Crepuscolo beduino con dedica
Credi, e tutto andrà bene - La locanda della felicità, Zang Yimou
Vedi qui? Era tutto verde un tempo. Era un giardino allora, e ora non resta che sabbia. Ma lì, proprio dietro quella duna, una volta c'era vita, c'erano bambini che giocavano, e famiglie felici. Pastori che pascolavano le greggi. Donne che lavavano i panni al fiume. Alberi di dattero, con frutti maturi e succosi che toglievano il fiato.
Ora c'è sabbia.
C'era gente che lavorava la terra, rivoltandone le zolle, che spremeva sudore e fatica sui solchi dell'aratro, che spargeva messi come una danza, cantando piano al tramonto. C'era un seminatore, proteso verso l'infinito, su un paesaggio bruno, e corvi su campi di grano e un sole buono arancione. E ora c'è solo sabbia. Solo finissima sabbia gialla dove prima era vita, come sogni polverizzati dal tempo.
Non si sa quando è iniziato, qual'è stato l'anno zero di questo. Certe cose non ce l'hanno un anno zero, anzi. E' come se ad un certo punto un'enorme clessidra che misurava il tempo si sia rotta, da qualche parte lassù, oltre quell'azzurro, e ne sia fuoriuscita la sabbia. A ricoprire tutto, cancellando ogni traccia, spegnendo ogni suono. Soffocando ogni cosa. Questa sabbia, che ci portiamo dentro, nella bocca, nelle orecchie, nelle rughe della pelle, che ci fa essere ruvidi ed asciutti. Che ci fa essere aridi, come questa terra.
Diceva così, avvolto nel suo turbante blu di seta leggera, la pelle bruna solcata che a tratti si rivelava nel suo gesticolare attraverso le pieghe del caffetano bianco, come se la vita avesse inciso in lui ogni singolo istante, imprimendo un peso e una pressione su quella pelle che alla fine aveva ceduto, crinandosi in sottili crepe che gli attraversavano ogni centimetro del corpo, per riversarsi come una cascata rovescia dalle periferie più lontane direttamente negli occhi nocciola, velati di una malinconia eterna e inguaribile, quella che forse aveva provato Adamo al principio del mondo, quando aveva capito che qualcosa si era rotto per sempre.
Parlava del passato in quel caratteristico modo che hanno gli uomini di parlare di un tempo troppo antico per essere speranza, e troppo recente per diventare memoria. Quel mondo che raccontava era lì, appena dietro ai suoi occhi, irreparabilmente destinato a rimanervi confinato, senza altra via d'uscita che essere evocato attraverso di lui, della ripetizione di quei gesti lenti e di quelle parole in una lingua incerta, in un'immagine sbiadita e tremolante del calore del deserto nella mente di chi lo ascoltava.
Aveva preso dalla tenda un vassoio di argento con su due piccoli bicchieri di vetro opaco e vi aveva versato dentro una bevanda scura, fumante, da una grossa teiera finemente lavorata. Poi aveva riversato indietro il contenuto, lentamente, e aveva ripetuto l'operazione, una, due, tre volte, senza fretta, mentre l'aroma del bergamotto si diffondeva intorno, colmando la distanza tra lui e l'ospite di un vapore sottile.
Poi aveva taciuto, lasciando che il silenzio si depositasse piano tra di loro, come le piccole particelle che galleggiavano sul fondo dei bicchieri, e avevano atteso entrambi qualche istante che il the si freddasse un poco prima di berlo, quel tempo misurato necessario a far diventare la temperatura gradevole al palato e il gusto preservato.
La donna lo guardava senza parlare. L'aveva ascoltato con attenzione, bevendo ogni singola parola che aveva detto con la stessa solennità con cui ora appoggiava le labbra all'orlo del bicchiere per assaporare la bevanda.
Scostò una ciocca dei lunghi capelli neri dal viso, con un gesto lento e naturale, e i suoi occhi grigi incontrarono lo sguardo dell'uomo che aveva di fronte, che fu attraversato da due pensieri. Questa donna ha il mare dentro, pensò, si porta il mare dietro gli occhi. Un oceano, credo. E poi: questa donna è felice, in questo momento. Lontana da casa, lontana da tutto, dove vorrebbe essere e quando vorrebbe essere. Questa donna, qui, è presente.
Si era alzato il vento, che sollevava un filo di sabbia finissima sfocando debolmente le creste delle dune. Il cielo si era lentamente velato durante la mattinata, e ora si stava coprendo di nuvole basse e dense che si avvicinavano velocemente.
E poi la zingara pianse. Pianse piano, di comprensione, una lacrima soltanto, una piccola singola lacrima che scese lungo la guancia in una scia iridescente, rigandole il volto bellissimo, e toccò il suolo.
E venne la pioggia.
Capita raramente che piova nel deserto. Non è un fenomeno frequente, no, ma accade. Anche nei deserti piove, certe volte, la stessa pioggia del resto del mondo, quella pioggia buona dei temporali di estate, di quando non corri a ripararti sotto nessun portico ma te la prendi tutta, senza opporre resistenza, che un poco di pioggia non può far male, tantomeno in un deserto.
Piovve, e come venne andò.
Ma quando sul deserto piove, accade qualcosa. Qualcosa che ha del magico ma è perfettamente naturale. Il deserto, quando piove, fiorisce. Fiorisce di tutti quei semi che sono portati dal vento e stanno lì, tra i granelli di sabbia, ad aspettare. Non importa quanto, quei semi aspettano, perchè ci sarà una pioggia prima o poi, da salutare. E' una promessa mantenuta da sempre. Prima o poi piove, anche nel deserto. I semi lo sanno, e aspettano, per fiorire.
