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Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

sabato, 28 aprile 2007,ore 08:04

Crepuscolo beduino con dedica

Credi, e tutto andrà bene - La locanda della felicità, Zang Yimou

Vedi qui? Era tutto verde un tempo. Era un giardino allora, e ora non resta che sabbia. Ma lì, proprio dietro quella duna, una volta c'era vita, c'erano bambini che giocavano, e famiglie felici. Pastori che pascolavano le greggi. Donne che lavavano i panni al fiume. Alberi di dattero, con frutti maturi e succosi che toglievano il fiato.
Ora c'è sabbia.
C'era gente che lavorava la terra, rivoltandone le zolle, che spremeva sudore e fatica sui solchi dell'aratro, che spargeva messi come una danza, cantando piano al tramonto. C'era un seminatore, proteso verso l'infinito, su un paesaggio bruno, e corvi su campi di grano e un sole buono arancione. E ora c'è solo sabbia. Solo finissima sabbia gialla dove prima era vita, come sogni polverizzati dal tempo.
Non si sa quando è iniziato, qual'è stato l'anno zero di questo. Certe cose non ce l'hanno un anno zero, anzi. E' come se ad un certo punto un'enorme clessidra che misurava il tempo si sia rotta, da qualche parte lassù, oltre quell'azzurro, e ne sia fuoriuscita la sabbia. A ricoprire tutto, cancellando ogni traccia, spegnendo ogni suono. Soffocando ogni cosa. Questa sabbia, che ci portiamo dentro, nella bocca, nelle orecchie, nelle rughe della pelle, che ci fa essere ruvidi ed asciutti. Che ci fa essere aridi, come questa terra.

Diceva così, avvolto nel suo turbante blu di seta leggera, la pelle bruna solcata che a tratti si rivelava nel suo gesticolare attraverso le pieghe del caffetano bianco, come se la vita avesse inciso in lui ogni singolo istante, imprimendo un peso e una pressione su quella pelle che alla fine aveva ceduto, crinandosi in sottili crepe che gli attraversavano ogni centimetro del corpo, per riversarsi come una cascata rovescia dalle periferie più lontane direttamente negli occhi nocciola, velati di una malinconia eterna e inguaribile, quella che forse aveva provato Adamo al principio del mondo, quando aveva capito che qualcosa si era rotto per sempre.
Parlava del passato in quel caratteristico modo che hanno gli uomini di parlare di un tempo troppo antico per essere speranza, e troppo recente per diventare memoria. Quel mondo che raccontava era lì, appena dietro ai suoi occhi, irreparabilmente destinato a rimanervi confinato, senza altra via d'uscita che essere evocato attraverso di lui, della ripetizione di quei gesti lenti e di quelle parole in una lingua incerta, in un'immagine sbiadita e tremolante del calore del deserto nella mente di chi lo ascoltava.
Aveva preso dalla tenda un vassoio di argento con su due piccoli bicchieri di vetro opaco e vi aveva versato dentro una bevanda scura, fumante, da una grossa teiera finemente lavorata. Poi aveva riversato indietro il contenuto, lentamente, e aveva ripetuto l'operazione, una, due, tre volte, senza fretta, mentre l'aroma del bergamotto si diffondeva intorno, colmando la distanza tra lui e l'ospite di un vapore sottile.
Poi aveva taciuto, lasciando che il silenzio si depositasse piano tra di loro, come le piccole particelle che galleggiavano sul fondo dei bicchieri, e avevano atteso entrambi qualche istante che il the si freddasse un poco prima di berlo, quel tempo misurato necessario a far diventare la temperatura gradevole al palato e il gusto preservato.
La donna lo guardava senza parlare. L'aveva ascoltato con attenzione, bevendo ogni singola parola che aveva detto con la stessa solennità con cui ora appoggiava le labbra all'orlo del bicchiere per assaporare la bevanda.
Scostò una ciocca dei lunghi capelli neri dal viso, con un gesto lento e naturale, e i suoi occhi grigi incontrarono lo sguardo dell'uomo che aveva di fronte, che fu attraversato da due pensieri. Questa donna ha il mare dentro, pensò, si porta il mare dietro gli occhi. Un oceano, credo. E poi: questa donna è felice, in questo momento. Lontana da casa, lontana da tutto, dove vorrebbe essere e quando vorrebbe essere. Questa donna, qui, è presente.
Si era alzato il vento, che sollevava un filo di sabbia finissima sfocando debolmente le creste delle dune. Il cielo si era lentamente velato durante la mattinata, e ora si stava coprendo di nuvole basse e dense che si avvicinavano velocemente.
E poi la zingara pianse. Pianse piano, di comprensione, una lacrima soltanto, una piccola singola lacrima che scese lungo la guancia in una scia iridescente, rigandole il volto bellissimo, e toccò il suolo.
E venne la pioggia.

