About me
Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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Ipse Dixit
"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

sabato, 28 aprile 2007,ore 08:04

Crepuscolo beduino con dedica

Credi, e tutto andrà bene - La locanda della felicità, Zang Yimou

Vedi qui? Era tutto verde un tempo. Era un giardino allora, e ora non resta che sabbia. Ma lì, proprio dietro quella duna, una volta c'era vita, c'erano bambini che giocavano, e famiglie felici. Pastori che pascolavano le greggi. Donne che lavavano i panni al fiume. Alberi di dattero, con frutti maturi e succosi che toglievano il fiato.
Ora c'è sabbia.
C'era gente che lavorava la terra, rivoltandone le zolle, che spremeva sudore e fatica sui solchi dell'aratro, che spargeva messi come una danza, cantando piano al tramonto. C'era un seminatore, proteso verso l'infinito, su un paesaggio bruno, e corvi su campi di grano e un sole buono arancione. E ora c'è solo sabbia. Solo finissima sabbia gialla dove prima era vita, come sogni polverizzati dal tempo.
Non si sa quando è iniziato, qual'è stato l'anno zero di questo. Certe cose non ce l'hanno un anno zero, anzi. E' come se ad un certo punto un'enorme clessidra che misurava il tempo si sia rotta, da qualche parte lassù, oltre quell'azzurro, e ne sia fuoriuscita la sabbia. A ricoprire tutto, cancellando ogni traccia, spegnendo ogni suono. Soffocando ogni cosa. Questa sabbia, che ci portiamo dentro, nella bocca, nelle orecchie, nelle rughe della pelle, che ci fa essere ruvidi ed asciutti. Che ci fa essere aridi, come questa terra.

Diceva così, avvolto nel suo turbante blu di seta leggera, la pelle bruna solcata che a tratti si rivelava nel suo gesticolare attraverso le pieghe del caffetano bianco, come se la vita avesse inciso in lui ogni singolo istante, imprimendo un peso e una pressione su quella pelle che alla fine aveva ceduto, crinandosi in sottili crepe che gli attraversavano ogni centimetro del corpo, per riversarsi come una cascata rovescia dalle periferie più lontane direttamente negli occhi nocciola, velati di una malinconia eterna e inguaribile, quella che forse aveva provato Adamo al principio del mondo, quando aveva capito che qualcosa si era rotto per sempre.
Parlava del passato in quel caratteristico modo che hanno gli uomini di parlare di un tempo troppo antico per essere speranza, e troppo recente per diventare memoria. Quel mondo che raccontava era lì, appena dietro ai suoi occhi, irreparabilmente destinato a rimanervi confinato, senza altra via d'uscita che essere evocato attraverso di lui, della ripetizione di quei gesti lenti e di quelle parole in una lingua incerta, in un'immagine sbiadita e tremolante del calore del deserto nella mente di chi lo ascoltava.
Aveva preso dalla tenda un vassoio di argento con su due piccoli bicchieri di vetro opaco e vi aveva versato dentro una bevanda scura, fumante, da una grossa teiera finemente lavorata. Poi aveva riversato indietro il contenuto, lentamente, e aveva ripetuto l'operazione, una, due, tre volte, senza fretta, mentre l'aroma del bergamotto si diffondeva intorno, colmando la distanza tra lui e l'ospite di un vapore sottile.
Poi aveva taciuto, lasciando che il silenzio si depositasse piano tra di loro, come le piccole particelle che galleggiavano sul fondo dei bicchieri, e avevano atteso entrambi qualche istante che il the si freddasse un poco prima di berlo, quel tempo misurato necessario a far diventare la temperatura gradevole al palato e il gusto preservato.
La donna lo guardava senza parlare. L'aveva ascoltato con attenzione, bevendo ogni singola parola che aveva detto con la stessa solennità con cui ora appoggiava le labbra all'orlo del bicchiere per assaporare la bevanda.
Scostò una ciocca dei lunghi capelli neri dal viso, con un gesto lento e naturale, e i suoi occhi grigi incontrarono lo sguardo dell'uomo che aveva di fronte, che fu attraversato da due pensieri. Questa donna ha il mare dentro, pensò, si porta il mare dietro gli occhi. Un oceano, credo. E poi: questa donna è felice, in questo momento. Lontana da casa, lontana da tutto, dove vorrebbe essere e quando vorrebbe essere. Questa donna, qui, è presente.
Si era alzato il vento, che sollevava un filo di sabbia finissima sfocando debolmente le creste delle dune. Il cielo si era lentamente velato durante la mattinata, e ora si stava coprendo di nuvole basse e dense che si avvicinavano velocemente.
E poi la zingara pianse. Pianse piano, di comprensione, una lacrima soltanto, una piccola singola lacrima che scese lungo la guancia in una scia iridescente, rigandole il volto bellissimo, e toccò il suolo.
E venne la pioggia.