E il deserto fiorì, quel giorno, davanti a loro che avevano aspettato la pioggia, da mesi.
Allora all'uomo sembrò di udire le grida di decine di bambini, appena dietro quella duna, e i belati di un gregge, e rivide i solchi dell'aratro sul terreno allineare in geometrie misteriose quelle piantine che ora, per pochi momenti, stavano salutando il mondo, riconciliandosi con il sole. E alla donna sembrò di aver ritrovato qualcosa che aveva perduto, e si sentì commossa da tanta bellezza come un anemone, un cristallo di sale, di felicità.
Si alzò lentamente, ringraziò per il the con un cenno del capo, e sorrise alla bimba che era apparsa da dietro una duna, le manine protese e il mento tre gradi all'insù, con l'aria di chi sa chissà quale verità sul mondo e se la tira un po', che stava correndo verso di lei, incantata da quel piccolo prodigio.
Difficile l'algebra degli stupori, pensò tra sè.
Sarebbe stato un tramonto nuvoloso ma incantevole, quella sera. E la notte, quella notte, avrebbe incartato stelle nell'anima, perchè qualcosa lo devi portare via con te, di certi momenti, per riguardarli un giorno, esattamente un anno dopo magari, e ricordarti che c'è vita ovunque, e c'è un bene, a cui non si sa ovviare forse, ma che arriva anche dove le parole non sanno arrivare.
Ci saranno sempre violoncelli che suoneranno sulle macerie di un muro la commozione intensa di essere liberi, ovunque, di amare la vita.
Come cambia le cose
la luce della luna
come cambia i colori qui
la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca
come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
per vent'anni o per cento
e come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
ci si inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
per orizzonte stelle basse
per orizzonte stelle basse
oppure niente.
E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore
Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è
Ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
la pianta del tè.
(Ivano Fossati)
NB. Ci sono parole tra queste parole, che significano molto per me. Infinitamente. Parole non mie, che vengono da un tempo passato, che spero tornino oggi alla sorgente, a ricordare quella promessa che fa aspettare quei semi, per un tempo indeterminato, di sbocciare per qualche ora.
Ma chi l'ha detto che non si deve provare a provare?
Le luci di Roma. Dio come sono belle le luci di Roma questa notte da quassù. Sembrano tremare le luci di questa città, come lumini di candela, amore mio. Come candeline di una torta. Qualcuno deve averci fatto una gigantesca torta di questa città, per me. Ecco, mi viene da pensare, trattieni il fiato e soffia, soffia con tutta la forza che puoi, e spegnile tutte mi raccomando. Buon compleanno, vita. Un giorno in più passato, ad infilare perle di collana, inanellar ricordi e sogni sfiorati da sussurrare questa notte.
Ho tenuto un cuore pulcino in mano oggi, accarezzandolo e baciandolo e confortandolo. Perchè se non siamo nati per una carezza, per una parola, per un bacio, per cosa siamo nati allora?
E ora sono tornato finalmente solo. Finalmente lontano. Finalmente di nuovo risento il mio battito e il mio respiro, sopra questa musica infinita della vita. Assordante a volte. Dovrebbero metterci un volume al cuore, o a tutto il resto magari. Tanto per regolarsi un poco meglio e non perdere il tempo e il ritmo. Che a volte si danza, e a volte semplicemente si vorrebbe seguire la musica con il piede, tenendo il tempo e il passo. E che concerto da qui, su questa terrazza dei Castelli da cui si vede Roma. La distanza giusta queste luci, per ascoltare quella vita brulicante dei quartieri, gli amori borghesi delle coppie del centro, le grida di risse di borgata, le risate in quelle case laggiù a Testaccio, le corse di motorini su per via della Magliana, le preghiere che salgono al cielo come rondini intorno al Cupolone, i lamenti della gente che soffre nelle corsie di ospedali di periferia, le fiammelle delle anime degli innamorati sberluccicanti laggiù sul Gianicolo, la scia scura del Tevere che scorre portando sul fondo promesse infrante e giuramenti sciolti verso il mare.
Mi soffermo a pensare a chi è rimasto ad aspettarmi, a chi oggi mi ha incontrato, a chi domani mi vedrà passare, su questa strada lastricata che ancora rimanda l'eco dei miei passi solitari tra i vicoli di questo paesello che mi ha visto nascere, e ogni volta mi accoglie così, in un silenzio che sa di comprensione e di affetto. E mi vedo affacciato a questo belvedere, ad ammirare i tetti e le terrazze che sfumano verso l'orizzonte in un continuo di puntini luminosi di un mondo che vive intorno a me. Come conchiglie su una spiaggia, dopo una marea. Come i granchietti sugli scogli, quel muoversi di lato, da ubriaco, sperando che l'onda, la prossima onda, ci spinga un poco più in là ma non ci sbalzi via, che è fatica rifare sempre la stessa strada, è infinitamente bello si, ma è fatica e sudore e caparbia determinazione, ripartire ogni volta, su questo scoglio che chiamiamo vita.
Ma non stasera: stasera è pace e Primavera.
Nel cuore, nelle orecchie e sulle labbra.