Capita raramente che piova nel deserto. Non è un fenomeno frequente, no, ma accade. Anche nei deserti piove, certe volte, la stessa pioggia del resto del mondo, quella pioggia buona dei temporali di estate, di quando non corri a ripararti sotto nessun portico ma te la prendi tutta, senza opporre resistenza, che un poco di pioggia non può far male, tantomeno in un deserto.
Piovve, e come venne andò.
Ma quando sul deserto piove, accade qualcosa. Qualcosa che ha del magico ma è perfettamente naturale. Il deserto, quando piove, fiorisce. Fiorisce di tutti quei semi che sono portati dal vento e stanno lì, tra i granelli di sabbia, ad aspettare. Non importa quanto, quei semi aspettano, perchè ci sarà una pioggia prima o poi, da salutare. E' una promessa mantenuta da sempre. Prima o poi piove, anche nel deserto. I semi lo sanno, e aspettano, per fiorire.
E il deserto fiorì, quel giorno, davanti a loro che avevano aspettato la pioggia, da mesi.

Allora all'uomo sembrò di udire le grida di decine di bambini, appena dietro quella duna, e i belati di un gregge, e rivide i solchi dell'aratro sul terreno allineare in geometrie misteriose quelle piantine che ora, per pochi momenti, stavano salutando il mondo, riconciliandosi con il sole. E alla donna sembrò di aver ritrovato qualcosa che aveva perduto, e si sentì commossa da tanta bellezza come un anemone, un cristallo di sale, di felicità.
Si alzò lentamente, ringraziò per il the con un cenno del capo, e sorrise alla bimba che era apparsa da dietro una duna, le manine protese e il mento tre gradi all'insù, con l'aria di chi sa chissà quale verità sul mondo e se la tira un po', che stava correndo verso di lei, incantata da quel piccolo prodigio.
Difficile l'algebra degli stupori, pensò tra sè.
Sarebbe stato un tramonto nuvoloso ma incantevole, quella sera. E la notte, quella notte, avrebbe incartato stelle nell'anima, perchè qualcosa lo devi portare via con te, di certi momenti, per riguardarli un giorno, esattamente un anno dopo magari, e ricordarti che c'è vita ovunque, e c'è un bene, a cui non si sa ovviare forse, ma che arriva anche dove le parole non sanno arrivare.

Ci saranno sempre violoncelli che suoneranno sulle macerie di un muro la commozione intensa di essere liberi, ovunque, di amare la vita.

Come cambia le cose
la luce della luna
come cambia i colori qui
la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca
come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
per vent'anni o per cento
e come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
ci si inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
per orizzonte stelle basse
per orizzonte stelle basse
oppure niente.

E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore

Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è

Ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
la pianta del tè
.

(Ivano Fossati)

NB. Ci sono parole tra queste parole, che significano molto per me. Infinitamente. Parole non mie, che vengono da un tempo passato, che spero tornino oggi alla sorgente, a ricordare quella promessa che fa aspettare quei semi, per un tempo indeterminato, di sbocciare per qualche ora.

volamiaddosso
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Commenti
#1   29 Aprile 2007 - 13:02
 
Com'è cieco colui che immagina
e progetta qualcosa
fino ai più realistici dettagli.
E quando non risce a darne conto interamente
con misure superficiali e prove verbali,
crede che la sua idea
e la sua fantasia siano vanità!
Se invece riflettesse con sincerità,
si convincerebbe che la sua idea è reale
tanto quanto l'uccello in volo,
solo che non è ancora cristalizzata;
e capirà che l'idea è un segmento
di conoscenza
ancora ineslicabile in cifre e parole,
poichè troppo alta e troppo vasta
per essere imprigionata
nel momento presente;
ancora troppo profondamente immersa
nello spirituale
per piegarsi al reale.


E' così difficile a volte scindere la realtà di tutti dalla realtà che vedi.Sembrano realtà diverse, sembri esser condannato a vederne due piuttosto che una e ne porti il peso di due piuttosto che di una.

(..)Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è


E alla fine è giusto così, della vita bisogna prendere quello che c'è, non è accettazione, non è rassegnazione, è la vita.



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#2   17 Maggio 2007 - 07:18
 
Ha così tante forme e possibilità la realtà ma infine, certamente, è sempre una sola. Sono poi gli occhi e la sensibilità di ognuno di noi a cogliere il senso buono e meno buono delle cose, della vita.
Un pensiero troppo ingombrante a quest'ora del mattino...
un caro saluto
Gautier
utente anonimo

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categoria : cristalli di anima