Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu - Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore
Venezia attraverso i tuoi occhi è riflesso di riflesso di luce sull'acqua che è fuori e sull'acqua che hai dentro, mentre affacci il sorriso nella cornice di un sottoportego sghembo.
Venezia attraverso i tuoi occhi è un valzer di gondole lungo un canale, quando un passo di danza segreto guadagna il centro e la distanza, per veder meglio le cose e trovare la rotta.
Venezia attraverso i tuoi occhi è l'intonaco umido dall'ultima marea su pareti che fremono al tocco, una calle che si schiude su un campo di amore.
Venezia attraverso i tuoi occhi è un merletto di cornicione contro un cielo azzurro, il Leone e il Campanile che si incontrano nella magia di una prospettiva nuova, dove le distanze uniscono il lontano e separano il vicino.
Venezia attraverso i tuoi occhi sono io, questa città antica di pieni e di vuoti, di terra e di mare, dove la via più corta tra due punti passa per la circonferenza che li inscrive. Mi guardi, e attraverso quegli occhi mi vedo, e mi incanto. Perchè Venezia, attraverso i tuoi occhi, è la magia che abbiamo dentro di noi, quando guardiamo il mondo.
Non te l'aspettavi eh
Ci sono tanti tipi di amore. Carezze e baci dati su pelle profumata che si increspa come un campo di grano al vento di primavera, capelli sciolti che scivolano sul petto, e mani che stringono un viso al cuore, che per dire certe cose bisogna star così, stretti, orecchio al cuore ad ascoltar i bisbigli di infinito che passano da vita a vita, quando il miracolo di esser vicini si ripete. Sussurri d'anime, sentiti appena, che incantano le dita viandanti, facendole fermare lungo il percorso, tremanti come ali di farfalla, a posarsi su labbra lambite di respiro come la darsena di un porto.
Ci sono momenti intimi di due che si fanno uno, raggi di sorriso che splendono nel buio di una notte che non finisce mai, e piaceri che invadono come torrenti di montagna.
Ci sono tanti tipi d'amore. Ci sono silenzi tra noi due, quando una carezza arriva in una casa, su un divano, una notte qualunque verso est, dove il mattino arriverà prima, con il suo odore di caffè e una risata bambina a salutare il giorno nuovo. Ci sono baci mai dati ma altrettanto intensi, stupori sbocconcellati insieme come fosse pane, che Dio, è pane stupirsi dello stesso incanto, ed è caldo e profumato, di quel profumo unico che ha sapere di essere sagomati così, allo stesso modo, come se un artigiano sapiente ci avesse intagliati da un unico tronco. A combaciare d'intese mute, dentellati come chiave e serratura, accordati come strumenti perfetti, per suonare qualsiasi cosa, da melodie malinconiche a inni alla gioia erompenti, pianisti di noi stessi a duettar dal giorno in cui ci conoscemmo su quella musica incantevole che, da tempo l'ho capito, è lo spartito che l'altro è ai nostri occhi.
Ci sono tanti tipi di amore. Ci sono parole che escono all'improvviso, che non sai manco tu dove erano fino ad un momento prima, ed è bello così, era silenzio assoluto subito prima, e poi c'è sempre un anno zero, giorno zero, minuto zero, secondo zero, in cui un pendolo fa toc, il primo rintocco, e non importa se l'ha già fatto altre volte quel rintocco, è sempre il primo, quando un pendolo fa toc dopo essersi fermato. Ci sono parole che chiamano parole, le risucchiano su dall'anima, dove le avevi tenute incartate bene, perchè non prendessero l'umidità delle lacrime, perchè da qualche parte dovevi averle, quelle parole, e se le avevi allora erano nell'anima, dove altro le terrebbe uno delle parole così belle? Dove le tieni tu, quelle che scrivi? Nell'anima appunto, incartate una per una. Con su un'etichetta: parole d'amore. Scrivere piano, pianissimo.
Ci sono tanti tipi d'amore. Desideri di condivisione. Profumi che passano, e colpiscono l'olfatto attento, incantandolo e facendo voltare il viso verso una direzione, entusiasmi sottili, onesti come quelli di un bambino che guarda il mondo. Questo mondo, il nostro mondo, certe volte così incantevole, così triste altre, ma sempre così nuovo da farci trattenere il fiato, sgranare gli occhi, inclinare la testa di lato mentre cerchiamo di ricondurre una nuvola ad un viso, un suono ad una voce, un colore ad un sentimento. Questo mondo di fili sottili di ragnatela, fatto di rimandi e di connessioni, di collegamenti invisibili che ci smarriscono e lasciano gli altri indifferenti, perplessi forse, e intimoriti per quello che non riescono a vedere, che li fa sentire diversi.
Ci sono tanti tipi di amore. Ci sono momenti in cui chiudiamo gli occhi, tappiamo le orecchie, intorpidiamo i sensi, perchè Signore, tutto questo sentire è troppo, questo bisogna capirlo, qui arriva tutto, ma proprio tutto, e non siamo preparati. Siamo cavalieri senza macchia e senza paura, che non temono di ferirsi fino a quando non si accorgono, sgomenti, di aver ferito. Pronti a morire, ma non ad uccidere, che non siamo crociati di nessuna fede, se non quella della tolleranza. Pronti al sacrificio, a farsi vittime piuttosto che carnefici, a spegnersi piuttosto che a chiedere al mondo di gridar meno, o per lo meno, di non gridar per noi, che non serve affatto.