E come sempre succedede, quando lo sguardo si perde all'orizzonte e vedo luccicare il mare, arrivi tu, il passo leggero di un fantasma e il sorriso gitano di una donna bambina. Ti metti qui, al mio fianco, e io non ho il coraggio di girare il viso verso quel vuoto dove so che sei, per non farti svanire bucata dal mio sguardo, per tenerti con me, così, in silenzio, come ogni giorno che questo tempo amico ci ha concesso di passare insieme a guardare il mondo. E' bello vedere la città con te: è bello perché non ci sei ma sei qui, Dio mio quanto sei qui, sempre, accanto a me, a far silenzio come solo tu sai fare. Ludovico Einaudi nelle cuffie che dividiamo, il volume al minimo, che intuire è anche troppo questa sera, e allora ci vuole un quasi silenzio rarefatto. Per lasciar parlare il Ponentino del crepuscolo che cala, di questa notte posata a manto a ricoprire i sogni e poi le stelle, come caramelle da scartare. Appoggia la testa sulla mia spalla, che stasera non si fanno acrobazie, si vola basso, si plana. A vista, su questa città, come due alianti sospesi nell'aria densa di tutto questo umano che sale al cielo. Di tutto questo vapor d'anima che sale, facendo tremolar le luci e luccicare gli occhi, verso quella fetta argento che stai guardando anche tu, in questo istante, da una finestra su un altro fiume.
Cara piccola Dorothy, di cuore, muscoli e cervello ne abbiamo da vendere anche qui. Semmai quello che manca, sotto questo cielo, è un po' di paglia, latta e tre ciuffi di criniera, sotto cui nascondersi per far finta che sia solo la fantasia della magia di Oz.
Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.
Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”
Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente
(F. De Gregori)
Non te l'aspettavi eh
Ci sono tanti tipi di amore. Carezze e baci dati su pelle profumata che si increspa come un campo di grano al vento di primavera, capelli sciolti che scivolano sul petto, e mani che stringono un viso al cuore, che per dire certe cose bisogna star così, stretti, orecchio al cuore ad ascoltar i bisbigli di infinito che passano da vita a vita, quando il miracolo di esser vicini si ripete. Sussurri d'anime, sentiti appena, che incantano le dita viandanti, facendole fermare lungo il percorso, tremanti come ali di farfalla, a posarsi su labbra lambite di respiro come la darsena di un porto.
Ci sono momenti intimi di due che si fanno uno, raggi di sorriso che splendono nel buio di una notte che non finisce mai, e piaceri che invadono come torrenti di montagna.
Ci sono tanti tipi d'amore. Ci sono silenzi tra noi due, quando una carezza arriva in una casa, su un divano, una notte qualunque verso est, dove il mattino arriverà prima, con il suo odore di caffè e una risata bambina a salutare il giorno nuovo. Ci sono baci mai dati ma altrettanto intensi, stupori sbocconcellati insieme come fosse pane, che Dio, è pane stupirsi dello stesso incanto, ed è caldo e profumato, di quel profumo unico che ha sapere di essere sagomati così, allo stesso modo, come se un artigiano sapiente ci avesse intagliati da un unico tronco. A combaciare d'intese mute, dentellati come chiave e serratura, accordati come strumenti perfetti, per suonare qualsiasi cosa, da melodie malinconiche a inni alla gioia erompenti, pianisti di noi stessi a duettar dal giorno in cui ci conoscemmo su quella musica incantevole che, da tempo l'ho capito, è lo spartito che l'altro è ai nostri occhi.
Ci sono tanti tipi di amore. Ci sono parole che escono all'improvviso, che non sai manco tu dove erano fino ad un momento prima, ed è bello così, era silenzio assoluto subito prima, e poi c'è sempre un anno zero, giorno zero, minuto zero, secondo zero, in cui un pendolo fa toc, il primo rintocco, e non importa se l'ha già fatto altre volte quel rintocco, è sempre il primo, quando un pendolo fa toc dopo essersi fermato. Ci sono parole che chiamano parole, le risucchiano su dall'anima, dove le avevi tenute incartate bene, perchè non prendessero l'umidità delle lacrime, perchè da qualche parte dovevi averle, quelle parole, e se le avevi allora erano nell'anima, dove altro le terrebbe uno delle parole così belle? Dove le tieni tu, quelle che scrivi? Nell'anima appunto, incartate una per una. Con su un'etichetta: parole d'amore. Scrivere piano, pianissimo.
Ci sono tanti tipi d'amore. Desideri di condivisione. Profumi che passano, e colpiscono l'olfatto attento, incantandolo e facendo voltare il viso verso una direzione, entusiasmi sottili, onesti come quelli di un bambino che guarda il mondo. Questo mondo, il nostro mondo, certe volte così incantevole, così triste altre, ma sempre così nuovo da farci trattenere il fiato, sgranare gli occhi, inclinare la testa di lato mentre cerchiamo di ricondurre una nuvola ad un viso, un suono ad una voce, un colore ad un sentimento. Questo mondo di fili sottili di ragnatela, fatto di rimandi e di connessioni, di collegamenti invisibili che ci smarriscono e lasciano gli altri indifferenti, perplessi forse, e intimoriti per quello che non riescono a vedere, che li fa sentire diversi.
Ci sono tanti tipi di amore. Ci sono momenti in cui chiudiamo gli occhi, tappiamo le orecchie, intorpidiamo i sensi, perchè Signore, tutto questo sentire è troppo, questo bisogna capirlo, qui arriva tutto, ma proprio tutto, e non siamo preparati. Siamo cavalieri senza macchia e senza paura, che non temono di ferirsi fino a quando non si accorgono, sgomenti, di aver ferito. Pronti a morire, ma non ad uccidere, che non siamo crociati di nessuna fede, se non quella della tolleranza. Pronti al sacrificio, a farsi vittime piuttosto che carnefici, a spegnersi piuttosto che a chiedere al mondo di gridar meno, o per lo meno, di non gridar per noi, che non serve affatto.