Capita raramente che piova nel deserto. Non è un fenomeno frequente, no, ma accade. Anche nei deserti piove, certe volte, la stessa pioggia del resto del mondo, quella pioggia buona dei temporali di estate, di quando non corri a ripararti sotto nessun portico ma te la prendi tutta, senza opporre resistenza, che un poco di pioggia non può far male, tantomeno in un deserto.
Piovve, e come venne andò.
Ma quando sul deserto piove, accade qualcosa. Qualcosa che ha del magico ma è perfettamente naturale. Il deserto, quando piove, fiorisce. Fiorisce di tutti quei semi che sono portati dal vento e stanno lì, tra i granelli di sabbia, ad aspettare. Non importa quanto, quei semi aspettano, perchè ci sarà una pioggia prima o poi, da salutare. E' una promessa mantenuta da sempre. Prima o poi piove, anche nel deserto. I semi lo sanno, e aspettano, per fiorire.
E il deserto fiorì, quel giorno, davanti a loro che avevano aspettato la pioggia, da mesi.

Allora all'uomo sembrò di udire le grida di decine di bambini, appena dietro quella duna, e i belati di un gregge, e rivide i solchi dell'aratro sul terreno allineare in geometrie misteriose quelle piantine che ora, per pochi momenti, stavano salutando il mondo, riconciliandosi con il sole. E alla donna sembrò di aver ritrovato qualcosa che aveva perduto, e si sentì commossa da tanta bellezza come un anemone, un cristallo di sale, di felicità.
Si alzò lentamente, ringraziò per il the con un cenno del capo, e sorrise alla bimba che era apparsa da dietro una duna, le manine protese e il mento tre gradi all'insù, con l'aria di chi sa chissà quale verità sul mondo e se la tira un po', che stava correndo verso di lei, incantata da quel piccolo prodigio.
Difficile l'algebra degli stupori, pensò tra sè.
Sarebbe stato un tramonto nuvoloso ma incantevole, quella sera. E la notte, quella notte, avrebbe incartato stelle nell'anima, perchè qualcosa lo devi portare via con te, di certi momenti, per riguardarli un giorno, esattamente un anno dopo magari, e ricordarti che c'è vita ovunque, e c'è un bene, a cui non si sa ovviare forse, ma che arriva anche dove le parole non sanno arrivare.

Ci saranno sempre violoncelli che suoneranno sulle macerie di un muro la commozione intensa di essere liberi, ovunque, di amare la vita.

Come cambia le cose
la luce della luna
come cambia i colori qui
la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca
come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
per vent'anni o per cento
e come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
ci si inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
per orizzonte stelle basse
per orizzonte stelle basse
oppure niente.

E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore

Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è

Ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
la pianta del tè
.

(Ivano Fossati)

NB. Ci sono parole tra queste parole, che significano molto per me. Infinitamente. Parole non mie, che vengono da un tempo passato, che spero tornino oggi alla sorgente, a ricordare quella promessa che fa aspettare quei semi, per un tempo indeterminato, di sbocciare per qualche ora.

volamiaddosso
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martedì, 24 aprile 2007,ore 02:39

Ma chi l'ha detto che non si deve provare a provare?