Ci sono tanti tipi d'amore, ma non troppi, credo. Forse l'amore è uno soltanto, che si esprime in tanti modi, come un fiume che va al mare, scegliendo un percorso tortuoso a volte, o dritto da perderci la testa, come successe ad un uomo su un argine da cui si vedeva l'infinito. No, non è lastricata di sentenze questa strada, che uno ci creda o no. E' lastricata di sogni forse. O come sospetto, semplicemente di vita, che quelli che chiamiamo sogni talvolta, sono solo le cose che non abbiamo il coraggio di darci vivendo. Ci sono sempre viaggi che ognuno fa da solo, ma non importa dove si va, o chi si lascia indietro. Quello che conta davvero è chi si porta nel cuore. E nel mio cuore ci sei.
Ho mille posti dove andare
Come i pesci qualunque
Se passa un'ombra sul fondo del lago
Posso nascondermi e aspettare che ritorni
Tutto l'immenso stellato
Dove a Dio piace improvvisarsi pescatore
Di così poco si contenta la natura
Dei pesci
E di chi vuole pigliare
Ho avuto mille posti dove andare
Nelle città dei bugiardi
Dove si può giurare e negare fino all'alba
Con certi giovani mercanti bastardi
Che, non li conosco, signor giudice
Io non so chi sono
Io ho mille posti dove sono stato
Ciao, ciao baci e saluti
Baci e saluti, come sempre
"Non aspettarti niente"
É quello che ho scritto alla ragazza
Che mi era apparsa nel letto
Bellissima, sfrontata, nuda e
Bugiarda
Ma di una bellezza senza sentimento
Di una bellezza così rara
Ti porterò un regalo al mio ritorno
Un cucchiaio, un bottone, un vestito
Forse niente
Con quei fianchi perfetti
Inganneresti
Tutte le leggi di questo mondo
Per questo avrai baci per regalo
Ogni Natale
E vino allungato con l'acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore, amore
E non filo spinato
Per questo avrai baci per regalo di Natale
E vino allungato con l'acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore, amore
Mica filo spinato
Le ho scritto: "credi a me
Che ho mille posti dove sono stato"
Ciao, ciao baci e saluti
Alla ragazza
Baci e saluti
Ho mille posti ancora dove andare
Come i pesci qualunque
Se passa l'ombra dell'amore
Posso nascondermi aspettando che ritorni
Tutto quel vuoto stellato
Dove a Dio piace improvvisarsi pescatore
Di così poco si contenta la natura umana
E quella dei pesci sul fondo
Che stanno a guardare
Baci e saluti
Baci e saluti alla ragazza
Baci e saluti
(Ivano Fossati)
A tutti coloro che corrono, ogni giorno
Il 20 di Febbraio del 1909 Parigi si svegliò come ogni mattina pigramente. I primi raggi del sole nascente lambirono languidamente come ogni giorno le bianche superfici del Sacre Coeur, in cima alla collina di Montmartre, carezzarono la punta della Tour Eiffel che aveva vegliato come ogni notte sulla città dorminete ritta sulle sue quattro gambe di ferro un pò divaricate, poi, pian piano, cominciarono a penetrare tra le strade della ville, bagnando le facciate dei palazzi liberty del centro, le insegne decorate di motivi floreali del metrò, per insinuarsi infine, riluttante, tra i vicoli stretti di Pigalle, dove le puttane stanche finalmente riposavano le membra al riparo di usci sempre socchiusi.
La città infreddolita pian piano cominciò ad emettere i suoi rumori, a pulsare di quel battito che ogni mattina, dal cuore dei grandi mercati generali delle Halles che si svegliavano qualche ora prima dell'alba, si trasmetteva propagandosi attraverso quelle vene lastricate che correvano tra file parallele di lampioni gialli, fino ai quartieri più estremi della periferia cittadina.
Uno scoppiettio assordante crebbe di intensità fino a riempire completamente l'aria fredda del mattino lungo la salita di Rue Blanche. Charle Garotte uscì velocemente dal suo piccolo chiosco di ghisa, intabarrato nel suo pastrano grigio topo e con il baschetto nero calcato fino agli occhi, e si portò cautamente sul ciglio dell'ampio marciapiede, in tempo per veder arrivare, dritto verso di lui come un colpo di cannone sparatogli contro, il goffo treruote di Marcel, saltellante e completamente imballato per lo sforzo di superare il dislivello decisamente fuori dalla portata del mezzo. Ebbe giusto il tempo di un'imprecazione prima di gettarsi di lato, mentre quello lo sorpassava a tutta velocità scartando di lato grazie alla perizia del dissennato guidatore che si era piegato fino quasi a terra, una mano sul cortissimo asse che fungeva da sterzo dell'impossibile mezzo, e l'altra brincata su un pacco di fogli tenuti insieme da uno spago a croce che con chirugica precisione finì proprio davanti ai piedi dell'edicolante inferocito.
Enculé de ta meré, gli gridò contro il negoziante, per non lasciar niente di sottinteso sulle proprie opinioni al riguardo, mentre il mezzo scoppiettante spariva dietro la curva, poi raccolse il pacco di carta, lanciando un'occhiata distratta alla fitta prima pagina a sei colonne di Le Figaro. Incredibile quanto la gente trovasse da blaterare, su quei giornali, e ogni giorno per giunta! Sebbene gli desse da mangiare, come Charle Garotte andava sempre ripetendo fiero a Poulette, una cortigiana grassa che visitava con una certa frequenza durante la settimana, lui non leggeva quella robaccia, che intorpidiva la mente e fiaccava il corpo. Rientrò battendo i piedi sulla soglia nel minuscolo gabbiotto del chiosco dei giornali, slacciando meccanicamente il fiocco che teneva insieme la pila di fogli, e dopo aver passato una mano per togliere il velo di condensa della notte passata, li sciorinò sul piccolo ripiano davanti a lui. Una raffica di vento freddo soffiò all'improvviso, facendo volare una pagina che si sollevò verso il cielo terso in una spirale scomposta e bizzarra.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo ... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
Era scritto sulla prima colonna, sotto il titolo Le Futurisme, a firma di un certo Filippo Tommaso Marinetti.