Ci sono tanti tipi d'amore, ma non troppi, credo. Forse l'amore è uno soltanto, che si esprime in tanti modi, come un fiume che va al mare, scegliendo un percorso tortuoso a volte, o dritto da perderci la testa, come successe ad un uomo su un argine da cui si vedeva l'infinito. No, non è lastricata di sentenze questa strada, che uno ci creda o no. E' lastricata di sogni forse. O come sospetto, semplicemente di vita, che quelli che chiamiamo sogni talvolta, sono solo le cose che non abbiamo il coraggio di darci vivendo. Ci sono sempre viaggi che ognuno fa da solo, ma non importa dove si va, o chi si lascia indietro. Quello che conta davvero è chi si porta nel cuore. E nel mio cuore ci sei.
Ho mille posti dove andare
Come i pesci qualunque
Se passa un'ombra sul fondo del lago
Posso nascondermi e aspettare che ritorni
Tutto l'immenso stellato
Dove a Dio piace improvvisarsi pescatore
Di così poco si contenta la natura
Dei pesci
E di chi vuole pigliare
Ho avuto mille posti dove andare
Nelle città dei bugiardi
Dove si può giurare e negare fino all'alba
Con certi giovani mercanti bastardi
Che, non li conosco, signor giudice
Io non so chi sono
Io ho mille posti dove sono stato
Ciao, ciao baci e saluti
Baci e saluti, come sempre
"Non aspettarti niente"
É quello che ho scritto alla ragazza
Che mi era apparsa nel letto
Bellissima, sfrontata, nuda e
Bugiarda
Ma di una bellezza senza sentimento
Di una bellezza così rara
Ti porterò un regalo al mio ritorno
Un cucchiaio, un bottone, un vestito
Forse niente
Con quei fianchi perfetti
Inganneresti
Tutte le leggi di questo mondo
Per questo avrai baci per regalo
Ogni Natale
E vino allungato con l'acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore, amore
E non filo spinato
Per questo avrai baci per regalo di Natale
E vino allungato con l'acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore, amore
Mica filo spinato
Le ho scritto: "credi a me
Che ho mille posti dove sono stato"
Ciao, ciao baci e saluti
Alla ragazza
Baci e saluti
Ho mille posti ancora dove andare
Come i pesci qualunque
Se passa l'ombra dell'amore
Posso nascondermi aspettando che ritorni
Tutto quel vuoto stellato
Dove a Dio piace improvvisarsi pescatore
Di così poco si contenta la natura umana
E quella dei pesci sul fondo
Che stanno a guardare
Baci e saluti
Baci e saluti alla ragazza
Baci e saluti
(Ivano Fossati)
"...e dice sono venuto a sciogliere
e non a legare
sono venuto a sciogliere
e non a spezzare..."
Passa l'angelo - F. De Gregori
L'empatia non è mai stata un dono per me. Né un peso. E' qualcosa che mi porto addosso, da sempre, come una seconda pelle. Che mi fa sorridere della tua gioia, che mi ammutolisce del tuo dolore. Che fa scendere una lacrima per una bambina che non conoscerò mai.
No, non è mai stata un dono o un peso. C'è, come la realtà che mi circonda, ne buona né cattiva ma piuttosto sfaccettata, incredibilmente ricca di sfumature e mezzitoni, come un gigantesco cristallo attraverso il quale la luce si scompone, si riflette, filtra, si sperde lungo sentieri obliqui e per nulla scontati, per diffondersi in punti imprevisti in colori senza nome a formare motivi arabescati.
Il dono semmai che ho ricevuto è poter guardare quel cristallo. E provare a raccontartelo, con un filo di voce, nei momenti come questi, quando so che le parole non servono, ma devo comunque dirle, perchè è il solo modo che ho per lasciarti una carezza.
The wind blows hard against this mountainside
Across the sea into my soul
It reaches in to where I cannot hide
Setting my feet upon the road
My heart is old it holds my memories
This heart it burns a gem like flame
Somewhere between the soul and soft machine
Is where I find myself again
Kyrie Eleison down the road that I must travel
Kyrie Eleison through the darkness of the night
Kyrie Eleison where I go you will follow
Kyrie Eleison on a highway in the light
When I was young I dreamed of growing old
Of what my life would mean to me
Would I have traveled down my chosen road
Or only wish that I could be
(Mark Shultz)
A tutti coloro che corrono, ogni giorno
Il 20 di Febbraio del 1909 Parigi si svegliò come ogni mattina pigramente. I primi raggi del sole nascente lambirono languidamente come ogni giorno le bianche superfici del Sacre Coeur, in cima alla collina di Montmartre, carezzarono la punta della Tour Eiffel che aveva vegliato come ogni notte sulla città dorminete ritta sulle sue quattro gambe di ferro un pò divaricate, poi, pian piano, cominciarono a penetrare tra le strade della ville, bagnando le facciate dei palazzi liberty del centro, le insegne decorate di motivi floreali del metrò, per insinuarsi infine, riluttante, tra i vicoli stretti di Pigalle, dove le puttane stanche finalmente riposavano le membra al riparo di usci sempre socchiusi.
La città infreddolita pian piano cominciò ad emettere i suoi rumori, a pulsare di quel battito che ogni mattina, dal cuore dei grandi mercati generali delle Halles che si svegliavano qualche ora prima dell'alba, si trasmetteva propagandosi attraverso quelle vene lastricate che correvano tra file parallele di lampioni gialli, fino ai quartieri più estremi della periferia cittadina.
Uno scoppiettio assordante crebbe di intensità fino a riempire completamente l'aria fredda del mattino lungo la salita di Rue Blanche. Charle Garotte uscì velocemente dal suo piccolo chiosco di ghisa, intabarrato nel suo pastrano grigio topo e con il baschetto nero calcato fino agli occhi, e si portò cautamente sul ciglio dell'ampio marciapiede, in tempo per veder arrivare, dritto verso di lui come un colpo di cannone sparatogli contro, il goffo treruote di Marcel, saltellante e completamente imballato per lo sforzo di superare il dislivello decisamente fuori dalla portata del mezzo. Ebbe giusto il tempo di un'imprecazione prima di gettarsi di lato, mentre quello lo sorpassava a tutta velocità scartando di lato grazie alla perizia del dissennato guidatore che si era piegato fino quasi a terra, una mano sul cortissimo asse che fungeva da sterzo dell'impossibile mezzo, e l'altra brincata su un pacco di fogli tenuti insieme da uno spago a croce che con chirugica precisione finì proprio davanti ai piedi dell'edicolante inferocito.