Le luci di Roma. Dio come sono belle le luci di Roma questa notte da quassù. Sembrano tremare le luci di questa città, come lumini di candela, amore mio. Come candeline di una torta. Qualcuno deve averci fatto una gigantesca torta di questa città, per me. Ecco, mi viene da pensare, trattieni il fiato e soffia, soffia con tutta la forza che puoi, e spegnile tutte mi raccomando. Buon compleanno, vita. Un giorno in più passato, ad infilare perle di collana, inanellar ricordi e sogni sfiorati da sussurrare questa notte.
Ho tenuto un cuore pulcino in mano oggi, accarezzandolo e baciandolo e confortandolo. Perchè se non siamo nati per una carezza, per una parola, per un bacio, per cosa siamo nati allora?
E ora sono tornato finalmente solo. Finalmente lontano. Finalmente di nuovo risento il mio battito e il mio respiro, sopra questa musica infinita della vita. Assordante a volte. Dovrebbero metterci un volume al cuore, o a tutto il resto magari. Tanto per regolarsi un poco meglio e non perdere il tempo e il ritmo. Che a volte si danza, e a volte semplicemente si vorrebbe seguire la musica con il piede, tenendo il tempo e il passo. E che concerto da qui, su questa terrazza dei Castelli da cui si vede Roma. La distanza giusta queste luci, per ascoltare quella vita brulicante dei quartieri, gli amori borghesi delle coppie del centro, le grida di risse di borgata, le risate in quelle case laggiù a Testaccio, le corse di motorini su per via della Magliana, le preghiere che salgono al cielo come rondini intorno al Cupolone, i lamenti della gente che soffre nelle corsie di ospedali di periferia, le fiammelle delle anime degli innamorati sberluccicanti laggiù sul Gianicolo, la scia scura del Tevere che scorre portando sul fondo promesse infrante e giuramenti sciolti verso il mare.
Mi soffermo a pensare a chi è rimasto ad aspettarmi, a chi oggi mi ha incontrato, a chi domani mi vedrà passare, su questa strada lastricata che ancora rimanda l'eco dei miei passi solitari tra i vicoli di questo paesello che mi ha visto nascere, e ogni volta mi accoglie così, in un silenzio che sa di comprensione e di affetto. E mi vedo affacciato a questo belvedere, ad ammirare i tetti e le terrazze che sfumano verso l'orizzonte in un continuo di puntini luminosi di un mondo che vive intorno a me. Come conchiglie su una spiaggia, dopo una marea. Come i granchietti sugli scogli, quel muoversi di lato, da ubriaco, sperando che l'onda, la prossima onda, ci spinga un poco più in là ma non ci sbalzi via, che è fatica rifare sempre la stessa strada, è infinitamente bello si, ma è fatica e sudore e caparbia determinazione, ripartire ogni volta, su questo scoglio che chiamiamo vita.
Ma non stasera: stasera è pace e Primavera.
Nel cuore, nelle orecchie e sulle labbra.
E come sempre succedede, quando lo sguardo si perde all'orizzonte e vedo luccicare il mare, arrivi tu, il passo leggero di un fantasma e il sorriso gitano di una donna bambina. Ti metti qui, al mio fianco, e io non ho il coraggio di girare il viso verso quel vuoto dove so che sei, per non farti svanire bucata dal mio sguardo, per tenerti con me, così, in silenzio, come ogni giorno che questo tempo amico ci ha concesso di passare insieme a guardare il mondo. E' bello vedere la città con te: è bello perché non ci sei ma sei qui, Dio mio quanto sei qui, sempre, accanto a me, a far silenzio come solo tu sai fare. Ludovico Einaudi nelle cuffie che dividiamo, il volume al minimo, che intuire è anche troppo questa sera, e allora ci vuole un quasi silenzio rarefatto. Per lasciar parlare il Ponentino del crepuscolo che cala, di questa notte posata a manto a ricoprire i sogni e poi le stelle, come caramelle da scartare. Appoggia la testa sulla mia spalla, che stasera non si fanno acrobazie, si vola basso, si plana. A vista, su questa città, come due alianti sospesi nell'aria densa di tutto questo umano che sale al cielo. Di tutto questo vapor d'anima che sale, facendo tremolar le luci e luccicare gli occhi, verso quella fetta argento che stai guardando anche tu, in questo istante, da una finestra su un altro fiume.
Cara piccola Dorothy, di cuore, muscoli e cervello ne abbiamo da vendere anche qui. Semmai quello che manca, sotto questo cielo, è un po' di paglia, latta e tre ciuffi di criniera, sotto cui nascondersi per far finta che sia solo la fantasia della magia di Oz.

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.

Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente

(F. De Gregori)

volamiaddosso
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venerdì, 20 aprile 2007,ore 07:54

"...e dice sono venuto a sciogliere
e non a legare
sono venuto a sciogliere
e non a spezzare..."