En cule les italiens, avrebbe esclamato con dispezzo Garotte se avesse letto quelle righe. Ma Garotte non leggeva, per principio, mai.
Che automobile fosse maschile, a Gabriele D'Annunzio suonava male. Quell'auto, con la grazia e lo slancio di una seduttrice, con quella disinvolta levità nel superare ogni scabrezza, doveva essere femmina. E D'Annunzio per queste cose aveva un certo occhio, ci si poteva credere. Se era femmina per lui, allora era femmina per tutti, e imbarazzo semmai per gli altri di non essersene accorti prima. Così un giorno, di ritorno da una gita a Desenzano, in mano ancora una stramaledetta multa per eccesso di velocità, che il diavolo li porti ci verrà una parete con tutta questa cartaccia, si sedette alla scrivania e glielo scrisse papale papale al Senatore Agnelli, che gli aveva appena fatto provare la nuova Fiat 509, che sembrava ad ogni curva alzarsi in volo. Un'automobile, non un automobile. Metteteci un cazzo d'apostrofo. Punto. Non disse cazzo, ad esser sinceri, che il vate non nominava invano certe parti del corpo e quando doveva dir qualcosa sapeva come dirlo facendolo scivolare come fosse seta sulla pelle, ma il senso era quello. Bella, non bello. Che non è lo stesso.
Gvazie D'Annunzio, buona idea. Lei ha sempve buone idee. Come posso vipagavla? Tengo le chiavi, rispose il poeta con un ghigno, schizzando fuori con un rombo dalla bislacca arcata quadrangolare del Vittoriale.
Io, di chi fosse Stirling Moss non avevo la benché minima idea. Di lui ho solo in mente una fotografia in bianco e nero, di quando gareggiava. E' un viso di un ragazzone, avrà una trentina d'anni nella foto, forse qualcosa di più. Non guarda in camera, la bocca è semiaperta, in un'espressione tra l'ebete e lo stupito. Il viso è completamente nero di fuliggine, hai presente quella polvere nera e un po' grassa di tutti quei film di comiche, quando Stanlio e Ollio finivano nel carbone, o Ollio era dietro ad un'auto (con l'apostrofo, naturalmente), mentre Stanlio girava la manovella dell'accensione. Ecco, quella polvere. Si vedono solo gli occhi, e il controno perfettamente bianco di una maschera intorno, lasciata dai due occhialoni da mosca che penzolano al suo collo. Il resto è nero, capelli, orecchie, bocca, mento, fronte, gote. Tutto nero. Ora, se la signora Moss l'avesse visto (non la moglie, la vera signora Moss intendo, la mamma, chi altri), sono sicuro che l'avrebbe guardato e gli avrebbe detto: Stirling, tesoro, dove sei stato per ridurti così? Vai subito a lavarti!. E' completamente nero Sir Stirling Crawford Moss, in quella foto. Ma ha un fottuto sorriso in viso, e lo sguardo di chi l'ha fatta grossa.
Salt lake, Bonneville, Utah. Una distesa bianco latte uniforme ed ininterrotta in tutte le direzioni, che potresti pensare d'essere cieco se qualcuno quel libro l'avesse già scritto. Ma è solo il 1957, ed é Agosto per giunta, e allora tutto quello che vedi, senti e respiri, l'apoteosi delle percezioni è che fa un diavolo di caldo salato che ti par d'essere un branzino in crosta nel forno. Sì, perché c'è sale ovunque, intorno. Lo senti crepitare sotto i piedi, un rumore come di vetri rotti calpestati, ad ogni passo. Non che ci sia molto dove andare. Continua per miglia, così. Bianco su bianco, come se quando Dio ha dipinto il mondo si fosse dimenticato di questo angolo di universo. Come se l'avesse lasciato così, incompiuto, ti viene da cercare il bollino di colore che indica come riempire la superficie, come in un libro per bambini, deve esserci da qualche parte, un improbabile piccolo bollino di un colore qualsiasi. Eccetto che bianco, ovviamente. E azzurro cielo, che qui c'è un cielo così azzurro che è da escludere che il sotto possa essere da colorare uguale, sarebbe troppo blu tutto in una volta, per un uomo. C'è stato attento a queste cose Dio, puoi scommeterci; troppo blu in una volta sola è fatale, questo lo sa chi va per mare. Se non bianco e non blu allora di che colore? Si domanda queste cose Stirling Moss, e fa un caldo boia quel giorno, e si è bevuto il cervello Stirling, così pensa all'improvviso, mi si è squagliato il cervello, ne sono sicuro, ora cola in uno di quei bicchieri triangolari, qualcuno ci aggiunge un oliva, mescolato non shekerato please, e mi porge il mio cervello sciolto sotto questo sole che continua a picchiare. Continua a guardare davanti a sé mentre procede, passo dopo passo, nel niente. Guarda il terreno, ogni tanto si ferma, si sdraia a terra e fissa una crepa, o con il palmo della mano saggia una irregolarità, piano, come se l'accarezzasse. Se la scena girasse di novanta gradi diresti che è un imbianchino che sta controllando la sua opera su una parete, una parete infinitamente grande, è ovvio, centimetro dopo centimetro, per curare che sia perfettamente liscia. Così sembra solo un uomo in una tuta da imbianchino, un minuscolo puntino rosa in mezzo ad un foglio bianco, che si sposta lungo una direzione qualunque a piccoli lenti passi.