Enculé de ta meré, gli gridò contro il negoziante, per non lasciar niente di sottinteso sulle proprie opinioni al riguardo, mentre il mezzo scoppiettante spariva dietro la curva, poi raccolse il pacco di carta, lanciando un'occhiata distratta alla fitta prima pagina a sei colonne di Le Figaro. Incredibile quanto la gente trovasse da blaterare, su quei giornali, e ogni giorno per giunta! Sebbene gli desse da mangiare, come Charle Garotte andava sempre ripetendo fiero a Poulette, una cortigiana grassa che visitava con una certa frequenza durante la settimana, lui non leggeva quella robaccia, che intorpidiva la mente e fiaccava il corpo. Rientrò battendo i piedi sulla soglia nel minuscolo gabbiotto del chiosco dei giornali, slacciando meccanicamente il fiocco che teneva insieme la pila di fogli, e dopo aver passato una mano per togliere il velo di condensa della notte passata, li sciorinò sul piccolo ripiano davanti a lui. Una raffica di vento freddo soffiò all'improvviso, facendo volare una pagina che si sollevò verso il cielo terso in una spirale scomposta e bizzarra.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo ... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
Era scritto sulla prima colonna, sotto il titolo Le Futurisme, a firma di un certo Filippo Tommaso Marinetti.
En cule les italiens, avrebbe esclamato con dispezzo Garotte se avesse letto quelle righe. Ma Garotte non leggeva, per principio, mai.
Che automobile fosse maschile, a Gabriele D'Annunzio suonava male. Quell'auto, con la grazia e lo slancio di una seduttrice, con quella disinvolta levità nel superare ogni scabrezza, doveva essere femmina. E D'Annunzio per queste cose aveva un certo occhio, ci si poteva credere. Se era femmina per lui, allora era femmina per tutti, e imbarazzo semmai per gli altri di non essersene accorti prima. Così un giorno, di ritorno da una gita a Desenzano, in mano ancora una stramaledetta multa per eccesso di velocità, che il diavolo li porti ci verrà una parete con tutta questa cartaccia, si sedette alla scrivania e glielo scrisse papale papale al Senatore Agnelli, che gli aveva appena fatto provare la nuova Fiat 509, che sembrava ad ogni curva alzarsi in volo. Un'automobile, non un automobile. Metteteci un cazzo d'apostrofo. Punto. Non disse cazzo, ad esser sinceri, che il vate non nominava invano certe parti del corpo e quando doveva dir qualcosa sapeva come dirlo facendolo scivolare come fosse seta sulla pelle, ma il senso era quello. Bella, non bello. Che non è lo stesso.
Gvazie D'Annunzio, buona idea. Lei ha sempve buone idee. Come posso vipagavla? Tengo le chiavi, rispose il poeta con un ghigno, schizzando fuori con un rombo dalla bislacca arcata quadrangolare del Vittoriale.
Io, di chi fosse Stirling Moss non avevo la benché minima idea. Di lui ho solo in mente una fotografia in bianco e nero, di quando gareggiava. E' un viso di un ragazzone, avrà una trentina d'anni nella foto, forse qualcosa di più. Non guarda in camera, la bocca è semiaperta, in un'espressione tra l'ebete e lo stupito. Il viso è completamente nero di fuliggine, hai presente quella polvere nera e un po' grassa di tutti quei film di comiche, quando Stanlio e Ollio finivano nel carbone, o Ollio era dietro ad un'auto (con l'apostrofo, naturalmente), mentre Stanlio girava la manovella dell'accensione. Ecco, quella polvere. Si vedono solo gli occhi, e il controno perfettamente bianco di una maschera intorno, lasciata dai due occhialoni da mosca che penzolano al suo collo. Il resto è nero, capelli, orecchie, bocca, mento, fronte, gote. Tutto nero. Ora, se la signora Moss l'avesse visto (non la moglie, la vera signora Moss intendo, la mamma, chi altri), sono sicuro che l'avrebbe guardato e gli avrebbe detto: Stirling, tesoro, dove sei stato per ridurti così? Vai subito a lavarti!. E' completamente nero Sir Stirling Crawford Moss, in quella foto. Ma ha un fottuto sorriso in viso, e lo sguardo di chi l'ha fatta grossa.
