi che scelgono un font rigorosamente corsivo per raccontare. Da dietro gli occhiali ovviamente. Che vita vedi attraverso quelle lenti? Cosa compongono le mani quando le immagini salgono su da te da quelle finestre? Parli piano, annuendo timido ti schermisci da chi ti dipinge così, implorando ancora colore per chiudere un bianco che ha troppo da dare. Se fossi tarocco, saresti il matto, la luna o la ruota? Saresti succo, dietro la buccia. E una civetta sapiente si posa in un angolo e inclina il capo, curiosa. Strane vie ha la Dea, di baciare la mente degli uomini. Magari attraverso un rosso pastrano ed il sorriso leggero di chi sa cosa c'è, al centro del nero.
Promenade
La Madre spiega paziente che sono ritratti. Il Figlio ascolta, rapito. Lui i visi li riconosce, su quelle tele. Unico quadro tra noi, si muove per la sala salutando i volti dentro al colore. Questo succede ad alcuni, scelti a caso forse: di vedere oltre il guardare. Non scopri niente allora, semplicemente riconosci quello che è stato prima del Tempo. Incontra lei che li ha fatti, le da la mano, e ascolta la storia di Olinda, un punto che cresce e diventa città. E sorride felice, forse perché ora sa che qualcun altro ricorda quello che lui ha visto dentro quel mondo appeso davanti ai suoi occhi.
Piacere, Michele
Volumi ortogonali. Curve poche, pochissime. Millimetriche proporzioni di lati ad angolo retto. Per non rischiare di ferirsi con spigoli troppo acuti, o non scivolar via dietro un'onda. D'altronde la luce, si sa, sceglie la strada più dritta. O almeno, così crediamo. Che a lavorarci tanto con la luce, poi te ne rimane un poco dentro, imprigionata in chissà quali percorsi. Da ridare piano, perché la luce migliore è quella morbida, diffusa, questo lo sa chi con la luce crea, quella che irradia attraverso un calice alzato, profumata di rosso. Quella che circonda, come un'aureola, un bottone scarpetta che porti in tasca, macchia di rotondo che è bello trovare con la mano, che ti rimanda a qualcosa che non so.
Hai una casa anima a chiocciola, come una lumaca, con al centro uno Specchio. Ancora per poco.
M.
C'è una città bellissima, da qualche parte non troppo lontano. Io ci sono stato, ieri. Ha un nome di donna, perchè le Città hanno sempre un nome di donna. E comunque questa ha un nome di donna, in ogni caso.
Gli abitanti di M. hanno barattato il dentro con il fuori. Non si sa come sia successo, e certamente non è accaduto in un giorno. Ma pian piano è capitato. Prima era solo qualche sedia lasciata fuori dall'uscio, per prendere il fresco della sera e parlare. Poi un tavolino, qua e là, qualche bottiglia di vino e un mazzo di carte. Un letto portato su una terrazza per respirare l'odore del mare. Una credenza spostata su un balcone per far spazio in una stanza che sembrava contrarsi. Una cassapanca di lato nella via. Un attaccapanni fuori dalla porta. Uno Specchio, sul muro di cinta, per darsi un'ultima occhiata prima di uscire. Che poi, nel tempo, non è stato più uscire, perchè la casa era lì, fuori. E così, lentamente, nel corso degli anni, le case sono diventate La Casa, e la percezione che i suoi abitanti hanno dello spazio è cambiata. E non solo. Ché a viver fuori, o almeno, quello che noi qui chiamiamo fuori, è cambiata anche la percezione che essi hanno di loro stessi e degli altri. Si buttano giù stanze, per allargare strade. Si smussano spigoli, per addolcire angoli e distanze. Non è infrequente che i rari viandanti che passano per M., si domandino dove finisca quella famiglia e inizi l'altra, di chi siano quei bimbi che giocano in quel vicolo, o a quale donna vadano i fiori di quell'innamorato che passeggia per quella via.