Si chiamerà MG EX 181 quella specie di mezzo sigaro piatto su quattro ruote, ma non ora. Tra qualche minuto forse, dopo che il grosso telaio di alluminio sarà stato calato sopra quello scheletro che sembra uscito dalla fantasia di un alieno di quelli verdi, con la testa a triangolo e le dita palmate, ma adesso è solo un MG EX o un qualsiasi altro nome che la scarsa fantasia e l'emozione del momento cancelleranno di lì a breve per trasformarlo in MG EX 181. Che sia un auto non ci giureresti, e faresti bene, ché di sterzare non se ne parla proprio, almeno non come intende un qualunque cristiano che abbia guidato su un circuito qualsiasi, uno di quelli dove Moss ha vinto più volte negli ultimi anni divenendo una celebrità. Ma se per questo, anche questo qui non è un circuito qualsiasi. Già, a chi verrebbe in mente nella cara vecchia Europa di fare un circuito che corre dritto come un fuso per qualche miglio, prima di finire ad un palo con su scritto FINE e stop, nemmeno una mezza curva, nemmeno lo straccio di una maledettissima chicane, nemmeno il tentativo abbozzato di una irregolarità, niente di niente. Un lungo rettilineo per una macchina che sa andare solo dritto, sembra appropriato se ci pensi su. O incredibilmente stupido forse. In ogni caso, per ora stanno lì, MG EX, tutta scanificata con il suo guscio di lato, il suo pilota, nell'aplomb tipico inglese, sorriso pacato da thé delle cinque, un paio di meccanici, di quelli che stringono dadi e danno colpetti qui e lì ovunque, anche solo per il gusto di sentire l'eco rassicurante del metallo che gli ricorda di esistere, e una piccola folla di curiosi, cronisti e paparazzi in maniche corte, sudati fino al midollo, a stramaledire quel caldo torrido d'estate e aspettar che inizi, e che finisca. A completare il quadretto ci sono anche loro, un po' in disparte, Mr. Johnson e Mr. Johnson, riconoscibilissimi come tutti gli agenti della CIA, nelle loro uniformi nere con il cappello nero, la giacca nera, i pantaloni neri e gli occhiali neri. Di qualunque colore purché sia nero, aveva detto una volta Henry Ford, parlando di auto. Qualcuno aveva preso in parola il messaggio, quando aveva creato le uniformi della CIA, peensando forse che a quegli uomini macchina si dovessero applicare gli stessi paradigmi della motorizzazione di massa americana. E ora i due se ne stanno lì, come due avvoltoi su un ramo scheletrico, le silouette mangiate da quella luce accecante che emana da quello stramaledetto bianco che circonda il tutto, come due spettri dell'Anello partoriti dalla fantasia di Tolkien.
L'aveva chiamato Project EX qualche fantasioso burocrate il motivo della loro presenza lì. Iniziato cinque anni prima in un'aula di una prestigiosa università americana da un professore troppo impegnato a scriver formule su una lavagna per notare un errore lassù in alto, al secondo passaggio di un integrale curvilineo, si era trasferito di lì a poco in un laboratorio sotterraneo dove di scienziati ce n'erano una decina, e ognuno diceva la sua con un gran baccano e un gran dispendio di muffin e di gessi colorati (le cui funzioni rispettive finivano a volte scambiate nella fretta aumentando la confusione generale). Si chiamava brainstorming, e pare avesse effetti collaterali interessanti, a parte il consumo dei fondi R&D e il picco di aumento della temperatura del pianeta in prossimità di tutte quelle teste pensanti. Insomma, era durato quel che era durato, lì avevano lasciati lì abbastanza a lungo perché fermentassero, come la birra, e il laboratorio era sotterraneo in fondo anche per quello, per far germogliare le idee in luogo caldo e umido. Ne era venuta fuori una ... teoria. Che era passata di mano, di burocrate in burocrate. Ad ogni passaggio era stata letta, non compresa, ed era stato aggiunto un timbro con su un rosso: APPROVED e qualche nota di lato, tanto per dimostrare di aver colto il senso generale, sul tempo che passa, la velocità, e la loro relazione. E alla fine, livello dopo livello,era arrivata in una stanza ovale, dove qualcuno aveva detto un sì distratto prima di tornare alla sua montagna di impegni quotidiani, ed aveva ricominciato la discesa dai massimi livelli esecutivi, fino ad arrivare a Johnson e Johnson, i due agenti gemelli, identici come due gocce d'acqua dalla nascita a parte il fatto che uno era bianco e uno nero, sovrappeso il primo ed estremamente magro il secondo, e calvo. Per il resto, uguali, sai quelle cose tipo movimenti sincroni, parlata all'unisono e tutto il resto? Appunto. Ci avevano pure iniziato un progetto qualche anno prima, per studiarli. Un gran brainstorming anche quella volta, e un mucchio di salatini, prima di dover sospendere il tutto per mancanza di fondi (e di bevande, tutti quei salatini mettevano una dannata sete). E ora se ne stavano lì, un poco in disparte, nelle loro uniformi nere, ottusamente refrattari al calore di quel sole cocente, il che faceva d'altronde parte del loro addestramento (tutto un anno di corso in Accademia era praticamente dedicato alla DESCECCO, la DEsensibilizzazione della Sudorazione Corporea all'Esposizione a Condizioni Climatiche Ostili).