Passa l'angelo - F. De Gregori

L'empatia non è mai stata un dono per me. Né un peso. E' qualcosa che mi porto addosso, da sempre, come una seconda pelle. Che mi fa sorridere della tua gioia, che mi ammutolisce del tuo dolore. Che fa scendere una lacrima per una bambina che non conoscerò mai.
No, non è mai stata un dono o un peso. C'è, come la realtà che mi circonda, ne buona né cattiva ma piuttosto sfaccettata, incredibilmente ricca di sfumature e mezzitoni, come un gigantesco cristallo attraverso il quale la luce si scompone, si riflette, filtra, si sperde lungo sentieri obliqui e per nulla scontati, per diffondersi in punti imprevisti in colori senza nome a formare motivi arabescati.

Il dono semmai che ho ricevuto è poter guardare quel cristallo. E provare a raccontartelo, con un filo di voce, nei momenti come questi, quando so che le parole non servono, ma devo comunque dirle, perchè è il solo modo che ho per lasciarti una carezza.

The wind blows hard against this mountainside
Across the sea into my soul
It reaches in to where I cannot hide
Setting my feet upon the road
My heart is old it holds my memories
This heart it burns a gem like flame
Somewhere between the soul and soft machine
Is where I find myself again

Kyrie Eleison down the road that I must travel
Kyrie Eleison through the darkness of the night
Kyrie Eleison where I go you will follow
Kyrie Eleison on a highway in the light

When I was young I dreamed of growing old
Of what my life would mean to me
Would I have traveled down my chosen road
Or only wish that I could be

(Mark Shultz)

volamiaddosso
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giovedì, 22 marzo 2007,ore 12:33

di un'isola sconosciuta, e dei suoi amici

Promenade
E' come stare sul treno, quel corridoio. Ci sono Città che ti scorrono davanti. La velocità la scegli tu. Non correre troppo allora, o non vedrai bene. E non fermarti a lungo, perchè dal treno, tanto, la Città non la puoi conoscere. Puoi solo pensarla e provar nostalgia per quei viaggi impossibili, perpendicolari al percorso, che lei ha raccontato.


Un pesce di nome Mauro
Usi atomi per dire ti amo. Dall'acqua vieni e all'acqua ritorni, se qualcuno ti chiede, con un pizzico di sadico piacere, come ci si sente a vedersi attraverso di lei. Ed è acqua pulita quella che vedo in fondo agli occhi, riflessi di mare e blu cobalto grumoso a sinistra, mare da toccare, mare da amare, di quello che ha una vita da raccontare, magari jazzimprovvisando. Di quello che dove vivono i pesci qualunque, quelli che sanno nascondarsi se arriva un'ombra sulla superficie, per poi tornare a guardare l'immenso stellato in cui Dio seppe improvvisarsi pescatore, come canta un amico mio. Magari sorridendo, con l'acqua dentro che brilla di un riflesso di luna. Ti pesco, ti libero. Punto it, che a te piace così, come un gioco. Ti giri e ti tuffi nel quadro, come Ariel dopo la Tempesta. E ti vedo nuotare dentro, rimpicciolire fino a sparire. Fino alla prossima marea.


Promenade
Aglaura é una gita. Non dove ma quando. Lo avesse saputo Calvino, che certi ricordi, se mancano le parole, restano attaccati ad una fotografia. Ma solo per chi c'era.

Diomira non parte. Non tutto va via, qualcosa ritorna. E qualcosa semplicemente deve restare, a raccontare a noi stessi del viaggio.

Sono stato a Zoe, una sera. Sulla sua pelle screpolata ho trovato strade dove botteghe di artigiani vendevano terre di mille colori. Erano vicoli strettissimi, ci passava a malapena uno sguardo. Da fuori, sembravano crepe di muri. Ma dentro, c'era un mondo.


S che scrive
S che scrive é un bavero rialzato. Una barba nera su una giacca grigia, parole sussurrate e due occhi tipografi che scelgono un font rigorosamente corsivo per raccontare. Da dietro gli occhiali ovviamente. Che vita vedi attraverso quelle lenti? Cosa compongono le mani quando le immagini salgono su da te da quelle finestre? Parli piano, annuendo timido ti schermisci da chi ti dipinge così, implorando ancora colore per chiudere un bianco che ha troppo da dare. Se fossi tarocco, saresti il matto, la luna o la ruota? Saresti succo, dietro la buccia. E una civetta sapiente si posa in un angolo e inclina il capo, curiosa. Strane vie ha la Dea, di baciare la mente degli uomini. Magari attraverso un rosso pastrano ed il sorriso leggero di chi sa cosa c'è, al centro del nero.