Ci sono grida, e risa, e pianti, per le vie di M.
C'è la vita del dentro che si è fatto fuori.
Ci sono quadri, per le strade di M. e le sue case hanno strane finestre che guardano su altri mondi. Ogni tanto qualcuno si ferma al centro di una piazza bianca ad ammirare uno scorcio di un campo di girasoli sotto un cielo mattone che è Alessandra intravista dietro un vetro. Un'ipotesi di fiore bianco Neide con lettere sbavate dietro ad un portone. Uno spioncino di rose rosse con sussurri di parole come Fulvia che ti accoglie con un sorriso a casa sua. La tenda verde a libretto di Maria, chiusa a metà, a far entrare la luce ma non troppa. Le parole sussurrate di Viviana, che racconta una storia ogni sera. Un sole alto in cielo, Andre. Il qui e il lì di Quel e la sua terra.
Vivono per le strade, gli abitanti di M. Ma se guardi alle loro finestre vedi l'anima, timida, che resta dentro le case, quelle case sempre più piccole e rannicchiate, che dentro hanno mondi immensi.
Per questo tu che passeggi per M. non puoi che incantarti a guardare.
Con affetto e stima per la poesia di quelle tele che non si può catturare con le parole.
guardando avanti, un passo dopo l'altro
Il prezzo della libertà é l'eterna vigilanza - Thomas Jefferson
Strana vita il funambolo. Cammino su quella corda otto spettacoli al giorno, al centro di quella piazza con la Cattedrale, ogni volta che la Grossa batte il quarto. Avanti piano, braccia aperte a bilanciare il vento, piedi divaricati a costruire l'appoggio, un passo dopo l'altro. Lascio un cappello là sotto, con poche monete e qualche speranza, per chi passando vorrà alzare gli occhi al mio quadrato di cielo, si sentirà per un momento triste, pensando di essere lì sotto, e avrà bisogno di trovare un dettaglio su cui fissare l'attenzione stanca e borghese di volatore per procura, e vedendo quel panno in terra penserà, di essere fortunato. Frugherà nelle tasche allora, e lascerà una moneta, per ricordare a sé stesso che il cielo è troppo lontano per camminarci sopra. E ripartirà, occhi fissi sul selciato, prima che la Grossa smetta di suonare.
Tasche vuote e fili tesi, io passeggio quassù. Amando il mondo lì sotto, che mi sogna. Sempre.
Scivolo come le nuvole di notte
e sto contento
amore che t'avevo caricato
nel mio sangue
non ti ci vedo, non ti ci sento
passo sul ciglio del mondo
disattento
dal lato occidentale delle cose
m'incanto, mi disincanto
scivolo come le acque delle regioni
senza vento
quanto amore andò sprecato
amando - disanimando
ti ricorderai di me?
ti ricorderai?
Labile
Comprendo appena la ragione stessa
del mio canto
e cerco un confessore ideale, sì
un'alleanza, un controcanto
inseguo qualcosa che migliori
profondamente
la Storia è inabitabile
è labile
e il suo tempo non vale niente
mi dicono che Dio esiste
ma si accontenta
di camere doppie con la vista siderale
mentre qui da noi
piove sempre
si ricorderà di me?
si ricorderà
Labile.
Meno che umano
sto fra le gambe del mondo
lubrificato - facile
con la faccia di terra
e di gesso
maledetto tirassegno futile
accoltellato alle radici
gonfio di canto come una tromba
suonata da un dio
senza note di passaggio
solo un vortice tardo - barbarico.
Ho sognato una vita
di stagioni sicure
ero il padre e la madre
di azioni del caso e dell'orgoglio.