Si avvicinarono a Moss, uno per lato, e il pilota sembrò per un momento sparire inghiottito da quel sipario nero. Portarono all'unisono la mano al polso, e insieme tutti e tre sincronizzarono gli orologi, poi Moss tolse il suo, riponendolo in tasca, e ricevette da Johnson (il bianco) il suo orologio (nero ovviamente) che allacciò al polso, mentre Johnson (il nero), combatteva l'irrefrenabile impulso di fare altrettanto. Che ironia, pensarono all'unisono i gemelli, dover affidare due anni di finanziamenti sottobanco alla MG per la realizzazione del costoso prototipo, tutte le fatiche fatte per tenere l'operazione sufficentemente segreta, tutti quei preparativi minuziosi che fanno la felicità di qualunque agente segreto isnomma, per poi dover affidare la sua delicata riuscita ad uno yankee. Eppure andava così, si dissero tacitamente, e in fondo nessun altro sarebbe stato altrettanto pazzo da tentare quello che lui avrebbe tentato, e probabilmente lasciarci le penne; i piloti americani erano un bene troppo prezioso per la nazione per sprecarli così, e poi la MG era inglese, e i suoi progettisti non avrebbero mai accettato di far guidare ad un americano un loro veicolo, nemmeno lungo un rettilineo privo di ostacoli.
Il che avrebbe dovuto far riflettere, verbo che tuttavia non apparteneva al lessico come ai costumi dei due agenti.
Si erano trasferiti tutti all'arrivo, dietro, per quanto "dietro" potesse significare in quel mare di niente, a quel palo con su scritto FINE che spuntava da un punto qualunque del terreno. Dall'altra parte, qualche miglio più in là, era rimasto solo il pilota, con i fedeli meccanici, il progettista del mezzo, e Johnson il bianco, poco in disparte.
Lentamente Moss aveva inforcato gli occhialoni e calcato il casco intorno alla testa. Farà caldo lì dentro, e parecchio, gli aveva detto una voce alla sua destra. Fa caldo anche fuori, aveva risposto, impugnando la corta cloche mentre la scocca di alluminio del veicolo veniva calata intorno a lui come il coperchio di un gigantesco feretro. Cercò di allontanare quell'immagine dalla sua mente, e di concentrarsi sul da fare. C'erano un sacco di cose di cui occuparsi in quel miglio. Prima tra tutte, rimaner vivo, appunto.
Il motore venne acceso, e il grosso bruciatore dietro di lui coprì con il suo rumore ogni altro suono. Vide attraverso il vetro di plexiglass la mano guantata di qualcuno sventolare per catturare la sua attenzione, alzare un pollice in aria più volte, poi tirò verso di sé il rozzo pomello che sganciava il blocco dei freni, e scivolò in avanti con un balzo fulmineo. Era partito.
OddioDioDioaiutamicazzocazzocazzissiiiimooooo... La prima cosa che lo colpì fu l'assenza della sua voce: era rimasta indietro, a condensarsi nell'aria in quel punto dove lui si era trovato un istante prima, e dove non era già più per parecchie centinaia di metri. A oltre 400 km orari la voce arriva alle orecchie quando queste sono di svariate spanne davanti a dove era la bocca che l'ha emessa. Era una gara, tra il suo fiato che cercava di esprimere in un modo qualunque la necessità di gridare lo sgomento, e la velocità che glielo ricacciava dentro insieme a tutti i pensieri e tutto il resto, in un vortice che voleva uscire da dietro, che sarebbe sembrato prosaico in qualsiasi altra situazione, ma che qui era solo fisica pura, perché il suo povero culo era l'ultimo posto disposto a contenere la sua anima che l'inerzia tratteneva indietro rispetto a quel corpo lanciato. Quattrocento chilometri orari sono una cifra impressionante sempre. Nel 1957 lo era di più, e per Stirling Moss quel giorno lo era ancora di più, perché lui c'era dentro, a quel sigarone luccicante che ora sfrecciava fendendo l'aria. Come seta sulla pelle, pensò per un istante, mentre rotolava avanti. Sono una riga su un foglio, pensò, mentre un fumo nero denso invadeva l'abitacolo costringendolo a trattenere il respiro, un segmento tracciato da Dio. Per un istante gli parve che una pagina di giornale, ingiallita e sgualcita, portata dal vento da chissà dove, finisse sul vetro della carlinga. Scorse le lettere : ... IGARO prima che tutto intorno si facesse tutto nero e buio. Buffo, si disse con un ghigno, posso dire di essere finito in prima pagina. Ma fu un istante, e il pensiero era già rimasto indietro, in mezzo a quella distesa di sale, nuovamente vuota.
Fu un grande trionfo il giorno di agosto del 1957 quando la MG EX alluminio con sopra le bandiere incrociate di America e Inghilterra diventò la MG EX 181. Per tutti fu un grande momento quello in cui il tachimetro di precisione doppia svizzero, fatto venire per l'occasione in una grossa cassa che aveva viaggiato per oltre un mese in mare in un doppio supporto di protezione per permettere all'apparecchiatura di non subire sbalzi che potessero comprometterne la precisione, segnò con entrambi gli aghi di riferimento quel fatidico 181 mph che sarebbe stato un nuovo record del mondo. Destinato ad essere battuto presto, perché si sa, i record sono destinati ad essere infranti, ma non quel giorno. Quel giorno fu tutto uno sventolare di bandiere, e di gente festante. Sudata, magari, ma festante. Soprattutto Moss festeggiò: uscì dall'abitacolo rovente in una nuvola nera di fumo denso, miracolosamente incolume e sorridente. Abbassò gli occhialoni di protezione rivelando una mascherina di viso in mezzo a tutto quel nero di fuliggine, si girò verso l'auto lentamente, le lanciò un'occhiata obliqua e mentre i flash dei fotografi lo immortalavano le sussurrò dolcemente: bitch. Con dolcezza dico, è una cosa che non si spiega facilmente, ma c'era dolcezza, tantissima, in quel puttana che le rivolse. E nostalgia. Come di un uomo che saluta un'amante, davanti ad un uscio, per l'ultima volta fino alla prossima.