Salt lake, Bonneville, Utah. Una distesa bianco latte uniforme ed ininterrotta in tutte le direzioni, che potresti pensare d'essere cieco se qualcuno quel libro l'avesse già scritto. Ma è solo il 1957, ed é Agosto per giunta, e allora tutto quello che vedi, senti e respiri, l'apoteosi delle percezioni è che fa un diavolo di caldo salato che ti par d'essere un branzino in crosta nel forno. Sì, perché c'è sale ovunque, intorno. Lo senti crepitare sotto i piedi, un rumore come di vetri rotti calpestati, ad ogni passo. Non che ci sia molto dove andare. Continua per miglia, così. Bianco su bianco, come se quando Dio ha dipinto il mondo si fosse dimenticato di questo angolo di universo. Come se l'avesse lasciato così, incompiuto, ti viene da cercare il bollino di colore che indica come riempire la superficie, come in un libro per bambini, deve esserci da qualche parte, un improbabile piccolo bollino di un colore qualsiasi. Eccetto che bianco, ovviamente. E azzurro cielo, che qui c'è un cielo così azzurro che è da escludere che il sotto possa essere da colorare uguale, sarebbe troppo blu tutto in una volta, per un uomo. C'è stato attento a queste cose Dio, puoi scommeterci; troppo blu in una volta sola è fatale, questo lo sa chi va per mare. Se non bianco e non blu allora di che colore? Si domanda queste cose Stirling Moss, e fa un caldo boia quel giorno, e si è bevuto il cervello Stirling, così pensa all'improvviso, mi si è squagliato il cervello, ne sono sicuro, ora cola in uno di quei bicchieri triangolari, qualcuno ci aggiunge un oliva, mescolato non shekerato please, e mi porge il mio cervello sciolto sotto questo sole che continua a picchiare. Continua a guardare davanti a sé mentre procede, passo dopo passo, nel niente. Guarda il terreno, ogni tanto si ferma, si sdraia a terra e fissa una crepa, o con il palmo della mano saggia una irregolarità, piano, come se l'accarezzasse. Se la scena girasse di novanta gradi diresti che è un imbianchino che sta controllando la sua opera su una parete, una parete infinitamente grande, è ovvio, centimetro dopo centimetro, per curare che sia perfettamente liscia. Così sembra solo un uomo in una tuta da imbianchino, un minuscolo puntino rosa in mezzo ad un foglio bianco, che si sposta lungo una direzione qualunque a piccoli lenti passi.
Si chiamerà MG EX 181 quella specie di mezzo sigaro piatto su quattro ruote, ma non ora. Tra qualche minuto forse, dopo che il grosso telaio di alluminio sarà stato calato sopra quello scheletro che sembra uscito dalla fantasia di un alieno di quelli verdi, con la testa a triangolo e le dita palmate, ma adesso è solo un MG EX o un qualsiasi altro nome che la scarsa fantasia e l'emozione del momento cancelleranno di lì a breve per trasformarlo in MG EX 181. Che sia un auto non ci giureresti, e faresti bene, ché di sterzare non se ne parla proprio, almeno non come intende un qualunque cristiano che abbia guidato su un circuito qualsiasi, uno di quelli dove Moss ha vinto più volte negli ultimi anni divenendo una celebrità. Ma se per questo, anche questo qui non è un circuito qualsiasi. Già, a chi verrebbe in mente nella cara vecchia Europa di fare un circuito che corre dritto come un fuso per qualche miglio, prima di finire ad un palo con su scritto FINE e stop, nemmeno una mezza curva, nemmeno lo straccio di una maledettissima chicane, nemmeno il tentativo abbozzato di una irregolarità, niente di niente. Un lungo rettilineo per una macchina che sa andare solo dritto, sembra appropriato se ci pensi su. O incredibilmente stupido forse. In ogni caso, per ora stanno lì, MG EX, tutta scanificata con il suo guscio di lato, il suo pilota, nell'aplomb tipico inglese, sorriso pacato da thé delle cinque, un paio di meccanici, di quelli che stringono dadi e danno colpetti qui e lì ovunque, anche solo per il gusto di sentire l'eco rassicurante del metallo che gli ricorda di esistere, e una piccola folla di curiosi, cronisti e paparazzi in maniche corte, sudati fino al midollo, a stramaledire quel caldo torrido d'estate e aspettar che inizi, e che finisca. A completare il quadretto ci sono anche loro, un po' in disparte, Mr. Johnson e Mr. Johnson, riconoscibilissimi come tutti gli agenti della CIA, nelle loro uniformi nere con il cappello nero, la giacca nera, i pantaloni neri e gli occhiali neri. Di qualunque colore purché sia nero, aveva detto una volta Henry Ford, parlando di auto. Qualcuno aveva preso in parola il messaggio, quando aveva creato le uniformi della CIA, peensando forse che a quegli uomini macchina si dovessero applicare gli stessi paradigmi della motorizzazione di massa americana. E ora i due se ne stanno lì, come due avvoltoi su un ramo scheletrico, le silouette mangiate da quella luce accecante che emana da quello stramaledetto bianco che circonda il tutto, come due spettri dell'Anello partoriti dalla fantasia di Tolkien.
L'aveva chiamato Project EX qualche fantasioso burocrate il motivo della loro presenza lì. Iniziato cinque anni prima in un'aula di una prestigiosa università americana da un professore troppo impegnato a scriver formule su una lavagna per notare un errore lassù in alto, al secondo passaggio di un integrale curvilineo, si era trasferito di lì a poco in un laboratorio sotterraneo dove di scienziati ce n'erano una decina, e ognuno diceva la sua con un gran baccano e un gran dispendio di muffin e di gessi colorati (le cui funzioni rispettive finivano a volte scambiate nella fretta aumentando la confusione generale). Si chiamava brainstorming, e pare avesse effetti collaterali interessanti, a parte il consumo dei fondi R&D e il picco di aumento della temperatura del pianeta in prossimità di tutte quelle teste pensanti. Insomma, era durato quel che era durato, lì avevano lasciati lì abbastanza a lungo perché fermentassero, come la birra, e il laboratorio era sotterraneo in fondo anche per quello, per far germogliare le idee in luogo caldo e umido. Ne era venuta fuori una ... teoria. Che era passata di mano, di burocrate in burocrate. Ad ogni passaggio era stata letta, non compresa, ed era stato aggiunto un timbro con su un rosso: APPROVED e qualche nota di lato, tanto per dimostrare di aver colto il senso generale, sul tempo che passa, la velocità, e la loro relazione. E alla fine, livello dopo livello,era arrivata in una stanza ovale, dove qualcuno aveva detto un sì distratto prima di tornare alla sua montagna di impegni quotidiani, ed aveva ricominciato la discesa dai massimi livelli esecutivi, fino ad arrivare a Johnson e Johnson, i due agenti gemelli, identici come due gocce d'acqua dalla nascita a parte il fatto che uno era bianco e uno nero, sovrappeso il primo ed estremamente magro il secondo, e calvo. Per il resto, uguali, sai quelle cose tipo movimenti sincroni, parlata all'unisono e tutto il resto? Appunto. Ci avevano pure iniziato un progetto qualche anno prima, per studiarli. Un gran brainstorming anche quella volta, e un mucchio di salatini, prima di dover sospendere il tutto per mancanza di fondi (e di bevande, tutti quei salatini mettevano una dannata sete). E ora se ne stavano lì, un poco in disparte, nelle loro uniformi nere, ottusamente refrattari al calore di quel sole cocente, il che faceva d'altronde parte del loro addestramento (tutto un anno di corso in Accademia era praticamente dedicato alla DESCECCO, la DEsensibilizzazione della Sudorazione Corporea all'Esposizione a Condizioni Climatiche Ostili).