Promenade
La Madre spiega paziente che sono ritratti. Il Figlio ascolta, rapito. Lui i visi li riconosce, su quelle tele. Unico quadro tra noi, si muove per la sala salutando i volti dentro al colore. Questo succede ad alcuni, scelti a caso forse: di vedere oltre il guardare. Non scopri niente allora, semplicemente riconosci quello che è stato prima del Tempo. Incontra lei che li ha fatti, le da la mano, e ascolta la storia di Olinda, un punto che cresce e diventa città. E sorride felice, forse perché ora sa che qualcun altro ricorda quello che lui ha visto dentro quel mondo appeso davanti ai suoi occhi.


Piacere, Michele
Volumi ortogonali. Curve poche, pochissime. Millimetriche proporzioni di lati ad angolo retto. Per non rischiare di ferirsi con spigoli troppo acuti, o non scivolar via dietro un'onda. D'altronde la luce, si sa, sceglie la strada più dritta. O almeno, così crediamo. Che a lavorarci tanto con la luce, poi te ne rimane un poco dentro, imprigionata in chissà quali percorsi. Da ridare piano, perché la luce migliore è quella morbida, diffusa, questo lo sa chi con la luce crea, quella che irradia attraverso un calice alzato, profumata di rosso. Quella che circonda, come un'aureola, un bottone scarpetta che porti in tasca, macchia di rotondo che è bello trovare con la mano, che ti rimanda a qualcosa che non so.
Hai una casa anima a chiocciola, come una lumaca, con al centro uno Specchio. Ancora per poco.


M.
C'è una città bellissima, da qualche parte non troppo lontano. Io ci sono stato, ieri. Ha un nome di donna, perchè le Città hanno sempre un nome di donna. E comunque questa ha un nome di donna, in ogni caso.
Gli abitanti di M. hanno barattato il dentro con il fuori. Non si sa come sia successo, e certamente non è accaduto in un giorno. Ma pian piano è capitato. Prima era solo qualche sedia lasciata fuori dall'uscio, per prendere il fresco della sera e parlare. Poi un tavolino, qua e là, qualche bottiglia di vino e un mazzo di carte. Un letto portato su una terrazza per respirare l'odore del mare. Una credenza spostata su un balcone per far spazio in una stanza che sembrava contrarsi. Una cassapanca di lato nella via. Un attaccapanni fuori dalla porta. Uno Specchio, sul muro di cinta, per darsi un'ultima occhiata prima di uscire. Che poi, nel tempo, non è stato più uscire, perchè la casa era lì, fuori. E così, lentamente, nel corso degli anni, le case sono diventate La Casa, e la percezione che i suoi abitanti hanno dello spazio è cambiata. E non solo. Ché a viver fuori, o almeno, quello che noi qui chiamiamo fuori, è cambiata anche la percezione che essi hanno di loro stessi e degli altri. Si buttano giù stanze, per allargare strade. Si smussano spigoli, per addolcire angoli e distanze. Non è infrequente che i rari viandanti che passano per M., si domandino dove finisca quella famiglia e inizi l'altra, di chi siano quei bimbi che giocano in quel vicolo, o a quale donna vadano i fiori di quell'innamorato che passeggia per quella via.
Ci sono grida, e risa, e pianti, per le vie di M.
C'è la vita del dentro che si è fatto fuori.
Ci sono quadri, per le strade di M. e le sue case hanno strane finestre che guardano su altri mondi. Ogni tanto qualcuno si ferma al centro di una piazza bianca ad ammirare uno scorcio di un campo di girasoli sotto un cielo mattone che è Alessandra intravista dietro un vetro. Un'ipotesi di fiore bianco Neide con lettere sbavate dietro ad un portone. Uno spioncino di rose rosse con sussurri di parole come Fulvia che ti accoglie con un sorriso a casa sua. La tenda verde a libretto di Maria, chiusa a metà, a far entrare la luce ma non troppa. Le parole sussurrate di Viviana, che racconta una storia ogni sera. Un sole alto in cielo, Andre. Il qui e il lì di Quel e la sua terra.
Vivono per le strade, gli abitanti di M. Ma se guardi alle loro finestre vedi l'anima, timida, che resta dentro le case, quelle case sempre più piccole e rannicchiate, che dentro hanno mondi immensi.