Gli unici a non festeggiare furono i gemelli Johnson. Quando Johnson (il nero) slacciò il cinturino dal polso del pilota e lo accostò al proprio, i due quadranti segnavano perfettamente lo stesso orario, le 12 e 10, e le lancette dei secondi si muovevano all'unisono, identiche, eccetto per la patina nera sul vetro del primo. Se fossero delusi, Johnson e Johnson non lo diedero a vedere; la delusione e la gioia erano emozioni che competevano ai livelli più alti della piramide gerarchica, laddove a loro era concesso soltanto un segno su una casella di spunta: failed, fallito. Parlò brevemente in un walkie talkie nero, poi si avviò a lunghi passi verso una grossa auto nera, che era apparsa poco distante. Stirling Moss lo vide allontanarsi, salire in macchina, e sparire lasciando dietro di sé una piccola scia bianca di polvere di sale.
Sorrise a tutti, scambiò qualche fugace parola con un cronista curioso di sapere cosa avesse provato in quei momenti, poi tirò fuori di tasca il suo orologio, lo rimise al polso e lo guardò per un istante: le 12 e 09. Se parto adesso, pensò Moss, questa sera sarò a casa per cena, da mia moglie e mio figlio. Con un minuto in più per loro. Si divincolò amabilmente dalla piccola folla, e sorrise al capo meccanico che lo guardava con aria interrogativa: "tienile tu Todd", disse lanciandogli un piccolo mazzo di chiavi, "a me non interessa più. Parcheggiala dove preferisci, ma senza troppe manovre, mi raccomando", disse ridendo. E corse via, fino a tornare un puntino nell'immenso bianco. Nessuno seppe mai se il suo Longines fosse indietro o meno, o cosa fosse successo dentro quell'auto. E forse non conta, che di tempo un uomo libero ne ha sempre da vendere.
E non c'è niente di meglio, per esser liberi davvero, che tornare a casa.
Dedicato a chi smania per partire, e a chi è partito già.
Liberi ma completamente
Liberi finalmente
Liberi non è vero un accidente
Non siamo liberi per niente
Liberi c'è sempre uno che ci sente
Che ci compra che ci vende
Liberi sono i sogni nella notte
Liberi è questo specchio che si rompe
Liberi se si libera la mente
Siamo liberi e per sempre
Liberi anche politicamente
Non c'è logica
Non c'è niente
Liberi sono il vento con le onde
Liberi come due ladri nella notte
Non fermarti non è tardi resta fuori che ho bisogno
Di parlarti di guardarti di baciarti di toccarti
E di essere liberi senza dover spiegare niente
Liberi veramente
Senza trucchi e senza niente
Liberi finalmente
Libero solo adesso che ti parlo
Adesso che ti guardo
Libera mentre muovi la tua bocca
Quando ridi perché è rossa
Liberi perché fuori è ancora caldo
Liberi come rondini di marzo
Liberi da morire finalmente
Liberi da tornare tra la gente
Non fermarti non è tardi resta fuori che ho bisogno
Di parlarti di guardarti di baciarti e di toccarti
e di essere liberi senza dover spiegare niente
Liberi veramente
Senza trucchi e senza niente
Liberi finalmente...
Liberi sono i sogni nella notte...
Liberi come il vento con le onde...
Liberi come ladri nella notte...
Liberi...
(Lucio Dalla)
NB. Questo post è ispirato ad una mostra al Mart di Rovereto, Mitomacchina appunto. La MG EX 181 vien da lì, come la maggior parte dei fatti che hanno dato spunto a questo. Ovviamente l'esperimento EX è frutto di pura fantasia (forse) e così i gemelli Johnson e Garotte il giornalaio. La foto di Stirling Moss invece esiste davvero, anche se probabilmente non è legata a quell'evento. Cercatela, e guardate quello sguardo, e raccontatemi cosa ci vedete. Io, vi ho raccontato una storia, di quello che ci ho visto. Mitomacchina si, ma il vero mito è l'Uomo, sempre. Grazie a chi c'era, e ha condiviso con me quel momento. Non sarebbe stato lo stesso senza, perché i momenti più belli sono quelli che dividiamo con qualcuno.
un regalo di compleanno sulle note di "por una cabeza"
Tempo come strade. Miriadi di incroci di giorni vicoli che si snodano tortuosi come vie di un bairro di Lisbona. Ore in discesa su strade di selciato lastricato. Mattine in salita, che danno su giornate a piazza, con al centro il monumento ai due caduti e mezzo, che in questa città ricordiamo chi cade ma anche chi inciampa, per amor di cronaca e dovere di cronista. Che strano posto, il Tempo. Date come indirizzi. Pensi di essere andato, e ti ritrovi allo stesso posto, per caso, un anno dopo. Allora ti fermi, lo guardi un pò incredulo e dici: io qui ci sono già passato. E non sai mai se è il posto, il pensiero, o il pensiero del pensiero che ricorre. Ha strade uguali, a volte, questa città. E sempre un luogo, quando ci ripassi, non è più lo stesso. Cambia un dettaglio, insignificante a volte, una carta per terra, un cane che passa diretto chissà dove chissa quando, un'insegna che sbatte al vento, la luce della giornata, che anche il Sole sa cambiare le forme, in questa città. A volte, a cambiare, è solo l'osservatore. Ti ricordi gitana, quella vetrina due giorni dopo la Primavera, piena di libri da scrivere ancora, e i tuoi capelli più corti dell'ultima volta che sei passata di qua?