Si avvicinarono a Moss, uno per lato, e il pilota sembrò per un momento sparire inghiottito da quel sipario nero. Portarono all'unisono la mano al polso, e insieme tutti e tre sincronizzarono gli orologi, poi Moss tolse il suo, riponendolo in tasca, e ricevette da Johnson (il bianco) il suo orologio (nero ovviamente) che allacciò al polso, mentre Johnson (il nero), combatteva l'irrefrenabile impulso di fare altrettanto. Che ironia, pensarono all'unisono i gemelli, dover affidare due anni di finanziamenti sottobanco alla MG per la realizzazione del costoso prototipo, tutte le fatiche fatte per tenere l'operazione sufficentemente segreta, tutti quei preparativi minuziosi che fanno la felicità di qualunque agente segreto isnomma, per poi dover affidare la sua delicata riuscita ad uno yankee. Eppure andava così, si dissero tacitamente, e in fondo nessun altro sarebbe stato altrettanto pazzo da tentare quello che lui avrebbe tentato, e probabilmente lasciarci le penne; i piloti americani erano un bene troppo prezioso per la nazione per sprecarli così, e poi la MG era inglese, e i suoi progettisti non avrebbero mai accettato di far guidare ad un americano un loro veicolo, nemmeno lungo un rettilineo privo di ostacoli.
Il che avrebbe dovuto far riflettere, verbo che tuttavia non apparteneva al lessico come ai costumi dei due agenti.
Si erano trasferiti tutti all'arrivo, dietro, per quanto "dietro" potesse significare in quel mare di niente, a quel palo con su scritto FINE che spuntava da un punto qualunque del terreno. Dall'altra parte, qualche miglio più in là, era rimasto solo il pilota, con i fedeli meccanici, il progettista del mezzo, e Johnson il bianco, poco in disparte.
Lentamente Moss aveva inforcato gli occhialoni e calcato il casco intorno alla testa. Farà caldo lì dentro, e parecchio, gli aveva detto una voce alla sua destra. Fa caldo anche fuori, aveva risposto, impugnando la corta cloche mentre la scocca di alluminio del veicolo veniva calata intorno a lui come il coperchio di un gigantesco feretro. Cercò di allontanare quell'immagine dalla sua mente, e di concentrarsi sul da fare. C'erano un sacco di cose di cui occuparsi in quel miglio. Prima tra tutte, rimaner vivo, appunto.
Il motore venne acceso, e il grosso bruciatore dietro di lui coprì con il suo rumore ogni altro suono. Vide attraverso il vetro di plexiglass la mano guantata di qualcuno sventolare per catturare la sua attenzione, alzare un pollice in aria più volte, poi tirò verso di sé il rozzo pomello che sganciava il blocco dei freni, e scivolò in avanti con un balzo fulmineo. Era partito.
OddioDioDioaiutamicazzocazzocazzissiiiimooooo... La prima cosa che lo colpì fu l'assenza della sua voce: era rimasta indietro, a condensarsi nell'aria in quel punto dove lui si era trovato un istante prima, e dove non era già più per parecchie centinaia di metri. A oltre 400 km orari la voce arriva alle orecchie quando queste sono di svariate spanne davanti a dove era la bocca che l'ha emessa. Era una gara, tra il suo fiato che cercava di esprimere in un modo qualunque la necessità di gridare lo sgomento, e la velocità che glielo ricacciava dentro insieme a tutti i pensieri e tutto il resto, in un vortice che voleva uscire da dietro, che sarebbe sembrato prosaico in qualsiasi altra situazione, ma che qui era solo fisica pura, perché il suo povero culo era l'ultimo posto disposto a contenere la sua anima che l'inerzia tratteneva indietro rispetto a quel corpo lanciato. Quattrocento chilometri orari sono una cifra impressionante sempre. Nel 1957 lo era di più, e per Stirling Moss quel giorno lo era ancora di più, perché lui c'era dentro, a quel sigarone luccicante che ora sfrecciava fendendo l'aria. Come seta sulla pelle, pensò per un istante, mentre rotolava avanti. Sono una riga su un foglio, pensò, mentre un fumo nero denso invadeva l'abitacolo costringendolo a trattenere il respiro, un segmento tracciato da Dio. Per un istante gli parve che una pagina di giornale, ingiallita e sgualcita, portata dal vento da chissà dove, finisse sul vetro della carlinga. Scorse le lettere : ... IGARO prima che tutto intorno si facesse tutto nero e buio. Buffo, si disse con un ghigno, posso dire di essere finito in prima pagina. Ma fu un istante, e il pensiero era già rimasto indietro, in mezzo a quella distesa di sale, nuovamente vuota.