Per questo tu che passeggi per M. non puoi che incantarti a guardare.

Con affetto e stima per la poesia di quelle tele che non si può catturare con le parole.

volamiaddosso
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sabato, 17 marzo 2007,ore 10:35

la palla che lanciammo giocando nel parco è tornata giù da un pezzo

Certi giorni sembrano più difficili di altri. Magari ci svegliamo, guardiamo fuori, e una strisciante malinconia sembra riempire l'aria. Pensieri inquinati e catramosi come fumo entrano su per le narici e confondono quell'anima smarrita dal risveglio che si guarda intorno un po' spaesata e assonnata. Certi giorni lo senti in bocca, il sapore di quell'ultima sigaretta di qualche anno fa, e pensi che potresti ricominciare a fumare, tanto così per farti un po' male, con quel misto di compiacimento e triste consapevolezza che quella scommessa con te stesso l'hai persa. Certi giorni, lasci la vita fuori.
Poi arriva una telefonata, la voce di un'amica triste che deve affrontare una risposta che nessuno vorrebbe mai sapere, e senti le grida di due bimbe dall'altra parte che ti chiamano, felici e inconsapevoli di tutto. E allora ti rendi conto di quanto certe paure, certi pensieri, quella malinconia brodosa e inutile, si dissolva di fronte alla realtà, che ha bisogno di presenza e di azione. No, non è facile la vita. Non va tutto bene, è vero. Qualcuno che ci è caro può morire, qualcuno che amiamo andarsene. I giorni di bel tempo passano. Il mare si gonfia in tempesta, certe volte. Ma un comandante, per quanto giovane, dovrebbe stare in mare. E allora scegli da che parte stare, e agisci. E cominci a correre, come uno scoiattolo su un ramo, per distogliere un predatore dal suo compagno. La gravità, come dice Merlino, non va presa alla leggera. E questo, chi vola lo sa.
Ipod alle orecchie, cerchi la traccia giusta, perchè non c'è niente di male a chiedere una mano ad un amico quando le cose si fanno difficili, e lasci un messaggio veloce alla tastiera per dire a qualcuno che forse oggi non ci sarai, ma che non dimentichi nessuno. C'è posto per tutti nel cuore, per tutti. Oggi, c'è posto per due bimbe stupende e un'attesa che fa male da dividere insieme ad una persona cara, magari facendo una torta e sporcandosi di farina e di cioccolato. Ridendo, perchè so che rideremo, e tacendo quello che non riusciremo a dire. Perchè è così che gira la porta del mondo.

Che fai in quest'ora bella
che suona il suo notturno
io mi giro attorno a far la sentinella
che non ho sonno e faccio il primo turno
tu qualunque cosa fai stai su...

Anche se sei distante
e se la voce non arriva o è disturbata
penso di parlare a te in ogni istante
perché per me lo sai sei sempre stata
tu l'altro capo di un filo
un unico profilo
quando guardiamo su...

Se anche tu vedi
la stessa luna
non siamo poi così lontani
se credi ancora un po'
a un giro di fortuna
gioca tutto su domani
dovunque tu sarai stai su...

Forse e se tu lo domandi
domani ci troviamo
all'incrocio delle tue braccia grandi
per correre a gridarci ti amo...

E cosa ci vuoi fare
se tutto questo non è ancora un paradiso
se non c'è abbastanza notte per sognare
e stai cercando pure tu un sorriso
ti basta entrare in memoria
di qualche buona storia
e poi cliccarci su...

Se anche tu suoni
lo stesso accordo
non siamo poi così lontani
se ti rimetti su
l'ultimo mio ricordo
sei già pronta per domani...

Non siamo un mondo a parte
siamo parte del mondo
rimasti un po' in disparte
un secolo o un secondo...

Non siamo un mondo a parte
noi siamo parte del mondo
rimasti un po' in disparte
un secolo o un secondo...
Se anche tu senti
la stessa ebbrezza
non siamo poi così lontani
se del domani no
nessuno ha la certezza
io son nessuno e tu Domani...

Da domani
chiunque tu sarai
comunque tu starai stai su...
su... stai su...
stai su

(Claudio Baglioni)

volamiaddosso
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