Si incontrano il cavaliere e la gitana davanti a quella vetrina, e questo è un luogo, bisogna capirlo, non un quando, é un dove, lì, la seconda a destra, subito dopo Quel Mattino Che, ecco procedi, passi Quella Meravigliosa Domenica di Marzo, poi ancora tre portoni e ci sei, a Due Giorni dopo la Primavera, davanti a quel negozio.
Si incontrano, il cavaliere e la gitana, perchè in questa città ci si incontra senza volerlo, come nelle nostre. Nel quando piuttosto che nel dove, ma non cambia molto. Bisogna aver fantasia per immaginarlo, quell'incontro: un vecchio che viene da un punto a sinistra del riquadro, camminando piano con un filo di affanno per la lieve salita che dura da troppo, senza più armatura, senza più elmo, con le mani dietro la schiena e lo sguardo fisso davanti a sé, e una zingara andalusa di fronte a una vetrina che guarda il proprio riflesso con un misto di compiacimento e di incredulità, cercando di riconoscere il quel volto i segni di un passato che continua a cambiare, istante dopo istante, stratificandosi su di lei in una patina dorata che le da luce al viso. Si incrociano per un istante, il cavaliere e la gitana, ed era un anno fa lo stesso luogo la stessa ora. Per un momento entrambi pensano che qui sono già stati, c'erano dei fiori forse, e un dolore fresco, e cose da dirsi che non si sono dette, davanti a quella vetrina di libri bianchi. Si ferma lui, per riprendere fiato. Si volta lei, lentamente, e lo sguardo indugia ancora sul riflesso sul vetro, catturato da quel movimento che sembra così nuovo ora che i suoi capelli la seguono secondo una scia diversa, più netta. Si volta la gitana, e scorge in fondo alla via lì in basso, un uomo con una bambina sulle spalle che salgono verso di lei chiamandola. Alza la mano la gitana, in gesto di saluto, e corre loro incontro, sfiorando per un attimo con la sua gonna la gamba di lui. Riparte il cavaliere, continuando la sua via, che il tempo non si ferma, verso una terrazza da cui si vede il mare e un bicchiere di vino rosso per raccontare a qualcuno una nuova storia.
Strani vicoli ha questa città, e panni stesi che sventolano al vento di marzo per le vie di quel quartiere, e un porto luccicante di sole d'estate, e rivoli d'acqua che annegano in tombini là dove piove sempre. C'è un filo di fumo lungo la sponda del fiume all'Argenteuil, un treno che passa sopra un ponte forse, e una cattedrale di rosa e di arancio che cambia ogni momento a Rouen, o mille cattedrali sempre uguali a sé stesse dislocate ad intervalli regolari tra le sue strade. Non è dato saperlo prima dove siamo, in questa città. Se quella strada è un vicolo cieco o dove porta. Bisogna entrarci, e percorrerla. E tutte le altre, le viuzze che dipartono da questa, in una miriade di direzioni possibili, esistono fin tanto che non muoviamo un passo oltre, lasciandole alle spalle, per sempre. Perché in questa città non si torna sui propri passi, anche se a volte si finisce per girare in tondo. O forse no, che quell'anno fu la Primavera ad arrivare con due giorni di ritardo.
Yo adivino el parpadeo
de las luces que a lo lejos
van marcando mi retorno.
Son las mismas que alumbraron
con sus pálidos reflejos
hondas horas de dolor.
Y aunque no quise el regreso
siempre se vuelve
al primer amor.
La vieja calle
donde me cobijo
tuya es su vida
tuyo es su querer.
Bajo el burlón
mirar de las estrellas
que con indiferencia
hoy me ven volver.
Volver
con la frente marchita
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez.
Tengo miedo del encuentro
con el pasado que vuelve
a enfrentarse con mi vida.
Tengo miedo de las noches
que pobladas de recuerdos
encadenen mi soñar.
Pero el viajero que huye
tarde o temprano
detiene su andar.
Y aunque el olvido
que todo destruye
haya matado mi vieja ilusión,
guardo escondida
una esperanza humilde
que es toda la fortuna
de mi corazón.
Volver
con la frente marchita
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez.
(Carlos Gardel)
di un'isola sconosciuta, e dei suoi amici
Promenade
E' come stare sul treno, quel corridoio. Ci sono Città che ti scorrono davanti. La velocità la scegli tu. Non correre troppo allora, o non vedrai bene. E non fermarti a lungo, perchè dal treno, tanto, la Città non la puoi conoscere. Puoi solo pensarla e provar nostalgia per quei viaggi impossibili, perpendicolari al percorso, che lei ha raccontato.
Un pesce di nome Mauro
Usi atomi per dire ti amo. Dall'acqua vieni e all'acqua ritorni, se qualcuno ti chiede, con un pizzico di sadico piacere, come ci si sente a vedersi attraverso di lei. Ed è acqua pulita quella che vedo in fondo agli occhi, riflessi di mare e blu cobalto grumoso a sinistra, mare da toccare, mare da amare, di quello che ha una vita da raccontare, magari jazzimprovvisando. Di quello che dove vivono i pesci qualunque, quelli che sanno nascondarsi se arriva un'ombra sulla superficie, per poi tornare a guardare l'immenso stellato in cui Dio seppe improvvisarsi pescatore, come canta un amico mio. Magari sorridendo, con l'acqua dentro che brilla di un riflesso di luna. Ti pesco, ti libero. Punto it, che a te piace così, come un gioco. Ti giri e ti tuffi nel quadro, come Ariel dopo la Tempesta. E ti vedo nuotare dentro, rimpicciolire fino a sparire. Fino alla prossima marea.
Promenade
Aglaura é una gita. Non dove ma quando. Lo avesse saputo Calvino, che certi ricordi, se mancano le parole, restano attaccati ad una fotografia. Ma solo per chi c'era.