Fu un grande trionfo il giorno di agosto del 1957 quando la MG EX alluminio con sopra le bandiere incrociate di America e Inghilterra diventò la MG EX 181. Per tutti fu un grande momento quello in cui il tachimetro di precisione doppia svizzero, fatto venire per l'occasione in una grossa cassa che aveva viaggiato per oltre un mese in mare in un doppio supporto di protezione per permettere all'apparecchiatura di non subire sbalzi che potessero comprometterne la precisione, segnò con entrambi gli aghi di riferimento quel fatidico 181 mph che sarebbe stato un nuovo record del mondo. Destinato ad essere battuto presto, perché si sa, i record sono destinati ad essere infranti, ma non quel giorno. Quel giorno fu tutto uno sventolare di bandiere, e di gente festante. Sudata, magari, ma festante. Soprattutto Moss festeggiò: uscì dall'abitacolo rovente in una nuvola nera di fumo denso, miracolosamente incolume e sorridente. Abbassò gli occhialoni di protezione rivelando una mascherina di viso in mezzo a tutto quel nero di fuliggine, si girò verso l'auto lentamente, le lanciò un'occhiata obliqua e mentre i flash dei fotografi lo immortalavano le sussurrò dolcemente: bitch. Con dolcezza dico, è una cosa che non si spiega facilmente, ma c'era dolcezza, tantissima, in quel puttana che le rivolse. E nostalgia. Come di un uomo che saluta un'amante, davanti ad un uscio, per l'ultima volta fino alla prossima.
Gli unici a non festeggiare furono i gemelli Johnson. Quando Johnson (il nero) slacciò il cinturino dal polso del pilota e lo accostò al proprio, i due quadranti segnavano perfettamente lo stesso orario, le 12 e 10, e le lancette dei secondi si muovevano all'unisono, identiche, eccetto per la patina nera sul vetro del primo. Se fossero delusi, Johnson e Johnson non lo diedero a vedere; la delusione e la gioia erano emozioni che competevano ai livelli più alti della piramide gerarchica, laddove a loro era concesso soltanto un segno su una casella di spunta: failed, fallito. Parlò brevemente in un walkie talkie nero, poi si avviò a lunghi passi verso una grossa auto nera, che era apparsa poco distante. Stirling Moss lo vide allontanarsi, salire in macchina, e sparire lasciando dietro di sé una piccola scia bianca di polvere di sale.
Sorrise a tutti, scambiò qualche fugace parola con un cronista curioso di sapere cosa avesse provato in quei momenti, poi tirò fuori di tasca il suo orologio, lo rimise al polso e lo guardò per un istante: le 12 e 09. Se parto adesso, pensò Moss, questa sera sarò a casa per cena, da mia moglie e mio figlio. Con un minuto in più per loro. Si divincolò amabilmente dalla piccola folla, e sorrise al capo meccanico che lo guardava con aria interrogativa: "tienile tu Todd", disse lanciandogli un piccolo mazzo di chiavi, "a me non interessa più. Parcheggiala dove preferisci, ma senza troppe manovre, mi raccomando", disse ridendo. E corse via, fino a tornare un puntino nell'immenso bianco. Nessuno seppe mai se il suo Longines fosse indietro o meno, o cosa fosse successo dentro quell'auto. E forse non conta, che di tempo un uomo libero ne ha sempre da vendere.
E non c'è niente di meglio, per esser liberi davvero, che tornare a casa.
Dedicato a chi smania per partire, e a chi è partito già.
Liberi ma completamente
Liberi finalmente
Liberi non è vero un accidente
Non siamo liberi per niente
Liberi c'è sempre uno che ci sente
Che ci compra che ci vende
Liberi sono i sogni nella notte
Liberi è questo specchio che si rompe
Liberi se si libera la mente
Siamo liberi e per sempre
Liberi anche politicamente
Non c'è logica
Non c'è niente
Liberi sono il vento con le onde
Liberi come due ladri nella notte
Non fermarti non è tardi resta fuori che ho bisogno
Di parlarti di guardarti di baciarti di toccarti
E di essere liberi senza dover spiegare niente
Liberi veramente
Senza trucchi e senza niente
Liberi finalmente
Libero solo adesso che ti parlo
Adesso che ti guardo
Libera mentre muovi la tua bocca
Quando ridi perché è rossa
Liberi perché fuori è ancora caldo
Liberi come rondini di marzo
Liberi da morire finalmente
Liberi da tornare tra la gente
Non fermarti non è tardi resta fuori che ho bisogno
Di parlarti di guardarti di baciarti e di toccarti
e di essere liberi senza dover spiegare niente
Liberi veramente
Senza trucchi e senza niente
Liberi finalmente...
Liberi sono i sogni nella notte...
Liberi come il vento con le onde...
Liberi come ladri nella notte...
Liberi...
(Lucio Dalla)
NB. Questo post è ispirato ad una mostra al Mart di Rovereto, Mitomacchina appunto. La MG EX 181 vien da lì, come la maggior parte dei fatti che hanno dato spunto a questo. Ovviamente l'esperimento EX è frutto di pura fantasia (forse) e così i gemelli Johnson e Garotte il giornalaio. La foto di Stirling Moss invece esiste davvero, anche se probabilmente non è legata a quell'evento. Cercatela, e guardate quello sguardo, e raccontatemi cosa ci vedete. Io, vi ho raccontato una storia, di quello che ci ho visto. Mitomacchina si, ma il vero mito è l'Uomo, sempre. Grazie a chi c'era, e ha condiviso con me quel momento. Non sarebbe stato lo stesso senza, perché i momenti più belli sono quelli che dividiamo con qualcuno.