(Ivano Fossati)
PS: non sono un post. sono un commento cresciuto. Non maturo, solamente lievitato troppo. Per quello sto qui, anziché lì. Perchè qui e lì, visti dall'alto, non sono poi così lontani. Ispirato da un pensiero di un'amica blogger.
la palla che lanciammo giocando nel parco è tornata giù da un pezzo
Certi giorni sembrano più difficili di altri. Magari ci svegliamo, guardiamo fuori, e una strisciante malinconia sembra riempire l'aria. Pensieri inquinati e catramosi come fumo entrano su per le narici e confondono quell'anima smarrita dal risveglio che si guarda intorno un po' spaesata e assonnata. Certi giorni lo senti in bocca, il sapore di quell'ultima sigaretta di qualche anno fa, e pensi che potresti ricominciare a fumare, tanto così per farti un po' male, con quel misto di compiacimento e triste consapevolezza che quella scommessa con te stesso l'hai persa. Certi giorni, lasci la vita fuori.
Poi arriva una telefonata, la voce di un'amica triste che deve affrontare una risposta che nessuno vorrebbe mai sapere, e senti le grida di due bimbe dall'altra parte che ti chiamano, felici e inconsapevoli di tutto. E allora ti rendi conto di quanto certe paure, certi pensieri, quella malinconia brodosa e inutile, si dissolva di fronte alla realtà, che ha bisogno di presenza e di azione. No, non è facile la vita. Non va tutto bene, è vero. Qualcuno che ci è caro può morire, qualcuno che amiamo andarsene. I giorni di bel tempo passano. Il mare si gonfia in tempesta, certe volte. Ma un comandante, per quanto giovane, dovrebbe stare in mare. E allora scegli da che parte stare, e agisci. E cominci a correre, come uno scoiattolo su un ramo, per distogliere un predatore dal suo compagno. La gravità, come dice Merlino, non va presa alla leggera. E questo, chi vola lo sa.
Ipod alle orecchie, cerchi la traccia giusta, perchè non c'è niente di male a chiedere una mano ad un amico quando le cose si fanno difficili, e lasci un messaggio veloce alla tastiera per dire a qualcuno che forse oggi non ci sarai, ma che non dimentichi nessuno. C'è posto per tutti nel cuore, per tutti. Oggi, c'è posto per due bimbe stupende e un'attesa che fa male da dividere insieme ad una persona cara, magari facendo una torta e sporcandosi di farina e di cioccolato. Ridendo, perchè so che rideremo, e tacendo quello che non riusciremo a dire. Perchè è così che gira la porta del mondo.
Che fai in quest'ora bella
che suona il suo notturno
io mi giro attorno a far la sentinella
che non ho sonno e faccio il primo turno
tu qualunque cosa fai stai su...
Anche se sei distante
e se la voce non arriva o è disturbata
penso di parlare a te in ogni istante
perché per me lo sai sei sempre stata
tu l'altro capo di un filo
un unico profilo
quando guardiamo su...
Se anche tu vedi
la stessa luna
non siamo poi così lontani
se credi ancora un po'
a un giro di fortuna
gioca tutto su domani
dovunque tu sarai stai su...
Forse e se tu lo domandi
domani ci troviamo
all'incrocio delle tue braccia grandi
per correre a gridarci ti amo...
E cosa ci vuoi fare
se tutto questo non è ancora un paradiso
se non c'è abbastanza notte per sognare
e stai cercando pure tu un sorriso
ti basta entrare in memoria
di qualche buona storia
e poi cliccarci su...
Se anche tu suoni
lo stesso accordo
non siamo poi così lontani
se ti rimetti su
l'ultimo mio ricordo
sei già pronta per domani...
Non siamo un mondo a parte
siamo parte del mondo
rimasti un po' in disparte
un secolo o un secondo...
Non siamo un mondo a parte
noi siamo parte del mondo
rimasti un po' in disparte
un secolo o un secondo...
Se anche tu senti
la stessa ebbrezza
non siamo poi così lontani
se del domani no
nessuno ha la certezza
io son nessuno e tu Domani...
Da domani
chiunque tu sarai
comunque tu starai stai su...
su... stai su...
stai su
(Claudio Baglioni)