Diomira non parte. Non tutto va via, qualcosa ritorna. E qualcosa semplicemente deve restare, a raccontare a noi stessi del viaggio.
Sono stato a Zoe, una sera. Sulla sua pelle screpolata ho trovato strade dove botteghe di artigiani vendevano terre di mille colori. Erano vicoli strettissimi, ci passava a malapena uno sguardo. Da fuori, sembravano crepe di muri. Ma dentro, c'era un mondo.
S che scrive
S che scrive é un bavero rialzato. Una barba nera su una giacca grigia, parole sussurrate e due occhi tipografi che scelgono un font rigorosamente corsivo per raccontare. Da dietro gli occhiali ovviamente. Che vita vedi attraverso quelle lenti? Cosa compongono le mani quando le immagini salgono su da te da quelle finestre? Parli piano, annuendo timido ti schermisci da chi ti dipinge così, implorando ancora colore per chiudere un bianco che ha troppo da dare. Se fossi tarocco, saresti il matto, la luna o la ruota? Saresti succo, dietro la buccia. E una civetta sapiente si posa in un angolo e inclina il capo, curiosa. Strane vie ha la Dea, di baciare la mente degli uomini. Magari attraverso un rosso pastrano ed il sorriso leggero di chi sa cosa c'è, al centro del nero.
Promenade
La Madre spiega paziente che sono ritratti. Il Figlio ascolta, rapito. Lui i visi li riconosce, su quelle tele. Unico quadro tra noi, si muove per la sala salutando i volti dentro al colore. Questo succede ad alcuni, scelti a caso forse: di vedere oltre il guardare. Non scopri niente allora, semplicemente riconosci quello che è stato prima del Tempo. Incontra lei che li ha fatti, le da la mano, e ascolta la storia di Olinda, un punto che cresce e diventa città. E sorride felice, forse perché ora sa che qualcun altro ricorda quello che lui ha visto dentro quel mondo appeso davanti ai suoi occhi.
Piacere, Michele
Volumi ortogonali. Curve poche, pochissime. Millimetriche proporzioni di lati ad angolo retto. Per non rischiare di ferirsi con spigoli troppo acuti, o non scivolar via dietro un'onda. D'altronde la luce, si sa, sceglie la strada più dritta. O almeno, così crediamo. Che a lavorarci tanto con la luce, poi te ne rimane un poco dentro, imprigionata in chissà quali percorsi. Da ridare piano, perché la luce migliore è quella morbida, diffusa, questo lo sa chi con la luce crea, quella che irradia attraverso un calice alzato, profumata di rosso. Quella che circonda, come un'aureola, un bottone scarpetta che porti in tasca, macchia di rotondo che è bello trovare con la mano, che ti rimanda a qualcosa che non so.
Hai una casa anima a chiocciola, come una lumaca, con al centro uno Specchio. Ancora per poco.
M.
C'è una città bellissima, da qualche parte non troppo lontano. Io ci sono stato, ieri. Ha un nome di donna, perchè le Città hanno sempre un nome di donna. E comunque questa ha un nome di donna, in ogni caso.
Gli abitanti di M. hanno barattato il dentro con il fuori. Non si sa come sia successo, e certamente non è accaduto in un giorno. Ma pian piano è capitato. Prima era solo qualche sedia lasciata fuori dall'uscio, per prendere il fresco della sera e parlare. Poi un tavolino, qua e là, qualche bottiglia di vino e un mazzo di carte. Un letto portato su una terrazza per respirare l'odore del mare. Una credenza spostata su un balcone per far spazio in una stanza che sembrava contrarsi. Una cassapanca di lato nella via. Un attaccapanni fuori dalla porta. Uno Specchio, sul muro di cinta, per darsi un'ultima occhiata prima di uscire. Che poi, nel tempo, non è stato più uscire, perchè la casa era lì, fuori. E così, lentamente, nel corso degli anni, le case sono diventate La Casa, e la percezione che i suoi abitanti hanno dello spazio è cambiata. E non solo. Ché a viver fuori, o almeno, quello che noi qui chiamiamo fuori, è cambiata anche la percezione che essi hanno di loro stessi e degli altri. Si buttano giù stanze, per allargare strade. Si smussano spigoli, per addolcire angoli e distanze. Non è infrequente che i rari viandanti che passano per M., si domandino dove finisca quella famiglia e inizi l'altra, di chi siano quei bimbi che giocano in quel vicolo, o a quale donna vadano i fiori di quell'innamorato che passeggia per quella via.
Ci sono grida, e risa, e pianti, per le vie di M.
C'è la vita del dentro che si è fatto fuori.
Ci sono quadri, per le strade di M. e le sue case hanno strane finestre che guardano su altri mondi. Ogni tanto qualcuno si ferma al centro di una piazza bianca ad ammirare uno scorcio di un campo di girasoli sotto un cielo mattone che è Alessandra intravista dietro un vetro. Un'ipotesi di fiore bianco Neide con lettere sbavate dietro ad un portone. Uno spioncino di rose rosse con sussurri di parole come Fulvia che ti accoglie con un sorriso a casa sua. La tenda verde a libretto di Maria, chiusa a metà, a far entrare la luce ma non troppa. Le parole sussurrate di Viviana, che racconta una storia ogni sera. Un sole alto in cielo, Andre. Il qui e il lì di Quel e la sua terra.
Vivono per le strade, gli abitanti di M. Ma se guardi alle loro finestre vedi l'anima, timida, che resta dentro le case, quelle case sempre più piccole e rannicchiate, che dentro hanno mondi immensi.
Per questo tu che passeggi per M. non puoi che incantarti a guardare.
Con affetto e stima per la poesia di quelle tele che non si può catturare con le parole.